Shirley Jackson

Abbiamo sempre vissuto nel castello

Adelphi, 2009, 182 p.
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Oggi non ci sarà nessun cambiamento, pensai, è solo la primavera; ho fatto male a spaventarmi tanto. Le giornate si sarebbero fatte più tiepide, zio Julian se ne sarebbe stato seduto al sole, Constance avrebbe riso mentre lavorava in giardino, e tutto sarebbe rimasto uguale. Jonas continuava a raccontare (“E poi ci siamo messi a cantare! E poi ci siamo messi a cantare!”), sopra di noi si muovevano le foglie e tutto sarebbe rimasto uguale.

 
La famiglia Blackwood viene sterminata con l’arsenico. A sopravvivere sono solo lo zio Julian e le sorelle Constance e Mary Katherine. Ma chi è l’assassino? Constance, nonostante abbia cucinato la cena avvelenata, è palesemente incapace di fare del male alla sua famiglia, tanto che viene dichiarata innocente nel processo che segue la strage. Ma gli abitanti del vicino villaggio non riescono a perdonarla e l’antipatia che tutti già provavano per i Blackwood si trasforma in odio vero e proprio nei suoi confronti, spingendola ad una vita da reclusa. La routine e l’apparente serenità nella quale i tre vivono viene spezzata dall’arrivo del cugino Charles, interessato alla cospicua ricchezza ereditata dalle ragazze. Shirley Jackson racconta una storia fatta di piccole tensioni e gesti monotoni compiuti dai protagonisti che, con l’arrivo dell’estraneo cugino sono destinati ad esplodere in un delirio di rabbia e vendetta.
 
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