Archivio dell'autore: Cinzia Carotti

Damon Lindelof, Tom Perrotta

The Leftovers

2014, HBO
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Questo documento contiene le conclusioni della commissione mondiale scientifica riguardo la sparizione istantanea del 2% della popolazione mondiale, circa 140 milioni di anime. La sua conclusione su cosa è successo a queste persone, e perché proprio a loro e dove sono finite, è la seguente: “non lo sappiamo”.

The Leftovers è una serie TV americana del 2014, andata in onda in Italia nello stesso anno, creata da Damon Lindelof e Tom Perrotta. Nel 2011, ancor prima dell’uscita del romanzo di Tom Perrotta Svaniti nel Nulla, il network americano HBO comprò i diritti del libro per crearne un adattamento televisivo. Coinvolse nel progetto il grande Damon Lindelof, sceneggiatore principale della serie Lost e diede vita ad un intenso lavoro per creare una delle serie tv più originali e complesse del 2014.

The Leftovers narra le vicende dei cittadini di Mapleton tre anni dopo “la dipartita”, concentrandosi su alcuni personaggi principali che provano a vivere la loro quotidianità cercando di digerire la traumatica e inspiegabile scomparsa di amici e cari. La dipartita segna lo snodo narrativo principale, ovvero inspiegabilmente il 14 ottobre il 2% della popolazione mondiale (circa 140 milioni di persone) scompare improvvisamente nel nulla.

La genialità di questo prodotto è la modalità narrativa. Si seguono due strade differenti per cercare di indagare il fenomeno: quella laica e quella religiosa. Da una parte assistiamo alle persone che faticosamente cercano di ricostruire la realtà come se nulla fosse accaduto, o per lo meno restando in attesa di una spiegazione scientifica e razionale. Vanno al lavoro, mantengono l’ordine, chi va scuola, chi cerca di studiare i fenomeni da un punto di vista tecnico. Dall’altra abbiamo il proliferare di sette pericolose, falsi profeti, nuovi “santoni” ma soprattutto il dilagarsi di un gruppo di persone che si fanno chiamare i Sopravvissuti. Vestiti di bianco, fumano tutto il giorno e hanno fatto voto di silenzio. La loro presenza serve da totem vivente al ricordo di quanto accaduto quel 14 ottobre.

The Leftovers è un viaggio indimenticabile lungo tre stagioni magistralmente dirette e costruite. Gli snodi narrativi toccano vette altissime: la fede, l’esistenza o meno di Dio e quindi del caso, del destino, della speranza di poter ricostruire una qualche normalità nonostante gli avvenimenti paradossali ed inspiegabili. La serie ruota attorno alla domanda freudiana: se esiste qualcosa di assurdo come possiamo tollerare la nostra quotidianità? Tom Perrotta risponde con l’amore; i personaggi dovranno imparare a mettere via il loro terrore per un mondo oscuro e incerto per fare spazio alla speranza dei loro figli in qualcosa di più solido e positivo.

Colonna sonora e attori indimenticabili.

Se ti è piaciuto guarda anche: Lost

Ascolta la colonna sonora della serie:

Leggi anche il romanzo da cui è tratta la serie: Tom Perrotta, The leftover

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Regista: Damon Lindelof, Tom Perrotta
Sceneggiatore: Tom Perrotta
Casa di distribuzione: HBO
Cast: Curtiss Cook, Justin Theroux, Amy Brenneman, Carrie Coon, Christopher Eccleston

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Denis Villeneuve

Blade Runner 2049

2017, Warner Bros
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Te la cavi benissimo anche senz’anima, agente K.

L’agente K è un blade runner della polizia di Los Angeles, nell’anno 2049. Sono passati trent’anni da quando Deckart era il cacciatore blade runner più esperto.  Il compito dei blade runner è cacciare i replicanti ovvero robot perfettamente umanoidi che desiderano diventare esseri completamente autonomi rispetto ai loro creatori. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge e dei vecchi modelli non si sa quasi più nulla. L’azienda è ora guidata Niander Wallace il quale ha garantito di creare “angeli al servizio degli uomini” ma qualcosa nella missione dell’agente K alla ricerca degli ultimi replicanti superstiti va storto e sembra portare alla luce un passato oscuro pronto a spezzare il delicato equilibrio uomo macchina.

Blade Runner tratto dal meraviglioso libro di Philip Dick “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” è un film di fantascienza del 1982, diretto da Ridley Scott e interpretato da Harrison Ford e Daryl Hannah. E’ stato un film che ha segnato la storia del cinema e l’immaginario di intere generazioni. Il sequel è girato da Denis Villeneuve e non solo risulta fedele all’originario mondo cinematografico di Scott ma riesce visivamente a superarlo aggiungendo elementi nuovi al linguaggio fantascientifico a cui siamo notoriamente abituati. Villeneuve crea un edipo futuristico alla ricerca del padre perduto attraverso un’odissea visiva con una grammatica nuova. Prendendo spunto dalle opere di Nicolas Winding Refn (in particolare Drive, Solo dio perdona, Valhalla Rising) e l’ultimo MacBeth di Justin Kurzel  la natura di Blade Runner ci parla esattamente come il protagonista. L’arancio dei cieli radioattivi, il legno morto in terre gelate, la neve che discende su una natura inesistente, gli ologrammi che dai palazzi parlano direttamente ai protagonisti colorandoli di rosso e svelandoci i desideri più reconditi e celati. Sorretto dalla possente e mimetica colonna sonora di H.Zimmer il tempo scorre lentamente esattamente come il precedente capitolo.  L’agente K rincorre il sogno di poter comprendere la sua venuta al mondo e quale sia il suo destino sorretto da una grande forza d’animo proprio di chi ormai non ha più nulla da perdere se non se stesso.  I temi fondanti sono gli stessi: le macchine potranno sostituirci? Una volta autonome saranno dotate di anima, ovvero libero arbitrio, e cosa le legherà ancora a noi? Ci combatteranno? Temi sempre più attuali e sempre meno futuristici, l’intelligenza artificiale è realtà ormai e ci apre all’universo d’angoscia che ha caratterizzato la fantasia visionaria di Philip Dick. Magistrale è la scelta di non stravolgere la tecnologia del precedente capitolo in modo da creare una illusione di continuità con il 1982 e le sue ambizioni futuristiche. Non dobbiamo stupirci di vedere schermi a tubo catodico e ologrammi proiettati da computer in grado di pensare in modo del tutto autonomo, oppure nano tecnologie in grado di partorire uomini e cucine a bombola con stufati di cipolle e aglio in ambiente sovietico. Questo era ed è l’universo di Blade Runner in bilico fra realtà e possibilità future.

Se ti è piaciuto leggi anche le opere di Philip Dick

Guarda anche Blade Runner 

Ascolta la colonna sonora del film:

blade-runner-2049

Genere: Fantascienza
Regista: Denis Villeneuve
Sceneggiatore: Denis Villenueve, Michael Green
Produttore esecutivo: Riddle Scott
Cast:  Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright, Dave Bautista

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Le Luci della Centrale Elettrica

Terra

2017, La tempesta Dischi
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Sono le tracce sparite nel vento
Un combattimento, un karma irrisolto
Sono in uno spazio sacro
Suono all’aperto o con il coprifuoco
Sono vuoto come un cielo stellato
Vedi bene al buio e ora è illuminato
Sono al di là della paura

Terra è un disco in movimento.  Siamo lontanissimi dal Vasco Brondi che suonava solitario nella provincia di Ferrara avvolto e protetto da un linguaggio affasciante quanto criptico. Terra è un disco che si apre al mondo pieno di contaminazioni nelle sonorità, suggestioni, metafore e anche nei simboli che attribuiamo alle vicende che ci segnano. Terra non è solo un disco è un racconto di un’ Europa migrante verso un futuro possibile quanto ignoto e pericoloso.

I suoni di tabla e violoncello, le percussioni di Daniel Plentz dei Selton e il violino di Rodrigo D’Erasmo rendono varie le canzoni. Il timbro Brondi è sempre riconoscibile, oggi forse lievemente melodico, abbandonando l’impronta più estrema del suo lavoro Costellazioni in cui i CCCP governavano imperanti in ogni canzone e in ogni ispirazione.

Qui è il simbolo di questa odissea musicale e la metamorfosi di Vasco verso la scoperta di questo pianeta e dei suoi abitanti, anche quelli più remoti e dispersi. Influenzato dai viaggi compiuti in questi anni, Brondi mescola storie collettive e vicende personali. “Waltz degli scafisti” racconta la  globalizzazione disordinata che viviamo. “Nel profondo Veneto” invece racconta la  storia di un ritorno a casa di una ragazza sconfitta dalla vita precaria a Milano. Ci sono vicende generazionali come “Iperconnessi” e il rapporto malato che abbiamo con la tecnologia e storie d’amore come quella di “Chakra”, in cui la malinconia vince la durezza tipica delle Luci. Siamo “allegri e disperati” e in questo disco lo sentiamo forte e chiaro.

Terra è un disco “dove vince sporchissimo il reale”.

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Mannarino,  Apriti Cielo

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Fabio Geda, Anime Scalze

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Abraham Joffe, Racconti di luce

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Abraham Joffe

Racconti di luce

Usa, 2016
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Da circa un mese è disponibile sul catalogo di Netflix Italia la seconda stagione di Racconti di Luce – Tales by Light, una miniserie in sei puntate prodotta da Canon e National Geographic.

La fotografia è raccontare con la luce così diceva Salgado: in ogni episodio, un fotografo professionista si confronta con le sfide della sua ispirazione. Cogliere in uno scatto perfetto i paesaggi alieni dell’Antartide, i gorilla nella loro foresta, i funamboli sospesi tra le pareti di un canyon, la nuotata delle balene, i rituali ancestrali delle ultime tribù selvagge e farci vedere il nostro mondo sotto una luce narrante. Tra avventura, viaggio di ricerca abbiamo la possibilità di seguire l’immagine prendere forma nella mente del fotografo, che ci racconta il suo progetto, le sue tecniche, le difficoltà, i suoi sogni. Ogni modo di raccontare è quindi un modo di svelare noi stessi attraverso gli altri.La serie è soprattutto ancorata a una grande domanda: perchè sto raccontando questo? E attraverso le parole dei fotografi impariamo che dietro a ogni scatto c’è un’idea, un sentimento ma soprattutto un’urgenza a cui noi siamo chiamati a rispondere quando parliamo di arte: ascoltare.

La serie è girata interamente in 4k UHD e offre riprese di qualità eccezionale, probabilmente tra le più belle mai viste in una serie di documentari. Grazie all’abbonamento Netflix potete godervela su smartphone, tablet, pc e smart tv. Perfetta per una domenica pomeriggio.

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Il sale della terra di Wenders e Salgado

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Il mondo di Steve McCurry a cura di Gianni Riotta

tales-by-light

Genere: Documentario
Direzione artistica: Abraham Joffe
Direttore della fotografia: Jason Mclean

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Manchester Orchestra

A Black Mile To The Surface

2017, Sony Music, Usa
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This is the wave that you could never conquer
Losing the smallest piece of truth we used to know
I wasn’t prepared to embark with the wolf of the mountain
It wasn’t a place that we could call our own

Dopo il grande successo del 2014, Hope, i Manchester Orchestra tornano con un disco carico di sonorità autentiche e cupe senza eccedere nel rock più crudo, scivolando in ballate dal sapore folk autentiche e innovative. La magia sprigionata da questo disco trova la sua forza in un percorso evocativo e intenso attraverso suggestioni che toccano molti generi musicali per restituirli nuovi e vitali in tutti i pezzi di questo meraviglioso album. La tensione è costante e ipnotica mantenuta attraverso percorsi sperimentali e testuali nuovi. La band, infatti, nonostante sia originaria di Atlanta, sceglie di omaggiare la città inglese di Manchester in riferimento alle loro influenze artistiche più innovative del rock (The SmithsThe Stone RosesThe Fall, e molti altri).

In molte canzoni troviamo un elemento predominante: in The Maze e The Gold abbiamo le voci che riescono a sostenere il ritmo frenetico della canzone scivolando poi nel gospel finale, canzoni molto intimiste e scarne come The Parts, pezzi ritmici come Lead, SD. Drammatiche ed emozionali come The Wolf, The Silence che scelgono di raccontare storie suggestive di figli abbandonati, viaggi e rapporti umani che si susseguono mentre la capacità della band di catturare completamente l’attenzione di chi ascolta non viene mai meno.

Un disco che è un grande gioiello.

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Radiohead – Ok computer
The National – Trouble will find me

Guarda anche: Joel ed Ethan Coen –  A proposito di Davis

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Matt Ross

Capitan Fantastic

2016, Usa, Good Film
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“Ho fatto un errore bellissimo ma un errore. E io lo sapevo…”

Ben e la moglie hanno scelto di crescere i loro sei figli lontano dalla città e dalla società, nel cuore di una foresta del Nord America. Sotto la guida costante del padre, i ragazzi, tra i cinque e i diciassette anni, passano le giornate allenandosi fisicamente e intellettualmente: cacciano per procurarsi il cibo, studiano le scienze e le lingue straniere, si confrontano sulle conquiste scientifiche e le ultime teorie in campo matematico,  sui capolavori della letteratura e sulle conquiste della Storia. Suonano, cantano, festeggiano il compleanno di Noam Chomsky e rifiutano il Natale e la società dei consumi. Ma sarà la morte della madre a gettare la famiglia in pasto al mondo reale mettendo in discussione un modello utopico così estremo e spingendo tutti  verso radicali cambiamenti.

Questa commedia agrodolce si regge sulla magistrale interpretazione di Viggo Mortensen  e George MacKay che interpreta il primogenito Bodevan, ormai pronto per il college. Queste due anime incarnano perfettamente il conflitto che l’educazione del domani sarà costretta a sostenere per mantenere i giovani liberi e autonomi rispetto alla società dei consumi, senza però farli rinunciare alla vita reale che non è, appunto, solo competizione o scontro ma anche incontro con l’altro e le sue realtà. E il padre Ben incarna perfettamente la contraddizione che si genera nella figura paterna che ha assunto su di sé il ruolo di educatore e anche di padre finendo poi per diventare un dittatore con il quale è impossibile dialogare senza scivolare in slogan o criptiche parlate in esperanto per non farsi scoprire. Capitan fantastic è appunto l’incarnazione del super eroe (il padre) che non riesce a sostenere il peso della realtà e della verità stessa che la vita sia un enorme compromesso con la nostra libertà e quella degli altri per mantenere una società più giusta e solidale.

Tra scene esilaranti e momenti drammatici affiorano anche le ottime interpretazioni recitative dell’intero cast.

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Into the Wild – Sean Penn

Ascolta anche:

Eddie Vedder – Water On The Road (full concert)

Leggi anche:
I padroni dell’umanità – Noam Chomsky

capitan-fantastic

Genere: drammatico, commedia

Regia: Matt Ross

Sceneggiatura: Matt Ross

Distribuzione: Good Films

Fotografia: Stéphane Fontaine

Montaggio: Joseph Krings

Musiche: Alex Somers

Cast: Viggo Mortensen, George MacKay,  Samantha Isler,  Annalise Basso, Steve Zahn, Kathryn Hahn, Frank Langella,  Ann Dowd, Missi Pyle, Erin Moriarty

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Woody Allen

Cafè Society

2016, Usa, Warner Bros
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La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo

Siamo a Hollywood nei ruggenti anni ’30 americani. L’Europa è dilaniata dalla guerra mentre l’America sta fondando i suoi nuovi miti attraverso l’elegantissimo cinema e il suo immaginario patinato attorno alle star che lo popolavano. Troviamo Bobby, giovane newyorkese, desideroso di diventare uno sceneggiatore e si fa assumere come fattorino dallo zio impresario del mondo cinematografico.  Qui conosce Vonnie, Veronica, una giovane segretaria tanto bella quanto misteriosa. I due inizieranno ad uscire insieme ma Bobby non sa che il loro amore conoscerà molti ostacoli e un futuro a New York lo attende nuovo di zecca.

Cafè Society è un film elegantissimo. Ritroviamo l’ambizioso Woody Allen che ormai stanco del feroce cinismo che lo contraddistingue sembra, invece, cavalcare l’onda di nostalgia che sembra aver investito questi anni di passaggio. Cafè Society è un film sul piacere negato, sull’amore mancato per un soffio, sulla nostalgia di un mondo ancora possibile, sulle scelte sbagliate e che ci segnano a vita. Cafè Society ribadisce un concetto che nella nostra società non contempliamo più ovvero: le scelte che compiamo ci segnano in maniera indelebile. Non sempre si può ricominciare da capo, non sempre si possono aggiustare le cose, non sempre si è così giovani per poter ripartire. Allora bisogna pagare pegno, andare avanti e con profonda onestà scendere a compromessi con se stessi e con gli altri.

Cafè Society è anche la nostra nostalgia per il passato come il celebre La La Land ha ricordato con più forza e incisività. E’ una commedia in cui riconosciamo i nostri sentimenti lasciati ostaggio dello smarrimento e ci congedano in un clima di rinuncia e di struggimento. Ma l’impossibilità di compiere il desiderio, di trovarsi o pensarsi in due sembra un prezzo eroico da pagare quando si ha la certezza che il medesimo istante e il medesimo sentimento è condiviso nonostante il tempo e la distanza, un piccolo momento di felicità che si svincola fra battute esilaranti, scene grottesche e personaggi indimenticabili come solo Allen riesce a regalarci  (ok, non sempre, ma in questo caso possiamo dirlo di esserci riuscito), il tutto condito da una meravigliosa colonna sonora jazz che come da tradizione ha inghiottito gli anni ruggenti per lasciare spazio alla malinconia.

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La La Land di Damien Chazelle

Leggi anche:

Elizabeth Jane Howard -La saga dei Cazalet. Gli anni della leggerezza 

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Bill Evans – Piano poet 

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Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Vittorio Storaro
Montaggio: Alisa Lepselter
Cast: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Steve Carell,  Blake Lively, Parker Posey, Jeannie Berlin, Stephen Kunken

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The National

Trouble Will Find Me

2013, 4AD, New York
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There’s some things that I should never
Laugh about in front of family
I’ll try to call you from the party
It’s full of punks and cannonballers
I need my girl
I need my girl

Trouble Will Find Me è un disco spartiacque che anticipa con lungimiranza l’ultimo singolo della band uscito poche settimane fa: Guilty Party.

Trouble Will Find Me è un disco del 2013 ma sembra essere attualissimo per atmosfere e sonorità che ci catturano in tempi inquieti e velocissimi.  E’ un viaggio nei demoni che ci colgono proprio quando siamo distratti, dispersi oppure siamo noi stessi a chiamarli mentre il mondo sembra scivolarci dalle mani.  Nel 2013 inizia la nuova fase della band di Cincinnati. Matt Berninger inizia un approccio nuovo con i testi vivendoli con immediatezza e confidenza, accantonando i giri di parole e la retorica fatta di immagini visive per abbandonarsi a una scrittura quasi da diario, a tratti in modo eccentrico (Pink Rabbits e Don’t Swallow The Cap), esplicita sia quando parla d’amore (I Need My Girl) che quando si addentra nell’analisi introspettiva e personale (Demons).

Insomma i National abbandonano una retorica che sembrava averli catturati nel precedente album, soprattutto musicale, per potersi dedicare alla profondità e l’introspezione sperimentando dimensioni nuove ma senza rinunciare mai alla propria formazione e vocazione.  Il punto più alto raggiunto dalla band nel 2007 con Boxer ha segnato un lungo processo di maturazione artistica in cui i ragazzi di Cincinnati hanno scelto di dialogare con i propri ascoltatori per abbattere ogni resistenza nei testi ma soprattutto ogni distanza. La sensazione di questo disco è forse il punto più alto di svolta in cui si assiste a una conversazione intima (quasi unplugged in Hard to Find) dove sacrificando un ritmo aggressivo  i National scivolano accanto alle vite di ognuno di noi.

Il disco ospita anche collaborazioni più o meno silenti con gli Arcade FireSt. Vincent.

Ascolta il nuovo singolo: Guilty Party
Leggi anche: Paolo Cognetti – Le otto montagne
Guarda anche: Cloro

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Brian K. Vaughan

Under the Dome

2013, CBS, America
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Che stai facendo?
Non lo so, forse riesco ad aggiustarlo.
Davvero? Quell’affare è esploso come la morte nera.
Sì, ma l’Impero ha ricostruito la Morte Nera nel Ritorno dello Jedi. Era quasi del tutto operativa.
Mi piacciono i nerd.

Under the Dome è la serie cult ora trasmessa da Netflix ispirata al romanzo di Stephen King The Dome. Tutto si svolge dentro i confini di Chester’s Mill, una piccola cittadina del Maine, quando una misteriosa cupola trasparente e insonorizzante taglia fuori gli abitanti dal resto del mondo. Trasformatasi presto nella loro prigione, ci mostrerà come mantenere in piedi una struttura sociale in completo isolamento sia una impresa estrema (così come altre serie prima di questa per esempio Lost).

I conflitti sociali generati dall’isolamento sono molteplici: mancato approvvigionamento di acqua potabile, cibo, propano per il riscaldamento, raccolti completamente esposti agli agenti climatici, difficoltà a mantenere l’ordine e la giustizia. I medicinali e le strutture mediche entrano immediatamente in declino mostrando ancora una volta come le nostre società siano intimamente connesse fra loro per garantire in ogni momento i generi di prima necessità. Nessuno può vivere isolato mancante cioè di quella struttura sociale profonda in grado di sostenerlo e garantirne i diritti e i doveri.

Ecco che allora i cattivi diventano buoni, Dale “Barbie” Barbara è un reduce di guerra coinvolto in un omicidio, il quale abbraccia la causa e intraprende una relazione amorosa con la giornalista Julia Shumway o il sindaco della cittadina “Big Jim” Rennie che invece cerca un equilibrio tra il suo senso di responsabilità da leader e i suoi sporchi affari; oppure suo figlio, che disonora se stesso legando nello scantinato una giovane ragazza che voleva troncare la loro relazione. Mentre i giovanissimi protagonisti Joe e Norrie sono alla ricerca della fonte di energia primaria che tiene la cupola attiva sviscerando teorie metafisiche e paranormali, i problemi della città risultano sempre più crudi ed elementari. La causa della formazione della cupola ci mostra un mondo altro da cui difficilmente troveremo una soluzione senza scivolare nel mistero più oscuro.

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Stephen King, The Dome

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Stranger Things 

Ascolta anche:

Metallica, Metallica Black Album

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Regia: Brian K. Vaughan
Soggetto: Stephen King
Genere: Fantascienza, Horror
Cast: Mike Vogel, Rachelle Lefevre, Natalie Martinez, Britt Robertson, Alexander Koch, Colin Ford

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Tetsurō Araki

L’attacco dei giganti

2013, Giappone, Wit Studio
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“Perchè nonostante fosse la cosa più pericolosa in assoluto sei voluto uscire nel mondo esterno Eren?
“Perchè in questo mondo ci sono nato, mi appartiene!”

Diverse centinaia di anni fa, in un medioevo fantastico, la razza umana fu quasi sterminata dai giganti. Sono alti più di venti metri, alcuni esemplari quasi cinquanta, e hanno fattezze antropomorfe. Tuttavia non sembrano essere creature intelligenti e non sono dotati di parola, essi divorano gli esseri umani solo per il gusto di farlo in quanto non hanno alcuni bisogno fisiologico da soddisfare: non mangiano, non dormono e non si riproducono. L’umanità sopravvissuta, quasi un 20%, si raduna in città concentriche e fortificate da mura gigantesche che neanche i giganti riescono a superare: il Wall Maria.
Eren è un adolescente che vive in questa città, dove non si vede un gigante da oltre un secolo. Ma presto un orrore indicibile si palesa alle sue porte, ed un gigante più grande di quanto si sia mai sentito narrare, appare dal nulla abbattendo le mura ed imperversando assieme ad altri suoi simili fra la popolazione. Eren, vinto il terrore iniziale, si ripromette di eliminare ogni singolo gigante, per vendicare l’umanità tutta unendosi al gruppo di ricognizione speciale dotato di armi, come il movimento tridimensionale, per sconfiggere i giganti.

L’attacco dei giganti è nato come manga nel 2009 diventando poi un anime di successo mondiale nel 2013. L’autore Tetsurō Araki ha curato anche la sceneggiatura di 25 episodi. L’attacco dei giganti scava nelle radici e nelle saghe mitiche di tutto il mondo, esattamente come l’umanità sopravvissuta eterogenea nella nazionalità oltre che nella lingua e negli usi. I giganti da sempre sono nemici giurati dell’umanità in tutte le saghe mitiche, compresa quella biblica. Sono simbolo di tutte quelle forze incomprensibili, impossibili da gestire e assimilare: il nemico assoluto che ci mostra la nostra fragilità insanabile di fronte a fenomeni che non possiamo in qualche modo contrastare ma solo subire. Ma se restiamo uniti, sicuramente, troveremo una soluzione per vincere anche chi sembra invincibile.

Un anime fantastico carico di azione, fantasy, horror e splatter senza risultare mai gratuito o scontato.

Dalla serie Anime è stato tratto un film riassuntivo in attesa della seconda stagione dell’anime distribuito dalla Nexo Digital. L’anime è sicuramente più esteso, travolgente e adrenalinico.

Se ti è piaciuto l’anime leggi anche il manga da cui è tratta la serie.

Guarda anche: Rouge One – A Star Wars Story. Perché la fine non può segnare che l’inizio di altre epiche battaglie.

Ascolta: Amon Amarth Deceiver of the Gods

lattacco_dei_giganti_anime

 

Regia: Tetsurō Araki
Musiche: Hiroyuki Sawano
Produzione: Studio Wit Studio, Production I.G
Distribuzione italiana: Rai 4, Netflix italia

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