Archivio dell'autore: Cinzia Carotti

Queen

Innuendo

1991, Parlophone
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 “…to the end of time”.

Il 1991 è un anno di svolta. La caduta del muro di Berlino, il crollo degli imperi socialisti, la vittoria (solo temporanea) degli Stati Uniti quali unica grande potenza mondiale.  I Queen avevano assorbito come spugne i cambiamenti in atto. Da gruppo di punta del glam- rock, con gli ’80 si erano via via spostati su piani di maggior successo. La band di culto ne era uscita trasformata, tant’è che moltissimi fan si sentirono come traditi dal cambio radicale di musica molto più indirizzata alla sperimentazione pop. Inoltre Freddie Mercury divenne una vera e propria icona gay con capello corto, canotta e baffo virile.  Nel 1989 Freddie scopre di essere affetto da HIV. Mercury si toglie la maschera. L’autenticità delle cose che scrive raggiunge vette mai sfiorate in precedenza. Gli anni ’90 cominciano anche nel mondo dei Queen, portando in esso la loro rivoluzione. Musicalmente i pezzi mantengono l’intensità dei dischi precedenti, ma con durezza e grazia inedite. Innuendo fu l’ultimo vero album dei Queen, una sorta di “testamento” ideale del gruppo.  L’album inizia non a caso con un pezzo dal sapore epico, che si propone come l’ ideale successore di Bohemian Rhapsody. In sei abbondanti minuti, Innuendo rispolvera le potenzialità della band con il celebre break spagnoleggiante in mezzo, e un testo ermetico ed enfatico al punto giusto. Meno memorabili, ma più godibili, sono invece i più prevedibili anthems Headlong e Hitman.

L’aspetto più evocativo dell’album emerge invece nei momenti in cui lo spettro della malattia di Mercury mostra la sua ombra più cupa. These Are The Days Of Our Lives. Bijou è l’omaggio di May all’amico Freddie, ed è una summa del suo stile chitarristico. E, infine, The Show Must Go On, forse il brano quintessenziale del gruppo inglese: retorico e kitsch come da copione, con l’impianto glam che si evolve in parti strumentali e vocali complesse.

Ascolta anche:

Queen – Bohemian Rhapsody

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Frank Spotniz

The Man in the High Castle

2016, Amazon Studio
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Non ho paura di morire, solo di una morte senza onore.

The Man in the High Castle è la serie di Frank Spotniz prodotta dagli Amazon Studios che immagina cosa sarebbe accaduto se le potenze dell’Asse avessero vinto la II Guerra Mondiale. La Germania e l’Impero Giapponese si sono spartiti gli Stati Uniti d’America e una terra senza legge (la Zona Grigia) fa da cuscinetto tra le due potenze. Le mire espansionistiche del Reich, forte di tecnologie avanzate e di un potente arsenale nucleare, sono tenute a freno solo dalla volontà del Führer di mantenere la pace con Tokyo, ma le ambizioni personali dei gerarchi tedeschi e le pulsioni nazionaliste tra quelli giapponesi minano questo delicato equilibrio. In questo contesto, un gruppo di rivoluzionari si oppone ai vincitori e cerca di recuperare dei pericolosi e misteriosi film, fulcro dell’intera serie e desiderati da ognuna delle fazioni. L’enigmatica figura dell’Uomo nell’Alto Castello sembra intimamente legata ai film, che potrebbero mettere completamente in discussione lo status quo.

The Man In The High Castle è basata sul romanzo ucronico (cioè fanta-storico) di Philip K. Dick La Svastica sul Sole. La serie risulta, tuttavia, essere molto più complessa del libro e si regge sulla profondità e la caratterizzazione dei personaggi. Per la resistenza abbiamo Giuliana figura enigmatica e risoluta, camaleontica sempre in bilico fra il dovere e il sentimento e dall’altra il manipolatore Obergruppenführer John Smith, che riesce più di ogni altro a farci entrare nell’intimità della mente del suo personaggio. Gli altri tre protagonisti sembrano invece cristallizzati nelle loro espressioni di sorpresa e dolore, completamente smarriti mentre si muovono a tentoni sulla scacchiera cieca.

The Man in The High Castle è anche una metafora sulla potenza della creatività, sulla grande suggestione che hanno le immagini nella nostra vita e su come l’arte agisca nella realtà attraverso la percezione che abbiamo di essa.

Magistrale.

Per la violenza delle tematiche proposte è un prodotto destinato alla visione di maggiori di 14 anni.

Se ti è piaciuto guarda anche:

Robert Zemechicks – Allied. Un’ombra nascosta

Leggi anche: P.K.Dick – La svastica sul sole 

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Regista: Frank Spotniz
Genere: Distopico ucronico
Cast: Alexa Davalos, Rufus Sewell, Luke Kleintank, Cary-Hiroyuki Tagawa, Joel de la Fuente

 

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Muse

Simulation theory

2018, Uk
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The pressure is growing exponentially
I’m trying to keep up to speed with you
Your lane changing is oscillating me

Il trio britannico riesce ancora una volta a sorprendere per la metamorfosi continua a cui si sottopongono ad ogni disco. Già la copertina di questo “Simulation Theory” (realizzata da Kyle Lambert, autore della locandina della serie-tv “Stranger Things”) apre a una dimensione del tutto nuova per il gruppo britannico abituato a impronte molto più cupe e molto più rock. Il gruppo ci catapulta in un disco dai toni fortemente distopici, ironici, crudeli che tanto caratterizzano il fenomeno cyberpunk.

Simulation Theory rientra nel filone iniziato con Drones,  con ormai i consueti riff e assoli e l’enfatico rock elettronico suonato a massimo volume sperimentando, però, nuovissimi territori. I Muse in questo lavoro hanno usato diversi stili dal pop all’hip-hop generando nuove prospettive sonore. Accompagnato da una copertina che strizza l’occhio alla retro mania lanciata da Netflix e Ready Player One, con richiami a film sci-fi e fantasy anni ’80, “Simulation theory” è il disco più pop dei Muse. Le atmosfere sono meno cupe rispetto ai precedenti lavori, lo stato d’animo meno pessimista, è più semplice e leggero. “The dark side”, ad esempio, si apre con un ritmo e una frase di tastiera da synth pop anni ’80, mentre “Break it to me” ha il carattere essenziale del pop contemporaneo, con l’aggiunta di un riff meccanico ed echi mediorientali. È più radicale l’esperimento di “Propaganda” con il team di Timbaland.

“Simulation theory” descrive una parabola che va dalle visioni claustrofobiche di “Algorithm”, che su un ritmo meccanico e note ascendenti di sintetizzatore ci descrive come intrappolati in mondo di algoritmi, al messaggio di speranza di “The void”, accompagnato da un arpeggio classicheggiante di pianoforte. Il disco prende la tecnologia come un dato di fatto, cerca di raccontare come cambia la nostra identità e i nostri rapporti con il mondo senza però sfociare nell’apologetica distopica.

Un risultato sorprendente per una band storica che ha deciso di buttarsi completamente nella più pura sperimentazione.

Se ti è piaciuto guarda:

Stranger Thinghs Stagione 1 e Stagione 2

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Chris Columbus, Alfonso Cuaron, Mike Newell, David Yates

Harry Potter – La Saga

2001-2011 Regno unito, Usa
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Dopo tutto questo tempo Severus?
Sempre.

E’ sempre difficile iniziare ma questa citazione è quanto mai precisa. Sono passati vent’anni dalla prima pubblicazione di Harry Potter e la pietra filosofale e lo celebriamo ancora come se non fosse passato un giorno dalla sua comparsa in libreria. Harry Potter è parte di noi. E’ una saga universale perché duella con la morte sin dalle prime righe del libro La pietra Filosofale fino all’epica conclusione cinematografica. I film sono stati concepiti sin da subito come un corredo complementare per dare forma a quell’immaginario epico che traspare dall’inchiostro di J.K Rowling.

La prima osservazione da fare in merito è sui quattro film che aprono la saga. Il tono è diametralmente diverso rispetto agli altri quattro perchè svolgono una funzione precisa: dare corpo ad un universo narrativo e uno stile visivo necessario per generare gli scenari madre su cui si dipana l’intera storia. Si è partiti con il registro scanzonato del primo e del secondo film, La pietra filosofale e La camera dei segreti, entrambi diretti da quel Chris Columbus che negli anni ’90 aveva conquistato bambini e adulti con film come Mamma ho perso l’aereo e Mrs. Doubtfire. Entrambi risultano quasi fiabeschi, lontanissimi dai toni cupi degli ultimi film che abbiamo imparato a conoscere.  La vera mente dietro ai tutti gli otto film della saga è però quella di Steve Kloves sceneggiatore di alto livello oltre che un ottimo lettore della saga, della sua evoluzione ma soprattutto colui che ha saputo leggere al meglio la crescita dei personaggi capendo cosa tagliare e cosa mantenere rispetto all’universo della Rowling.

Il terzo episodio è il più dark della saga e se vogliamo quello meno commerciale del gruppo. Il Prigioniero di Azakaban apre con un siparietto comico, ma si avverte subito il sottile senso di disagio e inquietudine che impregna i cieli ora plumbei. E la successiva apparizione del dissennatore sull’Hogwarts Express è il segnale definitivo che qualcosa è cambiato. Il regista che stavolta prende le redini è Alfonso Cuaron e compie una scelta di rottura coraggiosa: inizia a mostrare il duello dei nostri protagonisti con la morte, incarnata dai mostruosi esseri che succhiano anima e felicità ai nostri amatissimi amici. Poco tratteggiata la storia dei Malandrini che viene compresa a pieno solo attraverso i libri creando un grave errore di regia.

Per  Il Calice di Fuoco abbiamo un cambio di regia Mike Newell che ottiene il difficile compito di ritrarre l’episodio più divertente e centrale di tutta la saga: il Torneo Tre Maghi. L’adolescenza fa incursione nel nostro trio portando con sé i primi amori e i primi balli studenteschi. Le sfide avvincenti lasciano il passo ad presagio di morte sempre più concreto. Il tragico, bellissimo doppio finale della rinascita di Voldemort e della morte di Cedric Diggory  traccia con decisione la strada da percorrere da ora in avanti. Dopo quattro film inizia a delinearsi con chiarezza la cifra stilistica che contraddistinguerà tutta la seconda metà della saga potteriana: la morte è infine giunta.

Nel frattempo L’ordine della fenice libro vende in meno di 24 ore ben 5 milioni di copie in tutto il mondo.  Il film ha sulle spalle il compito difficilissimo di dare una svolta alla saga cinematografica reggendo il peso di un libro eccezionalmente complesso. Abbiamo ordini sovversivi, profezie, attentati, manipolazione dei media e controllo dell’opinione pubblica,  sino alla grande resistenza portata avanti in segreto dall’Ordine della Fenice.  Alla macchina da presa parte Michael Goldenberg che lascia il compito a metà assegnato poi al regista David Yates, che diventerà poi la mente cinematografica più amata dalla Rowling a cui affiderà anche il famosissimo prequel Animali Fantastici e dove trovarli che prosegue nelle nostre sale in questi giorni e di cui abbiamo recensito qui il secondo capitolo . Il sesto film, Il Principe Mezzosangue,  è il trionfo del signore oscuro: la morte giunge alle porte della casa magica più amata: Hogwarts. Draco Malfoy vivrà il suo momento più doloroso e tragico, mentre ad Harry spetta il più penoso dei compiti quello di accompagnare un amico fra le braccia della sua fine. Ron ed Hermione assistono impotenti agli eventi mentre una determinatissima Ginny Weasly inizia ad imporsi nel cuore compromesso di Harry.

Da qui Yates prende una strada ben precisa volendo raccontare l’evolversi del rapporto di amicizia che lega i tre del Golden Trio. Divide I Doni della morte, il libro che ha venduto più copie della storia della letteratura mondiale,  in due parti. La rischiosa decisione di raccontare la storia dell’ultimo capitolo in due film solleva diverse perplessità sull’effettiva possibilità di poter spezzare in due un unico arco narrativo.I doni della morte – Parte  I regge bene al colpo. Il film riporta l’attenzione sul nucleo emotivo dei tre personaggi principali, vero punto di forza e motore dell’atto finale. Incanta anche per l’emozionante ricerca degli Horcrux frammenti di anima dello stesso Voldermort aggrappati ad oggetti magici di straordinaria portata che, se non distrutti, gli consentono la vita eterna. Hermione è l’unica ad aver compreso il senso ultimo della loro missione (e che nel film non viene spiegato): l’anima frammentata negli Horcrux non resta umana, è solo un espediente mostruoso per tenere in vita un corpo privo di ogni emozione realmente positiva. Un Horcrux è l’opposto dell’anima, è il patto con il diavolo per poter restare aggrappati ad una vita ormai completamente priva di senso. Bisogna, quindi, fermare il male assoluto che si annida nella paura stessa della morte. Più si ha vissuto una vita miserabile, e senza affetti , più si avrà paura di morire al punto da vendere la propria anima in cambio dell’illusione di una vita eterna. Voldemort può morire perché è intriso di paura. In contrasto abbiamo l’evoluzione dell’amicizia messa profondamente in crisi dalla caccia all’uomo che i nostri sono costretti a subire.

I doni della morte – Parte II si rivela essere il secondo atto, appunto, di un unico grande film. Non si preoccupa di riagganciarsi col precedente, se non per una brevissima scena iniziale, ma ne è la prosecuzione diretta. L’ultimo capitolo arricchisce retroattivamente l’intera saga, non solo chiarendo i punti oscuri della trama, ma suggerendo sfumature di grande suggestione e carica emotiva. Giunti alla fine, lo spettacolo che abbiamo davanti agli occhi ha una dimensione epica, intima e grandiosa allo stesso tempo. Harry subisce l’evoluzione più forte segnando il proprio destino, Hermione e Ron maturano e diventano inesorabilmente adulti attraverso il dolore e la perdita di persone amate in quella che sarà ricordata come la Seconda Guerra magica. Meravigliosa una scena della battaglia finale dove i nostri rivivono retroattivamente tutti  i mostri che hanno incontrato durante tutta la saga (nell’esatto ordine Harry salva Hermione da morte certa per mano di un Troll – i Ragni della foresta proibita nella camera dei segreti- Grey il lupo mannaro – i disennatori – ed infine Voldemort):

Ho cercato in rete fanvideo che potessero riassumere al meglio l’evoluzione del nostro Trio, in questo anniversario ventennale, proprio attraverso la mente e il cuore di chi li ha amati di più:

Harry Potter

Ronald Weasly 

Hermione Granger

The Golden Trio 

E qui il saluto del cast durante l’ultimo giorno di ripresa de I doni della morte parte II .

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Avete ancora dei dubbi sulla maratona cinematografica di questo Natale 2018?

 

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Haifaa Al-Mansour

Mary Shelley, un amore immortale

2018, Parallel Film, Regno Unito
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Ognuno di noi scrive una storia, una storia di fantasmi. Guardate oltre!

Siamo davanti alla nuova prova cinematografica di Haifaa al-Mansour che dopo l’avvincente La bicicletta verde torna a parlare di donne dalla carica rivoluzionaria.

Mary Shelley era figlia di un filosofo, editore e della protofemminista, Mary Wollstonecraft, autrice del magnifico A Vindication of the Rights of a Woman (La rivendicazione dei diritti della donna). Questa morì di setticemia a pochi giorni dal parto, mentre il padre introdusse Mary al latino, al greco, e le trasferì l’amore per la lettura. La coltissima Mary inizia a scrivere sin da giovanissima ma senza risultati soddisfacenti. Decide di abbandonare le opere classiche per connettersi a quello sentiva proprio: un profondo senso del gotico, dell’orrore, la passione per la meccanica e la scienza e la profonda fame di passione. Inizia così a concepire l’immortale romanzo Frankenstein. Il racconto confinato nella gioventù ha però uno sviluppo dopo la conoscenza del poeta Percy Shelley, la liaison illegittima perché il poeta era sposato, l’incontro con Polidori, Byron e infine la tormentata stesura definitiva del suo Frankestein, o il moderno Prometeo.

Haifaa Al-Mansour prosegue con Mary Shelley la sua ricerca personale sull’esclusione. Sensibile e in prima linea per la causa femminile, il suo sguardo questa volta si rivolge al passato, travalicando l’Europa gotica e vittoriana il cui ambiente esplosivo ha permesso di ritrarre una donna dall’enorme propensione rivoluzionaria. Mary trova la sua voce intima e la mette su carta, firmando la sua arte personalmente cosa più unica che rara all’epoca, superando così i limiti dello spazio e del tempo gettando le basi per quello che sarà il genere del romanzo di fantascienza.  Mary Shelley è un film sulfureo (come i suoi poeti) che racconta di un mito orrorifico e di un figlio ‘mostruoso’ nato da una relazione vulcanica e di un gioco di società. I protagonisti sopraffatti da una morale artificiale e crudele sposano l’immaginazione come unica risorsa per un gruppo di giovani artisti “in collera” che si scopriranno indifesi ed esposti alla distruzione nonostante il lusso sfrenato e le possibilità economiche delle loro famiglie.

Il film prosegue a tratti altalenante con leggere sfumature idealizzazione romantica ma nel complesso restituisce un ritratto pieno e sgargiante della sfortunata e magnifica Mary Shelley. Magnifica Elle Fanning  perfetta nel ruolo della scrittrice inquieta.

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Lita Judge, Mary e il mostro

Guarda anche:

Jane Campion, Bright star
Julian Jarrold, Becoming Jane

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Regia: Haifaa al-Mansour
Sceneggiatura: Emma Jensen, Haifaa al-Mansour
Fotografia: David Ungaro
Montaggio: Alex Mackie
Effetti speciali: Ken Fitzke
Musiche: Amelia Warner
Cast: Elle Fanning, Douglas Booth, Tom Sturridge, Bel Powley, Stephen Dillane, Ben Hardy, Maisie Williams, Joanne Froggatt

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Corin Hardy

The Nun

2018, Warner Bros
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“Che significa?”
“Qui finisce Dio”

The Nun, il film diretto da Corin Hardy, è ambientato in un’abbazia della Romania.
Quando una giovane suora di clausura si toglie la vita, un prete con un passato burrascoso e una novizia sul procinto di prendere i voti, vengono inviati dal Vaticano per fare luce sull’evento.
Insieme ad un ragazzo del luogo detto il Francesce, scopriranno il diabolico segreto dell’ordine si e troveranno al cospetto del demone già protagonista della saga The Conjuring – Il caso Enfield, mentre l’abbazia diventerà un terrificante campo di battaglia tra i vivi e i dannati.

Anche se The Nun non è particolarmente orrorifico, vanta una bella fotografia e immagini raccapriccianti al punto giusto, spalla a spalla con la splendida estetica horror anni ’70 di The Conjuring. Hardy fa un ottimo lavoro ambientando il film nella Romania degli anni ‘50 per creare un’atmosfera decisamente “creepy” e inquietante. Lo spin off The Nun si inserisce e chiarisce alcuni aspetti della saga de L’evocaizone (The Conjuring) e conferisce un nuovo livello narrativo; apprendiamo, infatti, chi ha aperto il varco per il demone Valak sino al suo epilogo che ha coinvolto il Vaticano e i suoi studiosi di paranormale. Uno degli elementi che ha contribuito a rendere tanto amato il franchise di The Conjuring è stato, appunto, il fatto di essere tratto da una storia, o meglio da un caso, apparentemente vero. Con questo si intende che sia la possessione della famiglia Perronsia quella dalla famiglia Hodgson sono effettivamente documentate, nel senso che ci sono sia video che registrazioni dell’intervento dei coniugi Ed e Lorraine Warren.

Spettacolari le musiche di Abel Korzeniowski

Se ti è piaciuto guarda anche:

Andres Muschietti, IT 

Alex Garland, Annientamento

Matt e Ross Duffer, Stranger Things 1 e 2 

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Regia: Corin Hardy
Sceneggiatura: James Wan
Musica: Abel Korzeniowski
Cast: Demián Bichir, Taissa Farmiga, Bonnie Aarons, Charlotte Hope, Jonas Bloquet

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Alessio Cremonini

Sulla mia pelle

Italia, 2018, Lucky Red
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“Quando smetteremo de racconta sta stronzata delle scale?
“Quando le scale smetteranno de menarce”

Quando pensiamo a Stefano Cucchi riconduciamo la nostra memoria a quel volto tumefatto, al corpo troppo magro e a tutte le bugie che la sua famiglia ha dovuto sopportare. Menzogne prima dal loro amato figlio, poi dallo Stato e poi dai medici. Il dolore di chi resta è una enorme responsabilità soprattutto quando la morte è ingiusta e nelle mani di chi dovrebbe proteggerci, anche se sbagliamo. Il film, per la regia di un magistrale Alessio Cremonini e un magnifico Borghi, cerca di colmare un vuoto su una morte inspiegabile, senza lanciare accuse ma ponendosi  domande su chi fosse davvero Stefano. E soprattutto perché le morti in carcere sono 172 dall’inizio di quell’anno terribile. Cucchi è solo uno dei 172 morti senza ragione. Chi è caduto dalle scale, chi mentre tenta di togliersi la vita non viene udito, fermato, bloccato, chi semplicemente non viene neanche cercato e resta dimenticato in un mucchio di fascicoli.

La storia la conosciamo tutti. Racconta l’ultima settimana di detenzione in cui Stefano muore. E’ caduto dalle scale, così dichiara, e la lacerazione degli organi interni a causa della caduta è tale da ucciderlo lentamente. Cucchi non vuole essere curato, non beve, non mangia. E’ inconsolabile nel suo dolore. I famigliari vengono tenuti in ombra, non posso avvicinarlo in alcun modo. Il film, saggiamente, non è un atto di beatificazione quanto un magistrale affresco di autodistruzione. Aderente ai fatti, ai verbali dei processi, alle testimonianze, al contrario ricostruisce un’esistenza votata alla rovina senza nulla nascondere. Mostra da un lato il disprezzo per la propria vita votata al consumo di sostanze e alla lenta agonia cui ti condannano. Dall’altro il disprezzo per la vita degli altri, di quelli che non capiamo e giudichiamo, e in virtù di tale giudizio che reputiamo superiore, li annientiamo. Di sfondo troviamo l’amore della famiglia, chi svolge bene il proprio lavoro fra medici, carabinieri, polizia e uomini di stato oscurati dall’odio e dalla violenza di pochi.  La violenza è il vero male assoluto, la violenza offende tutti.

Un film necessario.

A causa delle immagini molto disturbanti e per la tematica trattata il film è consigliato ad un pubblico superiore ai 14 anni.

Se ti è piaciuto il film ti consigliamo vedere anche il documentario: 148 Stefano mostri dell’inerzia di Cartolano sulle morti carcerarie. 

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Genere: Drammatico
Regia: Alessio Cremonini
Distribuzione: Lucky Red, Netflix
Sceneggiatura: Alessio Cremonini
Cast: Alessandro Borghi, Max Tortora, Jasmine Trinca, Orlando Cinque

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Anders Walter

I Kill Giants

2018, Usa, Netflix
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Siamo sempre più forti di quel che crediamo

Barbara Thorson è una dodicenne, geek e amante dei giochi di ruolo, che fa a botte (letteralmente) con gli altri adolescenti che non riescono a comprenderla.  Nessuno di loro sa che Barbara li protegge da una minaccia incombente: i Giganti. Queste creature arriveranno presto a devastare la città e l’unica in grado di fermarli è Barbara in possesso di un martello magico, l’unica arma in grado di danneggiarli. La guardiana monta trappole, esche, scruta i presagi per cogliere i segnali di arrivo dei Giganti. Suo fratello e sua sorella non si curano della sua missione, mentre Sophia la nuova arrivata dall’Inghilterra sembra prenderla in simpatia e inizia a seguirla con diffidenza.

I Kill Giants è approdato su Netflix portando sullo schermo la trasposizione del pluripremiato fumetto di Joe Kelly e Ken Niimura.
Fumetto gigantesco molto complesso e profondamente allegorico, I Kill Giants è stato tradotto fedelmente in questo ottimo prodotto curato dai creatori della saga filmica di Harry Potter e da Anders Walters, regista esordiente che ha saputo trovare le giuste atmosfere per una storia non facile, molto significativa e che colpisce al cuore. Le atmosfere, la solitudine maestosa di Barbara, la crudeltà del bullismo, la ferocia della vita, l’amore dei famigliari e degli amici fanno sì che questo racconto diventi una vera e propria parabola di speranza e di vita. A differenza del fumetto l’azione e i combattimenti sono resi ai minimi termini per lasciare spazio al thriller psicologico e alla tensione della protagonista che prova in tutti i modi ad adattarsi ed emergere in una società che la rifiuta in toto.

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il fumetto I Kill Giants – J.Kelly e Ken Nimura 

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Stranger Things – Matt e Ross Duffer 

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Regia: Anders Walter

Sceneggiatura: Joe Kelly

Musiche: Laurent Perez Del Mar

Cast: Madison Wolfe, Imogen Poots, Sydney Wade, Rory Jackson, Zoe Saldana

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Edward Zwick

La grande partita

2014, Usa
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Sai perchè la gente fallisce nella vita? Perchè non pensa. Immagina di pensare, invece va solo a naso.

La Grande Partita (Pawn Sacrifice), docudrama e biopic  sul prodigio degli scacchi Bobby Fischer diretto da Edward Zwick e con protagonista Tobey Maguire. Presentata al TIFF la pellicola segue la vera storia di Bobby Fischer, genio del gioco degli scacchi che nel 1972 fu protagonista della “partita del secolo” della World Chess Championship disputata contro il campione dell’USSR Boris Spassky, quest’ultimo interpretato nel film da Liev Schreiber.

Il racconto, anche attraverso i numerosi flashback dedicati all’infanzia tormentata del protagonista, è abile nella costruzione di un personaggio combattuto, diviso tra la voglia di primeggiare su tutto e la sua paranoia dilagante nei confronti dei sovietici, alimentata anche dalla spropositata campagna mediatica e dalla politica ossessiva di Richard Nixon.  La vicenda di Fischer , diventa, non lo sfoggio di un genio irrefrenabile, ma il prologo della morte di una stella. La storia de La grande partita, infatti, si esaurisce un attimo prima della lenta “scomparsa pubblica” di Fischer. Film attento e didascalico nel ritrarre il quadro di una figura complessa, resa quasi vittima di un clima politico al limite del delirio che mostrò al mondo intero la bellezza di uno sport intellettuale, antico come il mondo, avvelenato da scopi internazionali e manovre mediatiche.

Mirabile la fotografia di Bradford Young; musiche di James Newton Howard. Prodotto nel 2014, il film è stato distribuito in Italia direttamente sulla piattaforma digitale Netflix nel 2018.

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Regia: Edward Zwick

Sceneggiatura: Steven Knight

Distribuzione: Eagle Pictures

Musiche: James Newton Howard

Fotografia: Brandford Young

Cast: Liev Schreiber, Lily Rabe, Tobey Maguire, Peter Sarsgaard, Robin Weigert

 

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Greta Gerwig

Lady Bird

2017, Usa
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Sembro davvero una di Sacramento io non voglio sembrare una di Sacramento.
Tu lo sei Christine
Io non sono Christine, sono Lady Bird
Puoi giurarci che sei Christine, mia piccola Lady Bird.

Lady Bird è il sofisticato, ricercatissimo soprannome che l’adolescente Christine MacPherson sceglie per se stessa. Nata e cresciuta a Sacramento, in California, Christine sogna di trasferirsi a New York per frequentare una prestigiosa università dove vivere avventure e scovare opportunità a ogni angolo che nella sua cittadina le sembrano impossibili anche solo da immaginare. Giunta all’ultimo anno di liceo, la sua domanda di ammissione al college è povera di crediti extracurriculari, così per accedere al corso di studi dei suoi sogni, la diciassettenne è costretta a iscriversi al club teatrale del suo liceo dove inizierà davvero a capire come gira il mondo e chi davvero vorrà essere in futuro.

“Uno si crede incompleto invece è solo giovane” così Calvino cerca di depotenziare la sensazione di urgenza che attraversa tutti noi nei primi anni della maturità. Èd è quello che fa Greta Gerwig in questo suo racconto di formazione, per una volta tutto al femminile divertente, tenero ed ironico. Lady Bird è una giovanissima Holden trasferita dalle strade di Manhattan a quelle semideserte, silenziose, molto middle class – e con la crisi economica forse anche qualcosa in meno – di Sacramento. Lei si barcamena tra l’amica del cuore, un’indole polemica, le prime deludenti esperienze sentimentali e il difficile rapporto con la madre. Siamo nel 2002, tra l’11 settembre e la seconda guerra in Iraq, all’ultimo anno di un liceo cattolicissimo. Il sogno della ragazza è quello di andare a studiare in un’università prestigiosa dell’East Coast. La meta è sempre New York. La metropoli però si rivela solo un’immagine mentale a cui si sovrappone la ruvidezza intima di Sacramento. Il cuore di Lady Bird risiede quindi in questa capitale dello Stato della California, e per quanto provi a sfuggirvi scoprirà che sarà proprio quel tratto ruvido e pragmatico a salvarla dalla patinatissima NY post 11 settembre. La Gerwig è infatti nata e cresciuta, magari leggendo i saggi della giornalista e scrittrice Joan Didion, nativa di Sacramento anche lei e, come evidenzia la citazione a inizio film, fonte di ispirazione dell’operazione. Per tutto il film non possiamo fare a meno di chiederci se in qualche modo siano i luoghi a condizionare la nostra esistenza, il nostro destino, oppure siano le narrazioni e le percezioni degli spazi che ci costruiamo nella nostra memoria a condizionarci. Indirettamente nella citazione iniziale Joan Didion ha già risposto: “Anybody who talks about California hedonism has never spent a Christmas in Sacramento” frase del celeberrimo Blues Nights che la consacra come migliore autrice americana degli ultimi anni.

2 Golden Globe meritati. Delizioso.

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Libere, Disobbedienti, Innamorate – Mayasaloun Hamoud

 

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Genere: Commedia – Formazione
Regia: Greta Gerwig
Sceneggiatura: Greta Gerwing
Cast:  Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, Tracy Letts, Lucas Hedges, Timothée Chalamet

 

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