Archivio dell'autore: Daniele Bertazzoli

Wynton Marsalis, Eric Clapton

Wynton Marsalis and Eric Clapton Play the Blues – Live from Jazz at Lincoln Center

Reprise, 2011
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What’ll you do when you get lonely
And nobody’s waiting by your side?

Eric Clapton, ovvero “Slowhand”, “The man of the blues”, “God”, è uno dei musicisti più influenti di sempre. Nella sua lunga carriera ha suonato ogni tipo di genere musicale, sempre dando una venatura blues.
Wynton Marsalis è un trombettista jazz che ha saputo sposare perfettamente il jazz con la musica classica. È stato il primo musicista jazz a vincere il premio Pulitzer, nel 1997, con in triplo cd “Blood on the Fields”.

Questi due giganti della musica, nel 2011, hanno deciso di unirsi per un concerto all’insegna del jazz. Vengono proposti brani standard blues, ma riarrangiati in chiave jazz di New Orleans.
Ray Charles, Louis Armstrong, Howlin’ Wolf ed altri vengono ribaltati e riforniti di nuova linfa con trombe, tromboni, tastiere e clarinetti. Il grande talento dei due musicisti protagonisti viene perfettamente supportata dalla Jazz at Lincoln Center Orchestra (di cui Marsalis è direttore artistico). Un susseguirsi di virtuosismi ed improvvisazioni accompagnano l’ascolto brano dopo brano.

Il piccolo gioiello di questo album è, ancora una volta, Layla. Il famoso brano di Clapton viene suonato su insistenza della band pur non essendo in programma. Il risultato è meraviglioso: la complessità dell’arrangiamento non fa pesare la canzone, ma la veste invece di un nuovo abito che sembra fatto su misura.


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Wynton Marsalis - Wynton Marsalis

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L’autobiografia – Eric Clapton

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Davide Van de Sfroos

E sémm partii

Tarantanius, 2001
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l’inchiostro de ogni viagg l’è nel to’ saangh

Davide Van De Sfroos è un tipo un po’ strano. È un cantautore folk a cui piace parecchio anche il punk. Scrive le proprie canzoni in dialetto comasco (il laghée, per essere precisi) ed ha un talento per creare personaggi caratteristici narrando le loro tragicomiche storie.
Nel suo secondo lavoro discografico come solista, “E sémm partíi“, troviamo tutte queste sue caratteristiche.

Partendo propria dalla prima traccia, “El Bestia“, si capisce già il talento sopracitato. Un uomo burbero, sporco, vissuto sulle montagne, che quando è nato “la sciguèta l’ha vusaa e la sua mama l’è scapàda” (La civetta ha urlato e la sua mamma è scappata), ma che, innamorandosi di una fanciulla al lavatoio si rende conto che non potrà mai conquistarla perché “lei era una rosa… e lüü un mazz de  urtiigh” (Lei era una rosa, e lui un mazzo di ortiche).
Si prosegue poi tra le storie di un rapinatore disperato con “occhiali da tafano dell’autogrill di  Fiorenzuola“, ferrovieri sognatori, facchini in hotel lussuosi che trovano un amore non corrisposto, migranti che viaggiano “verso un’orizzonte con il sole al collo, dondolando sempre, ma cadendo  mai.” e un povero contadino innamorato incapace di esprimere il proprio amore, se non con i modi di un uomo semplice; ed allora “sun pioe bon de  giügà a scupa quaand te vedi giò al cunsorzio o al caamp di bucc“ (Non sono più capace di giocare a scopa quando ti vedo al consorzio o al campo di bocce).
Nell’acustica e splendida “L’omm de la tempesta si narra la vita avventurosa di un vecchio lupo di mare, che vaga per il mare senza sosta scappando dal proprio passato, finché una zingara gli preannuncia “Nareet in giir, o furestee, per tütt el muund, ma anca el muund de una quaj paart el finirà.” (Andrai in giro, o forestiero, per tutto il mondo, ma anche il mondo da qualche parte finirà.)

Canzoni che parlano di ricordi passati e viaggi futuri. Canzoni che parlano di vento libero e di situazioni senza via d’uscita. Un ultimo ammonimento di Van de Sfroos, più chiaro di tutti gli altri, arriva diretto ascoltando “Televisiòn“: ”E i naven in sö la loena e i purtàven a cà i sàss e in giir in sö la Téra segütàven a cupàss” (E andavano sulla luna e portavano a casa i sassi, ma in giro sulla Terra continuavano ad ammazzarsi.).
Dopo qualche strofa la frase si ripete, ma con una nota amara: “Perchè i nàven sö la loena e i purtàven a cà i sàss e in giir in sö la Tera segütàven a cupàss” (Perché andavano sulla luna e portavano a casa i sassi, ma in giro sulla Terra continuano ad ammazzarsi).

Se ti è piaciuto ascolta anche: Lo Sciamano – Davide Van de Sfroos
La Strade di Mieç – Luigi Maieron
Tuttapposto - 99 Posse

Guarda anche: Maidentrip - Jillian Schlesinger
Leggi anche: Le Otto Montagne – Paolo Cognetti

E consulta anche questa mappa per conoscere altri cantautori italiani che cantano nel loro dialetto e il sito www.canzoneitaliana.it

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James Franco

The Disaster Artist

USA, 2017
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 Oh, ciao Mark.

The Disaster Artist” è un film del 2017 diretto ed interpretato da James Franco.
La pellicola racconta la storia vera della travagliata amicizia tra Greg Sestero e Tommy Wiseau: il primo è un attore che ha provato a decollare nel cinema negli anni ’90, il secondo è uno dei personaggi più incredibili che il mondo abbia mai conosciuto (andate assolutamente a leggere la sua biografia su Wikipedia). Legati da un’amicizia che nasce grazie alla recitazione, i due partono per Los Angeles cercando di diventare delle star dei film. Dopo i primi insuccessi, ai due balena l’idea di creare un loro film, partendo da zero, grazie ai soldi del ricco Tommy (che nessuno sa dove li abbia presi). Ovviamente il risultato sarà disastroso e il film, chiamato “The Room“, è considerato uno dei peggiori mai creati, tanto da essere definito “Il Quarto potere dei film brutti”.

La pellicola governata benissimo da James Franco, che interpreta Tommy, e suo fratello Dave, che interpreta Greg, è un miscuglio di ironia sprezzante e mai stagnante. L’effetto che suscita è proprio quello che deve esserci stato durante le riprese di “The Room”: scene recitate malissimo e dirette peggio, risse e scontri verbali sul set e sperpero di soldi nei modi più incredibili.
Colpo di genio dei fratelli Franco è stato includere attori e figure importanti della cinematografia nella pellicola con dei cameo davvero spassosi, Bryan Cranston e Bob Odenkirk su tutti. Nei cameo sono inclusi anche i veri Greg e Tommy, ovviamente.
Una commedia divertente, ma non scontata, che piacerà a tutti, ma soprattutto agli amanti dei film trash, che non possono proprio perderselo.

Se ti è piaciuto guarda anche: The Room – Tommy Wiseau
Ed Wood – Tim Burton
Plan 9 From Outer Space – Ed Wood

Leggi anche: Dizionario dei film italiani stracult – Giusti Marco

 

locandina

 

Regia: James Franco
Sceneggiatura: Scott NeustadterMichael H. Weber
Cast:
Dave FrancoGreg Sestero
James FrancoTommy Wiseau
Seth Rogen: Sandy Schklair
Ari Graynor: Juliette Danielle
Alison Brie: Amber
Josh Hutcherson: Philip Haldiman
Jacki Weaver: Carolyn Minnott
Zac Efron: Dan Janjigian
Sharon Stone: Iris Burton
Bob Odenkirk: insegnante di recitazione
Randall Park: attore
Kevin Smith: se stesso
J.J. Abrams: se stesso

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Guillermo del Toro

La Forma dell’Acqua – The Shape of Water

20th Century Fox - 2017
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Incapace di percepire la forma di Te, ti trovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque.

Uscito a Dicembre negli Stati Uniti, mentre in Italia uscirà il 14 Febbraio, “La Forma dell’Acqua” è un film ambientato in America ai tempi della Guerra Fredda.
Elisa, un’addetta delle pulizie affetta da mutismo, e la sua collega (interpretata da Octavia Spencer) lavorano in un laboratorio governativo. Un giorno vengono a scoprire l’esistenza di una strana creatura anfibia che gli scienziati stanno studiando. Elisa, spinta dalla solitudine dettata dalla sua condizione, inizierà ad avvicinarsi al mostro sviluppando con lui un rapporto di amicizia che, per quanto possa sembrare strano, si evolverà fino a diventare una vera e propria romantica storia d’amore.

Guillermo del Toro, prendendo in prestito la trama del vecchio film “Il mostro della laguna nera“(1954), crea una storia d’amore tanto particolare quanto interessante. La narrazione è ottima: non ci sono cali di tensione, ma anzi, solo un crescendo di emozioni.
La pellicola è ottima anche tecnicamente: le musiche si sposano perfettamente con la trama, la fotografia monocolore e scura (che inizialmente doveva essere addirittura in bianco e nero) si sposa benissimo con l’atmosfera che il film vuole comunicare e gli attori fanno un lavoro davvero clamoroso. In particolare Sally Hawkins riesce a dare alla muta inserviente una voce che arriva forte e chiara anche senza pronunciare una sola parola. Davvero meravigliosa.

Forse non vincerà tutte e tredici le statuette per cui è stato candidato, ma sicuramente finirà per vincerne qualcuna. E con merito.

locandina

Regia: Guillermo del Toro
Soggetto: Guillermo del Toro
Sceneggiatura: Guillermo del Toro, Vanessa Taylor
Fotografia: Dan Laustsen
Musiche: Alexandre Desplat
Interpreti:
Sally Hawkins: Elisa Esposito
Michael Shannon: colonnello Strickland
Richard Jenkins: Giles
Octavia Spencer: Zelda
Michael Stuhlbarg: Hoffstetler
Doug Jones: la creatura
Lauren Lee Smith: Elaine
Nick Searcy: Hoyt
David Hewlett: Fleming

Se ti è piaciuto guarda anche: Il mostro della laguna nera – Jack Arnold
leggi anche: Una voce di piombo e oro – K.L. Going
ascolta anche: colonna sonora del film – Alexandre Desplat

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Judas Priest

Defenders of the Faith

Columbia Records, 1984
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Let’s all join forces
Rule with iron hand
And prove to all the world
Metal rules the land
We’re heavy duty
So come on let’s tell the world

We are defenders of the faith

Con l’incredibile “Screaming for Vengeance“, datato 1982, i Judas Priest sembrano aver toccato l’apice: fu un album travolgente per il mondo Metalche si chiese se fosse possibile replicare tale successo.

Bhe, nel 1984 i Judas Priest non solo lo replicano, ma lo superano anche abbondantemente.

Defenders of the Faith esordisce con la velocissima Freewheel Burning che getta le basi per lo Speed e il Power metal, proseguendo con Jawbreaker, che risulta più ricca di sfumature e armonie. L’inno di Rock Hard Ride Free è subito da cantare a squarciagola, mentre The Sentinel è puro Heavy Metal, niente di più e niente di meno: un classico che sarà sempre attuale.
L’album procede poi con altri brani i quali, considerando quelli appena ascoltati, risultano forse una spanna sotto, ma solo perché si confrontano con canzoni che, come voto, vanno dal 9 al 10. Dall’inquietante Love Bites Some Heads are gonna Roll, scritta da Bob Halligan Jr, fino ad arrivare a Night Comes Down, che riesce comunque a risultare parecchio orecchiabile.
Terminano Heavy Duty Defenders of the Faith, una la conseguenza logica dell’altra, che sono puri inni autocelebrativi da cantare col braccio alzato e le dita a mo’ di corna. Perché si sa, i Judas Priest non sono mai stati sobri e mai nessuno lo vorrebbe mai.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Screaming for Vengeance – Judas Priest
guarda anche: Rock Star – Stephen Herek
leggi anche: Storia del Metal a fumetti – Enzo Rizzi

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Simon Curtis

Vi presento Christopher Robin

2017 - 20th Century Fox
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Perché a tutti piace Winnie The Pooh così tanto?

“Vi presento Christopher Robin” è un film del 2017 diretto da Simon Curtis.
Doverosa anticipazione: questo non è un film su Winnie The Pooh. Il famoso orsacchiotto compare solo qualche volta, mentre gli altri pupazzi sono a malapena nominati.
Infatti il film parla unicamente del rapporto tra A. A. Milne e suo figlio, Christopher Robin: dalla nascita di quest’ultimo al loro trasferimento in campagna per scappare dalla frenetica città, dal loro avvicinamento emotivo alle ostilità che vengono a crearsi.

Dopo una lunga (e anche un poco noiosa) prima metà del film, la seconda parte è a metà tra una favola moderna – proprio come sono le storie di Winnie The Pooh – e un film drammatico. L’evoluzione atipica e sproporzionata del fenomeno Pooh distruggerà tutto ciò che era stato magico prima.

Un bel film, adatto soprattutto a chi ama le storie che Milne scrisse per suo figlio e vuole sapere come sono nate, cosa è stato Winnie The Pooh quando è stato pubblicato e a chi vuole conoscere i retroscena quasi drammatici del rapporto tra il famoso scrittore e suo figlio. Eccezionali sono anche le musiche, composte da Carter Burwell.

Se ti è piaciuto guarda anche: Marilyn - Simon Curtis
leggi anche: Winnie Puh - A. A. Milne
ascolta anche: colonna sonora del film - Carter Burwell

christopher-robin

 

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Dan Harmon

Community

Usa - 2009
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Cos’è il Community Collage? Bhe, ne avrete sentite di tutti i colori! Avrete sentito che è un collage da perdenti per ragazzi problematici, da ultra-ventenni che avevano mollato gli studi, da persone divorziate di mezza età, o da anzianotti che tentano di tenere sveglio il cervello mentre galoppano verso la tomba. Questo è quello che avete sentito.
Comunque io vi dico…buona fortuna!

Community è una serie trasmessa dal 2009 al 2015 sulla NBC, e racconta le avventure di un gruppo di studenti di un college fittizio in Colorado frequentato unicamente da studenti poveri, criminali e disadattati. Protagonista è Jeff Winger, interpretato da Joel McHale, avvocato a cui hanno revocato la licenza poiché sprovvisto di laurea che è costretto quindi a guadagnarne una per tornare ad esercitare la professione. Fin dal primo giorno adocchia la studentessa Britta Perry, interpretata da Gillian Jacobs, che cercherà di conquistare creando un finto gruppo di studio di spagnolo, a cui però si aggiungeranno gli altri co-protagonisti della serie, facendo sfumare il piano iniziale di Jeff.
Nonostante la grande varietà di età, personalità e carattere, il gruppo cresce e tutti sviluppano una stretta amicizia, minata però da costanti competizioni che scaturiranno per tutta la durata del telefilm.

Ciò che contraddistingue questa serie rispetto ad altre che potrebbero assomigliarle, come Modern Family o The Office, è la sua atipicità. Guardando Community si va incontro ad un umorismo cerebrale e metatestuale, che mette in scena e allo stesso ridicolizza i cliché delle serie stesse e dei generi televisivi, creando puntate indimenticabili come “Greendale in guerra”, diretta da Justin Lin che fa una divertentissima parodia dei film action, o “Cuscini e coperte” fatto stile documentario di guerra, dove le due fazioni lottano a suon di cuscini e coperte.
La serie è costellata da battute sferzanti che non risparmiano nessuna ideologia, buona o cattiva che sia, sapendo scherzare davvero su tutto, come ad esempio la mascotte della scuola: un essere umano creato senza connotati umani in modo da non offendere alcuna etnia, con il risultato di essere davvero inquietante.

Forse è per questo che Community non è stata capita dal grande pubblico: l’atmosfera che si crea guardando gli episodi è bellissima solo se uno si presta a farsi accogliere dai personaggi controversi e sarcastici, dalle situazioni che si vengono a creare e dall’umorismo tagliente e quasi sempre provocatorio ma comunque di altissimo livello.
Chi mastica già le serie tv non potrà non innamorarsene.

Ti è piaciuta questa serie tv? Guarda anche…
Master of None – Aziz Ansari
Love - Judd Apatow, Paul Rust e Lesley Arfin
Malcolm in the middle – Linwood Boomer
Scrubs - Bill Lawrence

Leggi anche: Il mio primo dizionario delle serie TV cult – Claudio Gotti e Matteo Marino

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Interpreti e personaggi:

Joel McHale: Jeff Winger
Gillian Jacobs: Britta Perry
Danny Pudi: Abed Nadir
Yvette Nicole Brown: Shirley Bennett
Alison Brie: Annie Edison
Donald Glover: Troy Barnes
Jim Rash: Craig Pelton
Ken Jeong: Ben Chang
Chevy Chase: Pierce Hawthorne

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The Clash

London Calling

Epic
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London calling to the faraway towns
Now war is declared and battle come down
London calling to the underworld
Come out of the cupboard, you boys and girls
London calling, now don’t look to us
Phony Beatlemania has bitten the dust
London calling, see we ain’t got no swing
‘Cept for the ring of that truncheon thing

London Calling è il quarto album della popolare band punk The Clash.
L’album, per la precisione doppio, spicca per la sua complessità compositiva ed eterogeneità dei brani; nessun brano può essere classificato come puro punk (come ad esempio lo erano i Sex Pistol), ma ogni brano ha un suo ramo compositivo e sonoro che attinge da vari generi: lo Ska di Rudie Can’t Fail, il Pop di Lost in the supermarket, il Reggae di The Guns of Brixton, spaziando poi dal jazz al Rhythm and Blues, toccando punte qualitative elevatissime con London Calling e Train in Vain.

Il cantante, chitarrista e compositore Joe Strummer, coadiuvato dall’altro chitarrista Mick Jones, crea un capolavoro universalmente riconosciuto, facendolo entrare a pieno diritto nell’Olimpo degli artisti immortali: ogni canzone è ben identificabile, ognuna con un ritornello azzeccatissimo, testi profondi e di protesta, suonata da musicisti ottimi che sperimentano col punk come non succederà più.
La vera ciliegina sulla torta è la cover dall’album: una foto del bassista Paul Simonon che sfascia il proprio strumento durante un concerto a New York; foto che verrà poi definita “La più grande fotografia rock di tutti i tempi”.
Molto Punk.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Rocket to Russia – Ramones
Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols – Sex Pistol
Raw Power – The Stooges

Leggi anche: La Rabbia (Fumetto) – Autori vari, tra cui Zerocalcare e Bambi Kramer

Vedi anche: Stranger Things – Matt e Ross Duffer

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Eddie Vedder

Ukulele Songs

Monkeywrench Records, 2011
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I wanna shake, I wanna wind out
I wanna leave this mind and shout
I’ve lived all these lives
Like an ocean in disguise
I won’t live forever
Oh, you can’t keep me here

Eddie Vedder, storico cantante dei Pearl Jam, dopo essersi cimentato nel suo primo ottimo album solista, ci riprova quattro anni dopo, sorprendendo un po’ tutti.
Ukulele Songs è un bel tributo che il cantautore americano fa rispetto ad uno strumento spesso sottovalutato; l’ukulele uno se lo immagina suonato solo da hawaiani con le collane di fiori al collo, mentre sempre più artisti internazionali lo stanno riscoprendo e usando per i più disparati motivi. E questo lavoro ne è un chiaro esempio.

L’album si alterna tra canzoni più vivaci e movimentate, come Can’t Keep, a canzoni più lente e sentite, come Sleeping by Myself, passando per piccoli capolavori come Broken Heart o Longing to Belong. La voce di Eddie si sposa perfettamente con il suono dell’ukulele, creando una bella atmosfera folk intima e molto personale; l’ennesima (e molto originale) prova di un grande artista che non sbaglia un colpo.

Link di Ukulele Songs su Spotify

Se ti è piaciuto ascolta anche: Colonna sonora di Into the Wild – Eddie Vedder
guarda anche: Captain Fantastic – Matt Ross
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Miles Davis

Kind of Blue

Columbia Records - 1959
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Miles Davis è un trombettista jazz considerato come uno dei musicisti più influenti del XX secolo. Dotato di uno stile subito riconoscibile, è stato per tre decadi punto chiave dell’evoluzione del jazz. Dopo essere stato parte della rivoluzione bebop, fu ideatore di parecchi stili jezzistici; la sua fama e influenza si sono estese a tutti i generi musicali che gli sono susseguiti, partendo dal rap e arrivando al rock.

Nel 1959 esce Kind of Blue, considerato il suo capolavoro. Grazie ad una formazione senza eguali (Miles Davis, John Coltrane, Bill Evans, Jimmy Cobb e Paul Chambers), le sei tracce presenti sull’album sono ognuna considerata un piccolo capolavoro musicale. Particolare è anche il metodo di registrazione: infatti, i brani non furono mai provati dai musicisti, che invece al momento di registrare avevano solo ricevuto da Davis delle linee guida da seguire. Nonostante questo, la grande fluidità con qui i brani scorrono è davvero unica.

Un grande album, immenso.
Consigliato soprattutto ai neofiti che vogliono avvicinarsi al jazz, o solamente a quelli che non l’hanno mai ascoltato, o a quelli a cui non piace. Nonostante un orecchio attento riesca a cogliere tantissimi passaggi di eccelsa qualità, Kind of Blue si presta anche a chi non è ferrato in campo musicale o a chi vuole solo un sottofondo musicale.

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