Archivio dell'autore: Daniele Bertazzoli

Slayer

Reign in Blood

Def Jem Recordings, 1986
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Raining blood
From a lacerated sky
Bleeding its horror
Creating my structure now I shall reign in blood

Correva l’anno 1986. Gli Slayer, gruppo di metallari che più metallari non si può, fecero uscire il loro terzo album: Reign in Blood. Si indignarono e scandalizzarono tutti, dai religiosi ai politici, dai benpensanti alle fazioni politiche di estrema destra e sinistra. TUTTI.
Perché? Perché questo è un album molto scomodo. Sia per i temi trattati sia per la sonorità che per la prima volta nella storia della musica diventa veramente estrema.

L’inizio è affidato a Angel of Death. Canzone che più ha fatto venire incubi per il suo testo che narra le vicende di uno dei pezzi più oscuri e tristi della storia umana.
Impossibile non riconoscerne la grande importanza storica musicale: inizio di un riff di chitarra velocissimo, entra la batteria sui piatti e dopo un fill si staglia l’urlo di Tom Araya che farà scuola. La batteria prosegue con una doppia cassa velocissima ma precisa al nanosecondo e l’Heavy Metal si rinnova ancora una volta.
I pezzi si susseguono velocissimi: Piece by Piece, Necrophobic , l’accoppiata Altar of Sacrifice/Jesus Saves. L’intro di batteria di Criminally Insane è uno dei più tetri di sempre, ma non ci si ferma un secondo: Reborn , Epidemic e per finire Postmortem e Raining Blood che chiude un cerchio ideologico con un temporale che forse vuol purificare l’ascolto dai terribili temi trattati in queste velocissime dieci canzoni.

Un album fondamentale. Ha creato tutti i generi più estremi del Thrash Metal, ha inciso su disco avvenimenti storici terribili sotto forma di canzoni violente e accurate come un documentario farebbe oggi e ha fatto scuola per l’uso dei vari strumenti musicali, mai così tirati e martellanti.
Tutto questo in meno di mezzora.
Ma mi raccomando, non fate l’errore di dare alle canzoni significati diversi da come li hanno pensato gli Slayer: qui si parla di musica metal e avvenimenti purtroppo successi davvero. Qui nessuno vuole omaggiare od osannare nessun’altro, solo raccontare pezzi di storia attraverso la musica. Buon (violento) ascolto.

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Bruce Springsteen and the E Street Band

Born in U.S.A.

CBS Records, 1984
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We learned more from a 3-minute record, baby
Than we ever learned in school

Bruce Springsteen fece uscire nel 1982 “Nebraska”: un album molto intimo, tutto acustico e completamente folk, erede di “The River”, forse il miglior lavoro discografico del Boss dal punto di vista artistico.
Due anni dopo, nel 1984, arriva il momento di “Born in U.S.A.”, compiendo una completa torsione stilistica: il primo singolo estratto fu la radiofonica e ballabile “Dancing in the dark”, mentre tutti gli altri sei (sette singoli in tutto!) sono entrati nella Top 10 Billboard. Un successo incredibile; l’album più venduto del Boss.

Sfido chiunque a non riconoscere l’inizio della prima traccia, omonima dell’album. Le tastiere intonano uno dei riff più riconoscibili di sempre, mentre il suono indimenticabile del rullante della batteria scandisce il tempo come un treno, finché non entra Bruce con uno dei testi più politici e accusatori più famosi.
Si passa poi dal blueseggiante “Cover me” alla country “Darlington County”, ma subito la voglia di ballare torna con “Working on the highway”. Troveremo poi due pezzi lenti e intimi, come “Downbound train” e la plurifamosa “I’m on fire”. Ma non c’è spazio per ammorbidirsi troppo, infatti ascoltando tutti i successivi pezzi, come “No surrender”, “Glory Days”, “Dancing in the dark”, è difficile stare fermi a non ballare.
L’album termina con un’ultima canzone intima, quale “My hometown”, che riassume tutto il concept dell’album finora.

Un album che si è attirato l’odio dei “vecchi fan” del Boss per essere troppo commerciale. Commerciale lo è, indubbiamente, ma è a mio parere impossibile dire che Born in U.S.A. sia un brutto lavoro.
Se dovete iniziate ad ascoltare Bruce Springsteen partite da questo, che non è il suo migliore album, ma è quello che vi farà appassionare alla sua musica.

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Johnny Cash

Unchained

American Recordings, 1996
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I’ve been everywhere, man
I’ve been everywhere, man
Crossed the deserts bare, man
I’ve breatherd the mountain air, man
Travel, I’ve had my share, man
I’ve been everywhere

La storia tra Johnny Cash e Rick Rubin è assai strana.
Cash, grande cantante country dal passato leggendario è arenato dagli anni ’80 tra pessime scelte artistiche e problemi di salute. Rubin è invece un famoso produttore capace sia di scovare nuovi talenti e sia di resuscitare carriere di artisti ormai allo sbando.
L’unione di questi due personaggi porterà alla creazione, dal 1994 al 2010, di sei album (conosciuti come “American”) in cui Cash interpreta suoi vecchi pezzi e canzoni di artisti contemporanei scelte da Rick Rubin. Tra queste ultime troviamo artisti del calibro dei Soundgarden, gli U2, i Depeche Mode e i Nine Inch Nails.

Il secondo album di questa serie si presenta diversamente dal primo: mentre “American Records” è interamente acustico, “Unchained” vede la partecipazione di una vera e propria band (e ospiti speciali, tra cui Flea). Si passa da pezzi classici come The One Rose (That’s Left in My Heart) o Country Boy a pezzi di pochi anni prima come Rowboat o Spiritual. La vera bravura di Cash è rendere sue queste canzoni così diverse e apparentemente irraggiungibili, creando una successione di ottimi pezzi che sembrano combaciare perfettamente tra di loro. Sembra impossibile che un pezzo come Rusty Cage dei Soundgarden possa precedere l’ascolto di The One Rose di Del Lyon e Lani McIntire (la differenza è di quasi 60 anni!), ma Cash riesce a fare questo, e riesce a farlo bene.

Un connubio tra vecchio e nuovo, tra grunge e gospel, tra Cash e altri grandi artisti.
Un album bello e ispirato, che sarà seguito da altrettanti capolavori.

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Spike Lee

BlackKklansman

Usa, 2018
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Non c’è mai stato un poliziotto nero qui. Tu potresti essere l’uomo che crea un’apertura in questa città.

Spike Lee aggiunge un’altra tacca alla sua incredibile filmografia. BlackKklansman è un gran bel film, un ottimo film! Tratto dal libro Black Klansman il cast comprende John David Washington, Adam Driver e Topher Grace. La trama tratta del detective nero Ron Stallworth di Colorado Springs che si infiltra nel Ku Klux Klan sperando di scovare qualche buona ragione per metterli nei guai contro la legge. Ovviamente, essendo nero, verrà affiancato dal detective ebreo Flip Zimmerman che metterà la faccia in questa operazione, mentre Ron terrà i contatti con il Ku Klux Klan solo dal telefono.

Un film drammatico e poliziesco, dove non mancano però scene divertenti in pieno stile black humor alla “Tarantino”. La regia di Spike Lee trova continuamente delle inquadrature geniali per aumentare la suspense, gli attori recitano davvero bene e il montaggio accentua ogni cosa in modo egregio.
Un ottimo film che vi farà ridere, emozionare, arrabbiare, vi manterrà sulle spine e, grazie alla riflessione finale sui tempi che corrono in America, pensare.

La visione è consigliata ai soli adulti

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Cast:
John David Washington: detective Ron Stallworth
Adam Driver: detective Flip Zimmerman
Laura Harrier: Patrice Dumas
Topher Grace: David Duke
Jasper Pääkkönen: Felix Kendrickson

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Greta van Fleet

From the Fires

Republic Records, 2017
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And the black smoke rises
From the fires, we’ve been told
It’s the new age crisis
And we will stand up in the cold
Stand up in the cold

I Greta Van Fleet sono un gruppo rock statunitense nato nel 2012, fondata dai fratelli Kiszka. I tre giovani ragazzi (annata ’96) insieme al batterista Daniel Wagner, stanno facendo parlare molto di sé nel campo rock. Belle parole sono state spese dai Miti del rock; più di tutti Robert Plant che ha detto di odiare il cantante da quanto è bravo.
Il loro doppio Ep (il loro primo album dovrà essere pubblicato a fine 2018) contiene otto canzoni, di cui quattro erano già pubblicate in un primo Ep.

Fin da subito si può capire perché stanno facendo discutere: Safari song verrà scambiata spesso per una nuova canzone dei Led Zeppelin: la distorsione della chitarra e la voce fanno ritornare alla mente gli Zep ai loro tempi d’oro. Fresca e immediata, il primo pezzo scorre liscio e lascia ottime impressioni. Con Edge of darkness il tempo rallenta, ma è qui che si può assaporare al meglio le notevoli qualità canore di Joshua: estensione notevole e grande timbro, senza però tralasciare l’emotività. Con la successiva Flower power si passa all’acustico, con una bellissima canzone d’atmosfera. Proseguendo con l’ascolto si incontra le dirette Highway tune, Talk on the street, e le cantabili Meet on the ledge e Black smoke rising.

Su otto canzone si salvano tutte; magari non sono tutte eccellenti, ma la qualità accomuna tutte le tracce.
Ragione a dire che, forse, assomigliano troppo ai Led Zeppelin, ma la speranza è che i Greta Van Fleet riescano ad evolversi e a staccarsi dai loro principali idoli per creare un loro personale suono e, perché no, risollevare le sorti del moderno Rock n’ roll.

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Raphael Bob-Waksberg

Bojack Horseman

2014-in corso, USA
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Poi è più facile. Ogni giorno diventa più facile. Ma devi farlo tutti i giorni. Questo è difficile. Poi diventa più facile.

In una Hollywood in cui animali antropomorfi e umani convivono, BoJack Horseman è una star della sitcom degli anni novanta Horsin’ Around; non è però riuscito a rimanere sulla cresta dell’onda dopo la chiusura della serie, e pianifica quindi di rinnovare la sua fama attraverso un’autobiografia scritta dalla ghostwriter Diane Nguyen. BoJack deve inoltre contendersi con altri svariati personaggi, tra i quali la gatta Princess Carolyn, sua agente nonché sua fidanzata, il suo strambo coinquilino Todd e Mr. Peanutbutter, un labrador attore sua nemesi e fidanzato di Diane.

La grande particolarità di questa serie animata, che la rende una delle cose più interessanti in circolazione, è il modo in cui tratta temi delicati, uno su tutti la depressione. Infatti Bojack vive la sua vita in modo autodistruttivo, narcisistico e disperato, seppur con molto rimpianto. La sua voglia di cambiare la propria vita in meglio si scontra con i suoi problemi personali, il passato traumatico e le difficoltà che incontra quotidianamente. E ogni tanto, quando si impegna davvero, le cose vanno meglio: alcune puntate sono davvero delle bombe di emozioni contrastanti: prima triste, poi sei felice per quello che gli capita, ma infine il macigno di problemi si scarica addosso al protagonista, facendolo sprofondare nella depressione più assoluta. Ma la felicità e la salvezza sono dietro l’angolo.
Proprio per questo è facilissimo immedesimarsi nei difetti e nelle paure di Bojack. Difetti e paure umane che condividiamo tutti. Sembra che al posto del cavallo ci siamo noi. Ma, appunto, la felicità è dietro l’angolo. Bisogna avere la forza di fare quel piccolo passo per conquistarla.

Una serie che tutti dovrebbero guardare per avere l’interpretazione più onesta e sincera della depressione, senza filtri o scappatoie. E di come si può guarirne.

CAUSA BLACK HUMOR, TEMATICHE ADULTE, ALCOOL E DROGHE LA SERIE È VIETATA AI MINORI DI 16 ANNI

bojack

Doppiatori:
BoJack Horseman: Will Arnett
Princess Carolyn: Amy Sedaris
Diane Nguyen: Alison Brie
Mr. Peanutbutter: Paul F. Tompkins
Todd Chavez: Aaron Paul

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Ruben Fleischer

Benvenuti a Zombieland

USA, 2009
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La sua fissazione più di uccidere gli zombie era trovare un Twinkie. C’era una cosa nei Twinkie che gli ricordava il tempo passato, quando le cose erano semplici e innocenti, non così assurde. Era come se pensasse che mangiando quella merendina, il mondo avrebbe recuperato quella innocenza e sarebbe tornato normale.

Il film è ambientato in America versione post-apocalittica, due mesi dopo un’epidemia mortale causata morbo della “mucca pazza”, che poi è diventato il virus della “persona pazza” e poi quello dello “zombie pazzo”.
Il protagonista, Columbus (interpretato da Jesse Eisenberg), viaggia per vedere se i suoi genitori sono ancora vivi. Poco dopo incontra Tallahassee (interpretato da Woody Harrelson), un uomo duro ossessionato dai Twinkie, merendine che gli ricordavano il passato senza zombie. Decidendo di viaggiare insieme, incontrano due giovani sorelle, Wichita (Emma Stone) e Little Rock (Abigail Breslin). Inizierà così il viaggio di questi quattro singolari elementi verso Los Angeles dove, si dice, ci sia un parco divertimenti libero dagli zombie. Il loro viaggio sarà pieno di demenziali (ma efficaci) regole da tenere a mente per evitare di essere mangiati, singolari incontri (Bill Murray non infetto che si traveste da zombie per poter giocare a golf senza dover fare la fila) e memorabili dichiarazioni d’amore di Tallahasse verso i Twinkie.

Un film spassoso, quasi una commedia, che però non perde la vena horror dei film con protagonisti gli zombie.
Oltretutto, recentemente, i produttori hanno confermato il sequel con il cast originale! Inizio della produzione fissato ad inizio 2019.

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ascolta anche: Colonna sonora del film

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Interpreti
-Woody Harrelson: Tallahassee
-Jesse Eisenberg: Columbus
-Emma Stone: Wichita/Krista
-Abigail Breslin: Little Rock
-Amber Heard: 406
-Bill Murray: Se stesso
Regia
-Ruben Fleischer

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B.B. King

Live at the Regal

ABC, 1965
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The King of the Blues… B.B. KING!

B.B. King è stato uno dei chitarristi blues più importanti di sempre. Con il suono caldo della sua chitarra “Lucille” ha fatto scuola per decenni. Grazie al suo primo album live “Live at the Regal” viene consacrato definitivamente.

L’inizio è dirompente; appena dopo la presentazione del Dj Pervis Spann, inizia Every day I have the blues, pezzo velocissimo che vi farà battere il piede a tempo fin dalle prime battute. Si passa poi a pezzi più lenti, come Sweet little angel e It’s my own fault. Si incontrano poi i pezzi famosi di King come Please love me e Woke up this mornin’ e si conclude con un vero capolavoro quale Help the Poor.
B.B. King è scatenato: intrattiene il pubblico, canta come solo lui sapeva fare e Lucille sembra che parli. Un ascolto di un raro e raffinato blues, contaminato con il jazz e il soul, che rende benissimo l’atmosfera che si respirava in quegli anni: una continua ovazione da parte del pubblico che ama e venera il Re del blues. E come si fa a dare torto a tutti loro?

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leggi anche: Il blues intorno a me – B.B. King
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Motorhead

No Remorse

Bronze Records - 1984
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Sunrise, wrong side of another day,
Sky high and six thousand miles away,
Don’t know how long I’ve been awake,
Wound up in an amazing state,
Can’t get enough,
And you know it’s righteous stuff,
Goes up like prices at Christmas,
Motörhead, you can call me Motörhead, alright

Solitamente qualsiasi artista inizia la sua carriera in un modo e, man mano che acquisisce esperienza, evolve e matura: Beethoven, Van Gogh, i Metallica, Zerocalcare… Tutti. Eccetto i Motörhead.
Dal primo album, Motörhead (1977) all’ultimo Bad Magic (2015) il gruppo non è cambiato di una virgola, se non per la migliore qualità di registrazione: basso sempre distorto e subito riconoscibile, chitarra sporca suonata con powerchords, batteria velocissima e voce sempre grattata, vero marchio di fabbrica di Lemmy.

In questo primo e definitivo Best Of dei Motorhead si trova la vera essenza del gruppo: niente canzoni di riempimento ma solo puro Rock n’ roll. Ci si imbatte nei grandi classici scolpiti nelle note come Ace of Spades, Overkill, Iron Fist e Stay Clean; altri brani sono presentati nella preziosa versione live importata da No Sleep ’til Hammersmith come Motörhead, Bomber e il medley Iron Horse / Born to Lose. Ad impreziosire ulteriormente questa compilation ci sono anche gli inediti Kill by Death, Snaggletooth, Steal Your Face e Locomotive.

Una scarica di decibel che continua inesorabilmente senza fermarsi un secondo per tutti i 90 minuti che dura.
Sempre gli stessi accordi, sempre lo stesso suono, sempre la stessa rauca voce. Ma, a volte, è la formula di base ad essere vincente. E lo è stata per 40 anni. Born to Lose, Live to Win.

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Mastodon

Leviathan

USA, 2004
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This ivory leg is what propels me
Harpoons thrust in the sky
Aim directly for his crooked brow
And look him straight in the eye
White whale, holy grail
White whale, holy grail

Leviathan è il secondo album della band metal statunitense Mastodon.
La band unisce in questo lavoro discografico le sonorità quasi speed care ai fan dei Metallica a momenti prog che strizzano gli occhi (o meglio le orecchie) ai Rush. Si passa, da una battuta all’altra, da cavalcate funeste ed impetuose a momenti acustici e più di ampio respiro.
Il disco è un gran tributo al libro “Moby Dick” di Herman Melville; difatti ogni canzone riprende momenti e sensazioni che vengono trattati nel libro.

Il disco parte decisamente a mille con “Blood and Thunder“, forse la canzone più riuscita dell’album, che ricorda i primi lavori dei Metallica ma con sonorità più moderne. Si passa poi sempre scapocciando tra “I Am Ahab” e “Seabeast“. “Iron Tusk” e “Aqua Dementia” si stagliano talmente bene nell’immaginario del libro che sembra essere su una baleniera. Infine “Hearts Alive” è un pezzo di quasi quattordici minuti, e risulta essere il pezzo più elaborato e alto artisticamente di questo album.

I Mastodon sono un gruppo di musicisti che fanno felici sia i metallari classici, sia quelli moderni e questo album ne è la prova.

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