Archivio dell'autore: Daniele Bertazzoli

Pearl Jam

Backspacer

Island Records - 2009
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Nothing you would take
Everything you gave
Hold me ’till I die
Meet you on the other side

Backspacer è il nono album del gruppo di Seattle, pubblicato nel 2009.
L’album debutta subito con qualche bel pezzo rock n’ roll suonato e cantato in modo eccelso dai Pearl Jam: Gonna See my Friend prende spunto qualche passaggio dal rock n’ roll classico stile Chuck Berry, mentre Got Some rallenta nelle strofe per poi scatenarsi nel ritornello che difficilmente non vi rimarrà in testa.
Con The Fixer la voce di Eddie Vedder fa sognare chiunque la ascolti. Johnny Guitar sembra essere scritta apposta per farla seguire, dal tanto bene che lega con il precedente pezzo.
Gli animi si tranquillizzano definitivamente e l’album comincia a diventare riflessivo e malinconico con Just Breathe, splendida ballad scritta e suonata da Eddie Vedder che avrete sentito sicuramente da qualche parte. Impossibile non notarla. Un piccolo gioiello nella discografia dei Pearl Jam.
Con Amongst the Waves e Unthought Know si tocca l’apice dell’album in fatto di testo, profondi e intimi quanto basta per renderli eccellenti.
Il rock riprende piede con Supersonic, sfuriata ininterrotta diretta da una batteria magistrale che il gruppo deve aver scritto e registrato solo per divertirsi un po’; il risultato è proprio quello.
Con le ultime tre canzoni, Speed of Sound, Force of Nature e The End i testi diventano più introspettivi che mai, con un picco artistico nell’ultima traccia che vede Eddie Vedder solo, con la sua chitarra, che parla della vita di un uomo che riflette sulla sua vita, degli errori che ha fatto e dei dolori con cui ha dovuto convivere, chiedendo per un’ultima volta aiuto.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Yield - Pearl Jam
leggi anche: Il Richiamo della Foresta – Jack London
guarda anche: Water on the Road – Eddie Vedder

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Joel e Ethan Coen

Il Grande Lebowski

Usa/Uk - 1998
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E Drugo voleva solo il suo tappeto. Nessuna avidità. È che dava… un tono all’ambiente

Jeffrey Lebowski, conosciuto da tutti come Drugo, è un signore che vivacchia la sua vita senza troppe pretese, tra una partita a bowling giocata in vestaglia, un White Russian e le canzoni dei Creedence Clearwater Revival.
La sua vita disimpegnata viene sconvolta dall’arrivo di due scagnozzi che devono riscattare dei soldi per debiti non pagati. Solo poco dopo si accorgono di aver sbagliato Jeffrey Lebowski, confondendo Drugo con un importante miliardario, omonimi. I due scagnozzi non mancano di urinare sul tappeto del povero Drugo prima di andarsene.

Parte da qui la trama di una delle commedie più folli che il cinema abbia mai partorito: un uomo qualunque coinvolto in rapimenti, riscatti, continui equivoci, situazioni grottesche, scene apparentemente non-sense e citazioni che un buon cinofilo adorerà trovare.
Spicca su tutto la grande caratterizzazione dei personaggi che grazie alla bravura degli interpreti, da Jeff Bridges a Steve Buscemi passando per Philip Seymour Hoffman, John Goodman e John Turturro, riescono a creare personaggi veramente unici e indimenticabili.
Questo film è un vero cult grazie anche ai mille dettagli inseriti dal regista che lo hanno fatto entrare perfettamente nella cultura pop: il look sempre poco curato e assai particolare del protagonista (vestaglia, boxer e ciabattine trasparenti, tanto per dirne una), la grandissima colonna sonora che passa fluida da Bob Dylan ai Gipsy Kings, il furetto gettato nella vasca da bagno per intimorire Drugo, il bassista dei Red Hot Chili Peppers, Il White Russian e i continui MacGuffin che riempiono la storia di tanto inutili quanto deliranti espedienti narrativi.

Un grande film che, se amate il cinema, non potete non vedere.

Date le parecchie scene volgari e i temi trattati che risulterebbero altrimenti di difficile comprensione consiglio la visione solo ai maggiori di 16 anni.

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Genere: Commedia
Regia: Joel Coen
Soggetto: Joel Coen, Ethan Coen
Sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen

Interpreti
Jeff Bridges: Jeffrey “Drugo” Lebowski
John Goodman: Walter Sobchak
Julianne Moore: Maude Lebowski
Steve Buscemi: Theodore Donald “Donny” Karabotzes
David Huddleston: Jeffrey Lebowski, il magnate
John Turturro: Jesus Quintana
Tara Reid: Bunny Lebowski
Ben Gazzara: Jackie Treehorn
Philip Seymour Hoffman: Brandt
Sam Elliott: Lo Straniero

Se ti è piaciuto vedi anche: Fargo - Fratelli Coen
leggi anche: Il Grande Sonno – Raymond Chandler
ascolta anche: Cosmo’s Factory – Creedence Clearwater Revival

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Caparezza

Prisoner 709

Universal Music Group - 2017
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And if you call my name, I don’t recognize it. If I look at my face, I don’t recognize it

Sembra un altro Caparezza da quello che, tre anni fa, pubblicava Museica. L’album del 2014 si presentava, già dalla copertina, colorato e pieno di elementi come in un quadro (perfettamente in linea con il concept dell’album), mentre Prisoner 709 si presenta visivamente bicolore, nero e bianco, con Caparezza, dall’espressione enigmatica, chiuso in una gabbia di tubi. Si capisce fin da subito che non è il solito album dell’artista pugliese.
Molto più intimo, reale, chiaramente il frutto di una crisi personale dell’artista. La gabbia è il filo conduttore delle tracce: Michele Salvemini si sente intrappolato nella maschera che indossa, si sente intrappolato in Caparezza. Da qui parte l’autoanalisi, che si dipana nelle canzoni.

L’inizio di Prosopagnosia è il riassunto perfetto per il pensiero che il cantante vuole comunicare: “Qualcosa sta bloccando l’ingranaggio / Siccome immobile, sto sul palco del 5 maggio / Cantavo per fuggire dal mondo in un solo slancio / Ora che cantare è il mio mondo ne sono ostaggio”, e viene ulteriormente rimarcato nella successiva Prisoner 709: “ Io sono il disco, non chi lo canta / Sto in una gabbia e mi avvilisco.”
In Confusianesimo si getta contro le religioni: “Spirituale come Osho con le Rolls Royce / Circola denaro losco come l’offshore / Non so voi, io vado a farmi una religione come Tolstoj”, mentre in Una chiave Caparezza parla con se stesso più giovane e cerca di rincuorarlo e tranquillizzarlo sulle sue ansie e paranoie: “La vita è un cinema tanto che taci / Le tue bottiglie non hanno messaggi / Chi dice che il mondo è meraviglioso / Non ha visto quello che stai creando per restarci”.
In Larsen Caparezza parla dell’acufene che l’ha colpito e che ha segnato l’inizio della sua crisi: “Il suono del silenzio a me manca / Più che a Simon e Garfunkel / Nel cervello c’è Tom Morello che mi manda feedback / Hai voluto il rock? Ora tienilo/ Fino alla fine”.

Alla fine dell’album ritorna il pensiero iniziale: è davvero un album di Caparezza questo?
Certo che lo è. Lo si capisce da Ti fa stare bene: pezzo pop, con un coretto di bambini nel ritornello e melodia che trasmette felicità. Una canzone che messa in mezzo a quest’album stona parecchio. Ma è qui che viene fuori il vero artista che è Caparezza: scrivere e cantare quello che sente. Lui è uno che non si atteggia, fa solo la sua musica: “Canto di draghi, di saldi e di fughe più che di cliché / Snobbo le firme perché faccio musica, non défilé / Sono l’evaso dal ruolo ingabbiato di artista engagé / Questa canzone è un po’ troppo da radio, ‘sti cazzi finché / Ti fa stare bene”.

Quindi si, questo è un eccellente album di Caparezza.

Se ti è piaciuto:
Ascolta anche: Museica - Caparezza

Vedi anche: Cinque giorni fuori – Ryan Fleck e Anna Boden

Leggi anche: Rughe - Paco Roca

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Little Richard

Here’s Little Richard

1957 - Specialty Records
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Womp-bomp-a-loom-op-a-womp-bam-boom!

Per chi non conoscesse Little Richard, lo si può presentare come il più grande pioniere del Rock n’ Roll. Stimato da tantissimi artisti che l’hanno seguito, da Mick Jagger a Bob Dylan, da Freddie Mercury a Jimi Hendrix (il quale dichiarò “Voglio riuscire a fare con la mia chitarra quello che Little Richard fa con la sua voce), Little Richard ha creato e reso celebre il rock n’ roll.

L’inizio di Tutti Frutti è uno dei più celebri di sempre e la canzone non è da meno: il rinomato Womp-bomp-a-loom-op-a-womp-bam-boom! che dà il via al rock n’ roll. Elvis Presley inciderà una cover di questa canzone nel suo primo album.
Seguono alla stessa tipologia Ready Teddy, con un assolo di sax da togliere il fiato e Long Tall Sally dove Little Richard strappa fuori dalla gola le sue corde vocali.
Si passa poi a Slippin’ and Slidin’ che difficilmente si toglierà dalla vostra playlist mentale di canzoni da fischiettare, a Rip It Up, egregia canzone che esalta alla perfezione la sezione fiati.

Un ottimo album da ascoltare per fare un salto negli anni ’50 al ritmo del sano e genuino rock n’ roll.
Cliccando QUI trovi l’album completo su Youtube!

Se ti è piaciuto ascolta anche: Elvis Presley – Elvis Presley
guarda anche: Il Gigante di Ferro – Brad Bird
leggi anche: Il Gruppo – Mary McCarthy

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Seth Gordon

Atypical

Sony Pictures Television - Netlix
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Hanno fatto uno studio a Toronto qualche anno fa, i ricercatori hanno scoperto che solo il 9% degli adulti con autismo si è sposato. Non perché non ne sentono il bisogno, solo che non sanno proprio come fare. Suo figlio ha lo stesso desiderio di essere amato che abbiamo tutti, perché non dovrebbe provarci?

Atypical è una serie distribuita da Netflix l’11 Agosto 2017 e racconta le vicissitudini di Sam, un ragazzo diciottenne affetto da autismo che, spronato dalla sua terapista, decide di trovare una ragazza.
Da questa decisione si svilupperà poi una trama che parla di indipendenza da una parte, e la difficoltà di lasciar andare il proprio figlio dall’altra.

Nonostante sia una commedia leggera e non impegnativa, Atypical riesce a destreggiarsi bene tra il disturbo del ragazzo adolescente e i problemi (e le rispettive soluzioni) suoi e delle persone a lui vicino.
Ciò che appare sullo schermo sono le difficoltà quotidiane di una famiglia normale in una particolare condizione.
Ma le difficoltà sono appunto “normali”, affrontabili e superabili: una grande prova per un telefilm che riesce a trattare un argomento difficile e spinoso come può esserlo l’autismo nell’adolescenza nella maniera più idonea e corretta, senza ovvietà o patetismi.

L’intera produzione è stata seguita dalla Dott.ssa Michelle Dean, della University of California. Il Centro per la Ricerca e il Trattamento dell’Autismo di Los Angeles ha poi approvato l’intento divulgativo della serie.
Un plauso quindi a Netflix che, dopo Tredici e To the Bone, continua a produrre ottime serie tv che trattano di argomenti delicati e qualche volta conosciuti, ma spesso sottovalutati o ai più.

Se ti è piaciuta guarda anche: Tredici - Brian Yorkey
To the Bone - Marti Noxon

Leggi anche: Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon

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The Beatles

Help!

Parlaphone, 1965
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Help! I need somebody
Help! Not just anybody
Help! You know I need someone
Help!

Registrato originariamente per la colonna sonora del film omonimo, “Help!” è il quinto album registrato dai Beatles.
È considerato come una specie di ponte tra le produzioni “alla Bob Dylan” e la maturità artistica del quartetto inglese.

L’album è un susseguirsi di ottimi pezzi molto eterogenei: dalla title-track Help!, pezzo rock veloce scritto da Lennon, a You’ve Got to Hide Your Love Away, pezzo interamente acustico sempre di Lennon che risente ancora delle influenze di Dylan.
Paul McCartney contribuisce con gioielli del calibro di I’ve Just Seen a Face, pezzo folk particolarmente riuscito, e Yesterday, capolavoro assoluto, nominata “Miglior canzone del ventesimo secolo” dalla BBC.
Tra le altre canzoni spicca soprattutto Ticket to Ride, pezzo molto innovativo che risalta le qualità tecniche dei componenti come mai prima.

Non un album perfetto, con qualche momento sottotono, ma che nel complessivo risulta essere molto orecchiabile e sicuramente fondamentale nell’evoluzione artistica dei Beatles.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band – The Beatles
guarda anche: Whiplash – Damien Chazelle
leggi anche: A volte ritorno – John Niven

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Jon Watts

Spider-man: Homecoming

Marvel Studios, 2017
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Peter Parker: “Quindi, per entrare negli Avengers devo fare qualche prova o un colloquio?”
Tony Stark:”Solo, non fare nulla che io farei. E non fare nulla che io non farei”

In questa pellicola fresca fresca dei Marvel Studios, il protagonista è finalmente solo Spider-Man (o quasi).
L’Uomo Ragno/Peter Parker -interpretato da un ottimo Tom Holland- dopo aver combattuto insieme agli Avengers, è stanco di essere solo “l’amichevole Spider-Man di quartiere” e vuole dimostrare il suo vero potenziale, anche se sconsigliato da Iron-man.
L’occasione per fare cose più serie si presenta quando il nemico L’Avvoltoio -Michael Keaton- e i suoi scagnozzi decidono di vendere armi derivate da tecnologie aliene sul mercato nero.
Spider-Man decide quindi di mentire ad Iron-Man e cercare di sventare da solo questa minaccia.

L’ultima pellicola sull’Uomo Ragno è un ottimo film. Equilibrato, non esagerato come tipico della saga degli Avengers, ma comunque pieno di azione. Non mancano i momenti divertenti, com’è giusto che sia in un film di Spider-Man.
Riuscirà l’eroe spara-ragnatele a mettere da parte l’imprudenza adolescenziale e dimostrarsi un eroe maturo e responsabile?

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Se ti è piaciuto guarda anche: Avengers: Civil War – Anthony e Joe Russo
Leggi anche: Collana “Spider-man: la grande avventura” – Corriere della Sera
Ascolta anche: Colonna sonora del film – Michael Giacchino

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Michael Hedges

Aerial Boundaries

Windham Hill Records, 1984
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Il suono della chitarra acustica è uno dei più bei suoni che esistano al mondo, a mio parere.
Quando sono le dita a toccare le corde di bronzo il suono è soffice e rotondo. Quando sono le unghie è secco e tagliente. Quando è il plettro diventa incisivo.
Questa è la teoria: poi c’è Michael Hedges.

L’album parte proprio con la title track: Aerial Boundaries. Leggera come una piuma, si dipana tra mille armonie e mille suoni che incantano l’udito al primo ascolto ed è subito amore.
Prosegue tra i bellissimi arpeggi di Rickover’s Dream Ménage À Trois, passando per il ritmo inconfondibile di Ragamuffin e la cover di Neil Young After the Gold Rush

Complessivamente, questo è un ottimo album strumentale.
La chitarra di Hedges non annoia mai. Nonostante la grande difficoltà tecnica delle canzoni, nessuna di esse risulta troppo macchinosa o pesante.
Consiglio soprattutto l’ascolto di questo album come sottofondo per studiare, scrivere o leggere. Un toccasana!

Se ti è piaciuto ascolta anche: Piano Poet – Bill Evans
Leggi anche: La casa – Paco Roca
Vedi anche: Molto Forte Incredibilmente Vicino – Stephen Daldry

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Brad Bird

Il Gigante di Ferro

Warner Bros, 1999
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Tu sei chi scegli e cerchi di essere

Il Gigante di Ferro è un film d’animazione datato (ormai) 1999 e prodotto dalla Warner Bros.

La storia è ambientata in America negli anni ’50, in piena Guerra Fredda. Hogarth Hughes è un bambino di 9 anni che, una sera in cui si trova da solo in casa, si imbatte casualmente nel Gigante di ferro: un robottone gigantesco caduto dallo spazio che, per colpa di una botta in testa, ha perso la memoria. Il governo, credendo in una possibile minaccia, sguinzaglia un paranoico e crudelissimo agente speciale governativo per dare la caccia al robottone, credendolo un’arma di distruzione dell’unione sovietica.
Una splendida amicizia nascerà però tra il Gigante e Hogarth che, insieme ad amici fidati, cercherà di depistare l’agente governativo per dare una vita dignitosa al suo metallico amico, facendogli scoprire la natura e le piccole gioie della Terra.

Un film d’animazione bellissimo che ha fatto storia, adatto a tutti, molto divertente e parecchio toccante sul finale. Impossibile non innamorarsene.

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Se ti è piaciuto guarda anche: Blade Runner – Ridley Scott.
Ritorno al Futuro – Robert Zemeckis
Plane 9 from Outer Space – Edward Wood

Leggi anche: La Guerra dei Mondi – H. G. Wells.
Cronache Marziane – Ray Bradbury.
Guida Galattica per gli Autostoppisti – Douglas Adams

Ascolta anche: Here’s Little Richard – Little Richard.
The Great Twenty-Eight – Chuck Berry
Elvis Presley – Elvis Presley

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Pearl Jam

Yield

Epic Records, 1998
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I wish I was a messenger and all the news was good

Con questo quinto album, i Pearl Jam scelgono un ritorno al loro sound d’origine, dopo le sperimentazioni fatte con l’album precedente.
Per la prima volta tutti i componenti contribuiscono alla composizione dei pezzi, prima prerogativa solo del cantante Eddie Vedder.

Come ogni buon album dei Pearl Jam, le canzoni si alternano tra dolci ballate acustiche ed energici pezzi rock.

Brain of J. è l’inizio ideale per un album del genere: chitarre distorte che suonano riff semplici ma efficaci, batteria che scorre via liscia ma precisa, e voce che completa il pezzo proprio come ce se lo aspetterebbe.
Do the Evolution è la miglior canzone dell’album: la voce arrabbiatissima di Eddie Vedder esplode contro la società e l’umanità troppo ingorda di potere per poter vedere le conseguenze dell’”evoluzione”. La parola d’ordine per questo pezzo: rabbia.

Tra i pezzi lenti e molto meno aggressivi spiccano Given to Fly, con una chitarra calda e molto evocativa che intreccia arpeggi mentre la voce tinge di una bellissima atmosfera tutti i 4 minuti della canzone; Wishlist è una specie di lettera scritta da Eddie Vedder sui suoi desideri, su chi vorrebbe essere. Il risultato è una canzone molto intima e sentita, così come la voce che canta.

L’album risulta quindi completo, versatile. Farà felici sia gli ascoltatori più esigenti, sia i neofiti della musica rock.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Vitalogy – Pearl Jam
Guarda anche: Si Alza il Vento – Hayao Miyazaki
Leggi anche: Il Mio Angolo di Universo – Ann M. Martin

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