Archivio dell'autore: Francesco Pandini

Nude Beach

77

Don Giovanni Records, 2014
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Aprite la confezione del nuovo disco dei Nude Beach da New York – Chuck Betz, Jim Shelton, Ryan Naideau – e vi trovate per le mani un piccolo poster (questo, e vediamo chi riconoscete) che è come una parata: al centro Elvis, in grande, e tutt’intorno un’infinità di volti più o meno noti dell’iconografia pop.
Pure questo album è un’icona, sin dal titolo 77 – come il primo dei Talking Heads, come l’anno che segna uno snodo chiave per il rock’n'roll – ed è una corposa raccolta di brani formidabili, power-pop ora sfrenato ed elettrico, ora raccolto e pensieroso. Una vera festa per chiunque abbia a cuore le melodie eterne dei Big Star e del giovane Tom Petty.
La magia di 77 sta nel prendere come riferimento quelle icone del passato e farle suonare vive e accese come quasi mai prima. Musica tanto bella che viene il magone a pensare a tutte quelle anime tristi che chiuderanno l’anno senza aver ballato mai una volta cose stellari come Yesterday, Can’t Get Enough, I Can’t Keep The Tears From Falling o I Found Out; senza aver mai sentito tra i capelli il vento di Used To It, See My Way e Geoffrey’s Tune; senza essersi mai stretti a qualcuno mentre lo stereo suonava Yesterday, It’s So Hard o If We Only Had The Time.
Voi non fate lo stesso errore, perché questo 77 è una di quelle esperienze che rendono la vita una cosa bella da sentire.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
September Gurls – Big Star
Even The Losers – Tom Petty & The Heartbreakers
Sparky’s Dream – Teenage Fanclub
Gun – Uncle Tupelo

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Noah Baumbach

Frances Ha

Usa, 2012
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Frances, infidanzabile.

È uno splendido bianco e nero ad accoglierci nella vita di Frances, ventisettenne aspirante ballerina in cerca di punti di riferimento da quando l’amica Sophie – con cui ha condiviso per anni appartamento e confidenze – ha scelto di trasferirsi altrove. Inizia così per lei un girovagare spaesato tra nuove esperienze di convivenza (con Lev e Benji: ironico e spregiudicato il primo, timido quanto lei il secondo, e comunque entrambi meravigliosi), ritorni a casa e improbabili fughe.
Quelli di Frances Ha – e solo alla fine saprete il perché del titolo – sono ottanta minuti di inciampi e disillusioni, corse goffe e speranze un po’ malconce che, tra parecchie risate dolciamare e momenti di vera commozione, si risolvono in una presa di coscienza delle necessità dell’età adulta.
Greta Gerwig – qui anche autrice della sceneggiatura, a quattro mani con il regista Noah Baumbach – è adorabile nel rendere la timidezza, i rossori e gli affanni di una ragazza che, per propri limiti e semplici scherzi del destino, deve rivedere i propri sogni senza rinunciare a sé stessa.
Lo chiamano mumblecore, questo cinema, per via dei dialoghi che sembrano non andare da nessuna parte e i trentenni presi a guardarsi dentro e a girare in tondo. Ma il personaggio di Frances è molto più di questo, un cuore grande infilato in una pellicola che mostra come anche da grandi si possa andare a sbattere un po’ dappertutto e conservare comunque uno sguardo incantato sulle cose.

Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche
Lo stravagante mondo di Greenberg – Noah Baumbach
Manhattan – Woody Allen

…e ascolta anche
Modern Love – David Bowie
Fourth Of July – Galaxie 500
How Are Things? – Goldaline, My Dear

Frances Ha

Regia: Noah Baumbach
Sceneggiatura: Noah Baumbach, Greta Gerwig
Fotografia: Sam Levy
Durata: 86′

Personaggi e interpreti
Greta Gerwig: Frances
Mickey Sumner: Sophie
Adam Driver: Lev
Michael Zegen: Benji
Patrick Heusinger: Patch
Charlotte d’Amboise: Colleen

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The Black Keys

Attack & Release

V2 Cooperative Music, 2008
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Attack & Release è il quinto studio album dei Black Keys e ha l’aspetto di un’istantanea di una cosa piccola che sta per esplodere: dopo questo, arriveranno album milionari e singoli spettacolari come Tighten Up, Lonely Boy e Fever, che faranno ballare folle oceaniche per mesi e mesi.
In Attack & Release, invece, il duo dell’Ohio suona ancora rauco e loud, e la produzione affidata a Danger Mouse non è invadente come a volte sarà in seguito: le chitarre di Dan Auerbach tagliano il giusto e la sua voce effettata ghigna d’ironia e vibra di soul, mentre Patrick Carney batte sui tamburi con precisione e intensità.
Più di tutto brillano le canzoni, un viaggio per gli anni ’70 lungo quaranta minuti: ci sono i riff cafoni di due gran singoli come I Got Mine e Same Old Thing, le sparate garage-r’n'r di Strange Times e Remember When (Side B), ma c’è tempo pure di perdersi tra le paludi di Psychotic Girl e Lies e godersi l’epica progressione di Things Ain’t Like They Used To Be – che par di stare in qualche classico perduto del cinema Blaxploitation.
Di certo, dopo questo disco, le cose non saranno più quelle di prima per i Black Keys, ma questi undici brani potrebbero essere la migliore introduzione a uno dei più divertenti e imprevedibili fenomeni commerciali degli ultimi anni. Alla faccia della critica più modaiola e noiosa.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blue Orchid – White Stripes
What Is And What Should Never Be – Led Zeppelin
Black Mold – The Jon Spencer Blues Explosion

…e guarda anche
Jackie Browne – Quentin Tarantino
Django Unchained – Quentin Tarantino

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Riviera

Riviera

To Lose La Track / Fallo Dischi, 2014
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ho fatto i conti
e quello che ti devo non so quanto vale.

L’esordio sulla lunga distanza dei romagnoli Riviera si chiama come loro ed è fatto di undici pezzi e poco più di mezz’ora; uno spazio risicatissimo in cui note e parole sgomitano e scalciano per arrivare a farsi sentire.
Abbiamo a che fare, qui, con un emo-core di qualità assai elevata, dalla produzione scarna ed efficace, in cui le chitarre di Giacomo e Andrea disegnano figure ruvide e melodiche, i ritmi mimano le storture del cuore e la voce pare presa a riflettere ad alta voce, più che ad urlare. In aggiunta, qui e là, dolci inserti di tromba rendono la proposta del quintetto ancora più particolare – e in questo sentiamo più di un richiamo all’unico album degli American Football, opera capitale dell’emo americano di fine anni novanta.
Due strumentali – Aspetto e Calanchi – ad aprire le facciate del vinile, e poi un’onda anomala di ricordi e rimpianti, scuse e prese di coscienza, con il sapore delle cose che proprio non puoi fare a meno di tirar fuori, anche quando non riesci a dar loro una forma regolare, coerente.
Non c’è una canzone che valga più delle altre, qui dentro – anche se i cinque minuti di Piscina certo sono un gran colpo al cuore – perché i ragazzi suonano ogni nota come se fosse l’unico modo per andare avanti. E danno più di una ragione per stare meglio anche a noi che ascoltiamo.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Chitarra – Do Nascimiento
Tire Swing – Warm Thoughts (ex Dad Punchers)
Va Tutto Malone – Verme
Magone – Fine Before You Came

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SOAK

B a noBody

Rough Trade, 2014
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the teenage hope is an unguarded time
we’re trying hard to make something of what we are

Di canzoni, film, libri – perfino piccole recensioni, giusto? – che raccontano l’adolescenza, è pieno il mondo; spesso, però, lo fanno con uno sguardo grigio e adulto fatto cadere dall’alto – vuoi per gli anni, l’esperienza, la noia. Possono venir fuori anche cose bellissime, ma quasi sempre manca, semplicemente, la verità.
Poi arrivano pezzi come B a noBody e due occhi come finestre spalancate sul mondo, e non puoi fare a meno di accorgerti della differenza.
Bridie Monds-Watson ha diciott’anni e viene dall’Irlanda del Nord; da un paio di primavere, con il nome d’arte SOAK, regala canzoni piccole e preziose, corde sfiorate e voci sussurrate che in pochi minuti parlano d’amore e famiglia, crescita e amicizia – e qui sotto le abbiamo raccolte praticamente tutte: dagli splendidi primi passi di Trains e Sea Creatures fino all’EP Blud, di qualche mese fa.
La nuova B a noBody è una dedica a tutti i giovani che stiano cercando di far qualcosa della propria vita e un invito a lasciar andare almeno un po’ il peso delle aspettative – essere qualcosa in meno, per poter essere qualcosa in più; un crescendo forte e delicato per chitarra acustica, pianoforte, spazzole e voce.
Come in Boyhood, qui dentro c’è una ragazza raccontata mentre succede, e, in meno di cinque minuti, la netta sensazione che la sua età sia l’unico momento in cui si può far stare tutta la meraviglia della vita in una canzone.

Ti è piaciuta questa canzone? Allora guarda anche
Boyhood – Richard Linklater

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Mourn

Mourn

Captured Tracks, 2014
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Jazz Rodríguez Bueno e Carla Pérez Vas (entrambe cantanti e chitarriste) sono cresciute in Catalogna, a una cinquantina di chilometri da Barcellona, imparando ad amare la vocalità aspra di PJ Harvey e l’indie-rock slabbrato delle Sleater-Kinney – queste ultime ormai pronte a un attesissimo ritorno, a dieci anni dal capolavoro The Woods, di cui vi avevamo raccontato.
Insieme scrivono brani che quasi mai superano i tre minuti e spesso non arrivano nemmeno ai due, con l’impeto e il fastidio moccioso del punk.
Piccolo particolare: le due ragazze hanno diciotto anni appena, così come il batterista Antonio Postius, mentre la bassista Leia Rodriguez (sorella di Jazz) ne ha compiuti quindici, e questo non fa altro che rendere questa musica scorticata ancora più sincera.
Mourn è l’esordio omonimo della loro band e contiene undici brani – segnatevi almeno Your Brain Is Made Of Candy, Otitis, Silver Gold, Marshall e Boys Are Cunts, scritta praticamente sotto la doccia – che in ventitre minuti si sgolano, si sbracciano e dicono quello che devono dire a qualche stupido coetaneo. Con tanta foga che la grande indie label Captured Tracks si è accorta di loro e a febbraio farà uscire questo primo album – che potete già ascoltare qui sotto, per intero.
Il futuro, almeno quello prossimo, sembra decisamente dalla loro parte.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Sheela-Na-Gig – PJ Harvey
Dig Me Out – Sleater Kinney
The Holiday Song – Pixies

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Lenny Abrahamson

Frank

Regno Unito, Irlanda, 2014
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Io dico, racconta ogni cosa a tutti. Perché nascondere tutto?

Jon è un giovane musicista poco più che mediocre, ingaggiato per puro caso da una band sperimentale, dal nome quasi impronunciabile. A guidarla è Frank, talento musicale straordinario che da anni si nasconde agli occhi del mondo dietro una grande maschera di cartapesta – “anche le facce normali sono strane, sai?” – e sa trovare ispirazione in ogni cosa: un paio di buffi calzini, un piccolo ciuffo di pelo che spunta dal tappeto.
Lo scontro tra modi così distanti d’intendere l’arte finirà per generare un cortocircuito nel delicato equilibrio di Frank, portandolo a contatto con un mondo che di lui vuole solo la facciata singolare ma è incapace di coglierne l’essenza più profonda.
Michael Fassbender è formidabile nel dar corpo e voce a un personaggio puro e bellissimo, ispirato alla figura di Frank Sidebottom – vecchia invenzione del comico inglese Chris Sievey – e alle biografie di musicisti geniali come Daniel Johnston e Captain Beefheart, ma pure il resto del cast (a partire da Maggie Gyllenhaal) regala scene di culto – tutte le sequenze delle registrazioni dell’album, ad esempio.
Tra una prima parte che strappa risate sincere e un finale commovente, Frank è tra le cose più emozionanti viste quest’anno e fa passare almeno un paio di concetti scomodi e importanti: che il talento vero, chi non ce l’ha, non se lo può dare; e che una malattia mentale è qualcosa da trattare con rispetto e delicatezza e non una simpatica stranezza da dare in pasto all’hipsteria dei tempi moderni.

Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche…
The Devil and Daniel Johnston – Jeff Feuerzeig

… e ascolta anche
Living Life – Daniel Johnston
Ice Cream For Crow – Captain Beefheart & His Magic Band
Love Song – Syd Barrett

Frank

Regia: Lenny Abrahamson
Sceneggiatura: Jon Ronson, Peter Straughan
Fotografia: James Mather
Montaggio: Nathan Nugent
Musiche: Stephen Rennicks
Durata: 95′

Michael Fassbender: Frank
Domhnall Gleeson: Jon
Maggie Gyllenhaal: Clara
Scoot McNairy: Don

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Goldaline, My Dear

Pretend the world is funny and forever

Stop Records, 2014
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cause we’re all bad actors in this life,
just don’t take it too seriously

Che bella sigla ha scelto il songwriter riminese Davide Ramilli per il suo progetto acustico: Goldaline, My Dear è un nome ripescato da uno dei brani più intensi dei Neutral Milk Hotel ed è capace, da solo, di anticipare suoni e atmosfere delle canzoni dell’album.
Che anche a questo giro non sono molte, ma si accendono sempre di un indie folk-pop fantasioso e chiacchierone – vi invitiamo, davvero, a leggervi i testi, misto di antidolorifici e gioia, scene da mumblecore e tenere goffaggini alla Greta Gerwig.
Succede parecchio, in questi sedici minuti: arpeggi solari (Cheesy Cheesy Cheesy) e incalzare in bassa fedeltà (How Are Things?), bozzetti da nemmeno un minuto (Goomah) e strumentali per tromba e chitarra (Get Off That Tank, Michael Dukakis), marce svagate (Jake “The Snake” Roberts) e miraggi da tramonto liquido (Northern Outskirts Of Stockholm).
Pretend The World Is Funny And Forever, insomma, ha la naturalezza delle cose belle, di quelle che in pochi istanti costruiscono un piccolo mondo, ti avvolgono come una coperta e ti lasciano nell’attesa trepidante di un seguito.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
The King Of Carrot Flowers, Pt. One – Neutral Milk Hotel
Another Bag Of Bones – Kevin Devine
Open Books – Girless And The Orphan

… e guarda anche
Frances Ha – Noah Baumbach

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Ex Hex

Rips

Merge, 2014
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Un po’ di storia, per cominciare. E quella della cantante e chitarrista Mary Timony comincia da lontano, nella Washington gloriosa degli anni Novanta, con Autoclave e Helium, e prosegue in un decennio successivo costellato di lavori solisti e parecchi altri progetti.
Ex Hex è la sua ultima trovata, una band nuova di zecca con Betsy Right e Laura Harris, arrivata in queste settimane alla pubblicazione di un primo album che sta raccogliendo consensi praticamente ovunque.
Se vi è capitato di vedere al cinema Super 8, uno dei più divertenti summer-movie di questi anni, di sicuro ricorderete le scene notturne in cui i ragazzini si ritrovano per girare un film. A dare un suono a quelle immagini, ambientate nel 1979, ci pensano le fantastiche canzoni pop di Cars e Knack.
Ecco, Rips è quella cosa lì: anni Settanta e spirito ragazzino, melodie power-pop e chitarre sparate, in dodici canzoni micidiali, che non sbagliano un ritornello e tirano in ballo Runaways e Tom Petty, Chrissie Hynde e Joan Jett. Inutile citare le migliori – se obbligati, diremmo Don’t Wanna Lose, Beast, How You Got That Girl e New Kid: qui tutto è perfetto e spettinato al punto giusto, per un disco che sballa e si balla senza sosta. Perfetto per l’estate e destinato a infiammare l’inverno.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Cherry Bomb – The Runaways
Even The Losers – Tom Petty & The Heartbreakers
Bye-bye Love – The Cars
Bad Reputation/I Love Rock’n'Roll – Joan Jett & Foo Fighters

… e guarda anche
Super 8 – J.J.Abrams
La vita è un sogno – Richard Linklater
Kick-Ass – Matthew Vaughn

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The Frowning Clouds

Legalize Everything

Rice Is Nice, 2014
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Si sono incontrati ai tempi del liceo, i Frowning Clouds, e sin dal giorno del diploma non hanno mai smesso di suonare in giro, per puro divertimento.
Cinque ragazzi di Geelong, Australia, ormai al terzo studio album e animati da una passione divorante per gli anni 60: garage-punk e Nuggets, occhiali a specchio e giri di Rickenbacker.

Legalize Everything è un disco semplice e bellissimo, di quelli in cui non sembra esserci molto e invece nascondono tesori: pescando a caso tra i dodici pezzi ci si ritrova a rimirare piccole pepite – una No Blues ironica e tirata per i piedi come una vecchia canzone di Ray Davies, le squillanti Carrier Done e Leopard Print Tint oppure l’uno-due di chiusura con See The Girl e You Do To Me Too, tanto tenere e vivaci nel loro romanticismo svagato.
E poi ci sono certe esplosioni di melodie e colori che durano lo spazio di qualche istante eppure aprono al cielo: succede nella strofa di Move It, così incredibilmente dolce e solare; succede nello stacco che spezza la marcetta circense di Inner Circle. E sono istanti che non ti danno nemmeno il tempo di capire bene cosa stia succedendo, ma ti lasciano lì con il cuore appeso.

I piedi ben piantati nei sixties e la testa fra le nuvole, i Frowning Clouds regalano anche a questo giro una manciata di canzoni adorabili, da tenerci il cuore caldo per giorni.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
I Had Too Much To Dream Last Night – The Electric Prunes
Night-Time – The Strangeloves
I’ll Remember – The Kinks
Catamaran – Allah-Las

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