Archivio dell'autore: Guest

Harry Bernstein

Il giardino dorato

Piemme, 2009, 233 p.
avatar

Postato da
il

Articolo di Laura Festari

Il mattino del mio novantesimo compleanno mi svegliai di buon’ora e andai incontro a un’esperienza alquanto singolare…

Harry ha novant’anni e, tutto sommato, è felice della sua vita. Sua moglie è sempre accanto a lui, ha due splendidi figli e si sta godendo la sua vecchiaia tra passeggiate in riva al lago e letture.
Una notte, però, un temporale violentissimo distrugge il simbolo del suo amore per Ruby.
Non dà troppo peso all’accaduto ma da quel giorno la sua tranquilla esistenza verrà completamente messa sottosopra.
E proprio quando è lì, sul fondo di non si sa cosa, perso nella tristezza più totale, ecco realizzarsi il suo più grande sogno: diventare uno scrittore.

Il giardino dorato è il terzo dei quattro libri scritti da Harry Bernstein e, come negli altri, il protagonista è lui. Non cerca di apparire un personaggio “perfetto” e non prova nemmeno a dipingere gli altri come santi o diavoli, semplicemente riflette la realtà come uno specchio, facendo vedere pregi e difetti di ogni persona. Ti racconta come è riuscito ad esorcizzare il dolore, il senso di vuoto e solitudine che ha provato, ti fa capire come certe piccole quotidianità sono importanti, quasi indispensabili, vitali, ma soprattutto ti insegna a credere davvero fino all’ultimo nei tuoi sogni, anche se hai novant’anni!

Ti è piaciuto questo libro? Allora ascolta anche…
Perfect- Ed Sheeran

…e leggi anche…
Il muro invisibile- Harry Bernstein
Il sogno infinito- Harry Bernstein

Leggi tutto ►

Lastanzadigreta

Creature selvagge

Sciopero Records, 2016
avatar

Postato da
il

Viva la musica bambina e democratica!

a cura di Claudio D’Errico

Lastanzadigreta
nasce nel 2009, grazie all’incontro di cinque musicisti torinesi – già attivi in diverse formazioni – in occasione di un’iniziativa di solidarietà.

Creature selvagge è il primo album della band che nel 2017 viene premiata con la Targa Tenco nella sezione “Opera Prima”.
“Le canzoni sono creature selvagge: sfuggono, si nascondono, saltano, all’inizio sono piccine ma poi crescono e sporcano tutto in giro”. A queste parole il gruppo affida il compito di descrivere la propria musica, intesa come luogo misterioso e sperimentale.

Sono una dozzina le canzoni del primo disco, tutte con qualcosa di particolare, che entra dalla pelle, non solo dalle orecchie. Un po’ pop, un po’ folk, atmosfere intime, passaggi elettrici e distorti.
Tra le canzoni, oltre al brano di apertura che dà il titolo all’album, si segnalano Erri, brano post-rock su testo di Erri De Luca, gentilmente concesso dallo scrittore napoletano, e la particolarissima Vita di Galileo dedicata al grande astronomo pisano.
Foglia d’autunno colpisce l’ascoltatore partendo dai suoni minimali, che si schiudono in un crescendo electro-rock, e la ballata “Inviti superflui”, ispirata ad un racconto di Dino Buzzati.

Lastanzadigreta è un progetto che fa della sperimentazione una caratteristica peculiare. L’organico del gruppo è anomalo: nessun basso, nessuna batteria, nessun ruolo predefinito fra i componenti.
Come definito dai membri della band, le canzoni dell’album contengono “suoni da cameretta” alternati a sonorità da orchestra rock. Agli strumenti più tradizionali ne vengono spesso affiancati altri, più strani, che paiono recuperati in qualche solaio: marimba, bidoni dell’immondizia, tubi, oggetti di recupero, un vecchio harmonium Farfisa, glockenspiel, un set di didjeridoo, weissenborn, mandolini elettrici e banjolini, cigar box.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche L’improbabile – Bandabardò

e leggi anche Erri De Luca
Inviti superflui – Dino Buzzati

Leggi tutto ►

Patrick Ness

Chaos. La guerra

2016, Mondadori, 538 p.
avatar

Postato da
il

“Credevo ti avessero colpito” dico, la testa fra le mani.
“Ho visto una di quelle cose abbattersi su un cavallo e un cavaliere, e ho pensato fossi tu.” Alzo gli occhi su di lui, esausta e tremante. “Credevo ti avessero ucciso, Todd.” Spalanca le braccia e mi premo addosso a lui e lui mi stringe, mi stringe semplicemente mentre piango (…)
Ero da solo. E un mattino che pensavo questo, un mattino in cui ero ritto sulla sponda del fiume, nel quale mi guardavo e non vedevo che me stesso, solo 1017 con il marchio permanente che bruciava sul braccio…
Ho pianto. Sono crollato al suolo e ho pianto.


Articolo di Valentina Carioni Vienna

L’inizio. La fine. Ognuno di noi, vivendo, si convince del fatto che il male e la sofferenza siano lontani, che non potrebbero mai toccarci veramente. Ma è veramente così? E’ forse vero che siamo tutti invulnerabili e tremendamente vivi, convinti che non ci saranno catastrofi o morti, convinti che tutti noi avremo un futuro, e che non potrebbe mai accaderci nulla di assolutamente letale?
Non è così. Non è questo il mondo di Chaos: un universo che pareva tanto sereno, un universo che, apparentemente, sarebbe stato un perfetto baluardo difensivo. Ma anche quest’ultima certezza è stata distrutta, rasa al suolo da coloro che sono assetati di potere.
Ed è in questo contesto arduo che si scatena la Guerra per il dominio di Mondo Nuovo.
I dissidenti della truppa d’Assalto sono in marcia contro le milizie del Presidente, mentre un’armata sconosciuta e terribile avanza imperterrita lungo la collina. Passeggia lenta come un morbo, senza farsi riconoscere.
E poi esplode, esplode e devasta ogni angolo più puro, macchiandolo di violenza e colpa.
Loro sono i carnefici. Loro sono coloro nei cui occhi pullula la fiamma ardente del fuoco. Un fuoco che non è alimentato dal solo potere.
Ma una fiamma che il mondo conosce come Guerra, e la voglia di farla. Il desiderio irrefrenabile di prendere le armi e ridurre ogni uomo in cenere, senza lasciarne traccia.
Ogni andito è ormai avvelenato e tossico per coloro che aspirano alla pace, e nessuno sa dire con certezza quale sarà la sorte delle migliaia di esistenze che si fronteggiano ad armi pari.
Todd e Viola sperano solo di riuscirci. Insieme.
La guerra non è facile, la guerra è dolore. E fa ancora più male se a combatterla sono degli adolescenti, adolescenti che sono stati costretti a crescere troppo in fretta.
Patrick Ness è un genio delle descrizioni. Le sue parole sono forti e dirette, e sono in grado di condurti nel loro mondo, senza che tu possa esserne consapevole.

L’ultimo stravolgente capitolo di una straordinaria trilogia che ti lascia con l’apprensione del sapere. Una trilogia combattuta da due giovani ragazzi innocenti. Una trilogia in cui nulla è dato per scontato.

Ti è piaciuto questo libro? Allora leggi anche…
La fuga. Chaos 1- Patrick Ness
Il nemico. Chaos 2- Patrik Ness
Delirium- Lauren Oliver

Leggi tutto ►

Mannarino

Apriti Cielo

Unversal Music Italia, 2017
avatar

Postato da
il

Ma come sei finita, amore all’incontrario?
È così che tu te chiami per davvero:
eri giovane e ridevi della vita,
poi hai creduto alla bucia de un mercante forestiero
e der magnaccia de la compagnia

a cura di Claudio D’Errico

Con Apriti Cielo Mannarino, giovane cantautore, inizia un nuovo viaggio musicale che parte dalle sua città di origine, Roma. L’album si apre con sonorità da film western un po’ decadente, segno di nostalgia del proprio glorioso passato.
Il cd si presenta come la valigia di un viaggiatore, che contiene ricordi di paesi lontani e malinconici.
Il percorso prende avvio da Roma, per poi allontanarsi su ritmi diversi e melodie dal sapore a tratti sudamericano (Arca di Noè Babablù, “Vivo”).
In fondo alla valigia del viaggio si trovano autentiche perle come “Le rane”, ballata dall’atmosfera country.
Chiudendo gli occhi durante l’ascolto del brano “La frontiera” pare di vivere la scena di un film western, ispirata alle composizioni di Morricone per Sergio Leone.
Divertente è l’evoluzione del testo in “Gandhi”: si parte con un blues sonnecchiante e si prosegue in un crescendo che sfocia in un finale teatrale, di effetto.
Mannarino termina il suo viaggio con Un’Estate, canzone piena di nostalgia per la sua terra ed i parenti lontani.

Se ti piace allora guarda Il buono, il brutto, il cattivo – Sergio Leone

Se ti piace allora ascolta Marinai, profeti e balene – Vinicio Capossela

Leggi tutto ►

Francesco Gabbani

Greitist Iz

DIY Italia, 2014
avatar

Postato da
il

Perché se sincronizzare due canzoni vuol dire suonare
io potrei tranquillamente andare a sfilare
per Armani… non so… Dolce e Gabbana
oppure dico in giro che la Canalis mi ama
I dischi non si suonano, sono già suonati
i dischi non si suonano, sono già suonati
hanno già suonato quando li hanno registrati
i dischi non si suonano

a cura di Claudio D’Errico

Dopo le due vittorie al Festival di Sanremo – come giovane proposta del 2016 e come big nel 2017 – si ha voglia di andare a scoprire qualcosa in più del personaggio musicale italiano del momento, Francesco Gabbani.
Nato nel 1982 , figlio d’arte (il padre aveva un negozio di dischi), polistrumentista e cantautore, Francesco scrive, arrangia e suona praticamente tutti gli strumenti utilizzati nei propri brani. Ha iniziato a suonare la batteria a 4 anni e la chitarra intorno ai 9 anni. A 14 scrive canzoni. A 20 anni arriva la sua prima esperienza discografica: un contratto con Sony BMG insieme ai Trikobalto.
Con questa band partecipa all’Heineken Jammin’ Festival come supporter degli Oasis e degli Stereophonics. Nel 2010 inizia la carriera solista.
Ed ecco il suo album di esordio, intitolato “Greitist Iz”, uscito nel 2014 e scherzoso già nel titolo. Gabbani mostra fin da subito di voler giocare su se stesso, facendo dell’ironia il comune denominatore dei suoi lavori, comprese le canzoni recentemente presentate a Sanremo, Amen e Occidentali’s Karma.
Nella copertina di “Greitist Iz”, Gabbani si mette a nudo nel senso letterale del temine, coprendosi solo della sua fedele compagna di sempre, la chitarra, e poggiando su un letto di ricordi di ragazzo.
L’album si presenta come un bel mix, sia nella musica che nei testi. I generi spaziano dal soul, al cantautorato, al reggae. Le canzoni trattano di vari argomenti: l’approccio superficiale alle droghe da parte dei giovani; l’amore; l’esistenzialismo.
Il brano più noto è I dischi non si suonano, fortemente ironico, in cui viene riproposto un diverbio tra dj e musicisti. Gabbani in proposito ha dichiarato: “C’è un po’ di esubero di ragazzi che si atteggiano ad essere quello che non sono, sono tutti in po’ fotografi, videomaker, artisti, dj”.
Lui invece è davvero un (bravo) cantante.

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche Sotto casa – Max Gazzè

Leggi tutto ►

Imarhan

Imarhan

City Slang, 2016
avatar

Postato da
il

E’ amaro partire
accompagnato dai suoni che ti mancheranno,
al centro di un mondo senza coloro che ti vogliono bene
Questo tuo mondo è veloce e competitivo,
Attenzione a chi ti insegue.
Ti renderà ansioso.

a cura di Claudio D’Errico

Oggi proponiamo di fare insieme un viaggio particolare, tra i popoli del Sahara.
Come una moderna tribù Tuareg ci sposteremo idealmente tra spazi vuoti ed assolati nelle vaste lande del deserto algerino.
Grazie all’album omonimo di debutto della band Imarhan ci cambiamo d’abito e veniamo accolti dai Tuareg, ascoltando insieme musica coinvolgente e moderna, che mescola suoni e colori in tinta blues.
Se ci si lascia trasportare dalle canzoni dell’album, sembra di cogliere un “blues del deserto”. E’ forte la tentazione di chiudere gli occhi ed immaginare quell’ambiente così lontano, ma in realtà così vicino ed affascinante.
Questo album merita a nostro avviso un ascolto non solo per la sua qualità, ma anche perchè mostra come la musica di un mondo culturalmente così diverso dal nostro possa essere rielaborata in una forma più accessibile ad un pubblico vasto, facendo apprezzare così in luoghi nuovi sonorità tipiche.
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Emaar – Tinariwen
e guarda anche Marrakech Express – Gabriele Salvatores

Leggi tutto ►

Metallica

Hardwired…To Self-Destruct

Blackened, 2016
avatar

Postato da
il

Born to lose
No excuse
‘Til the end
Been living to win
Been living to win

a cura di Daniele Bertazzoli

Dopo 8 anni di silenzio discografico (senza contare il progetto più o meno riuscito con Lou Reed, Lulu) finalmente i Metallica fanno uscire la loro ultima fatica: Hardwired…to Self-Destruct, il loro primo doppio album, seguendo forse la tendenza lanciata con Book Of Souls degli Iron Maiden, uscito pochi mesi fa.
I Metallica vogliono subito far capire che sono tornati a suonare ad alto volume, e lo fanno con Hardwired, che si impone come uno dei grandi pezzi d’apertura targati Metallica; veloce, diretta, immediata…perfetto! Fin da subito si capisce che i suoni sono ad ottimi livelli: la produzione del disco è la migliore dai tempi del Black Album.
I successivi pezzi sono molto, molto belli. Si passa da Atlas, Rise!, con sonorità da capelli lunghi anni ’80 e toppe sul giubbotto di jeans con chiare influenze dai colleghi inglesi Iron Maiden, a Now That We’re Dead, dove si cercano sonorità differenti, ma sempre arpionate all’Heavy Metal.
La grande varietà dei pezzi si sente: in Dream No More ci si avvicina allo Stoner Metal, con tempo lentissimo, chitarre abbassate di tono e pesantezza che ricorda Sad But True; in Moth Into Flame ci si lancia in un headbanging che termina solo quando finisce il pezzo; in Halo Of Fire la struttura alterna parti lente e tranquille con parti distorte e più pesanti, con un ottimo finale in crescendo che chiude la prima facciata dell’album.

Il secondo cd, purtroppo, non è allo stesso livello del primo.
L’inizio è promettente, con Confusion che fa sentire le chiare influenze dei Diamond Head, band storica che influenzò e continua ad influenzare i Metallica.
Nei successivi pezzi, invece, si perde l’immediatezza che hanno contraddistinto i precedenti. Da ManUNkind, brano più blueseggiante, a Murder One, dedicata al compianto Lemmy dei Motorhead, i pezzi risultano quasi annacquati e tirati forse un po’ troppo per le lunghe. Pur restando buoni, ascoltandoli, dopo un po’ si pensa “Ma quando finisce?”.
L’ultima canzone, invece, è un ottimo, ma davvero ottimo, pezzo. Spit Out the Bone riapre, dopo le ultime canzoni, la porta dell’attenzione sonora. L’inizio velocissimo, tiratissimo, fa pensare che forse l’ultima canzone sarà bellissima. Ed è così. A tratti ricorda One, ma più moderna. Finalmente il buon vecchio Thrash Metal torna ad uscire dalle casse dello stereo, risollevando la dignità di questo secondo cd e dando la perfetta conclusione a quest’ultima fatica del gruppo californiano.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Book of Souls – Iron Maiden
… leggi anche Ciclo di Cthulhu – H.P. Lovercraft
vedi anche Come un tuono – Derek Cianfrance

Leggi tutto ►

Toadies

Heretics

Kirtland Records, 2015
avatar

Postato da
il

I wish I could tell you The way that I feel
I know that I failed you
So I make my appeal
I wish I could tell you
What’s on my mind
But my heart won’t let me be so cold
So honest and unkind
Are we still blind
Are we still blind
Chasing our demons and
Feeding the fire inside

a cura di Claudio D’Errico

Con Heretics i Toadies – band modern rock che nel 1994 entrò nelle classifiche USA con Rubberneck – ci portano in Texas.
Si tratta di un album particolarmente acustico, a differenza del loro stile, solitamente più grunge e post punk. Sono presenti sonorità rock alternative. Durante l’ascolto pare quasi di trovarsi su una decapottabile ed attraversare la Ruote 66, fermandosi alle classiche stazioni di rifornimento, nel cuore profondo degli USA.
L’album si apre con il brano In the Belly of a Whale, letteralmente ‘Nel ventre di una balena’. Il titolo ricorda la scena del personaggio di Collodi, Pinocchio, che appunto nel ventre della balena ritrova Geppetto.
Il richiamo pare tuttavia quasi inconsapevole. Nel video dei Toadies, infatti, protagonista è l’immagine di una baraccopoli che si muove nel mare, dentro ad una balena. Ambientazione assurda, all’interno della quale il gruppo musicale suona – prevalentemente in acustica – ed altri personaggi festeggiano e ballano. Non si capisce se barcollino più per le onde o perché sotto effetto dell’alcool.
Nel cd viene coraggiosamente riproposta anche la versione acustica di Possum Kingdom, brano che ha ottenuto in passato un buon successo commerciale.
Tra le tracce si nascondono poi vere e proprie perle musicali, come Rattler’s Revival, con il proprio emozionante crescendo da acustica a versione elettrica distorta.
Un album da scoprire e da gustare che sicuramente piacerà a molti.

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche Head Carrier – Pixies

e leggi anche Oltre il confine – Cormac McCarthy

Leggi tutto ►

Black Sabbath

Black Sabbath

Vertigo- 1970
avatar

Postato da
il

What is this that stands before me?
Figure in black which points at me
Turn around quick, and start to run
Find out I’m the chosen one

Articolo di Michele Provezza

Fine anni ‘ 60. Immaginate un mondo in cui l’ideale di pace e fratellanza erano le basi della vita. Un mondo felice, colorato e senza barriere e problemi. Immaginatelo e poi guardate meglio e vedrete che questo mondo, questo sogno inizia a creparsi, a mostrare stanchezza, debolezza e incapacità a resistere al suo deteriorarsi, alla spinta della rabbia, dell’eccesso che sono proprie dell’uomo.
Guardate bene perché le crepe ci sono ma rimangono nascoste. Accenni più o meno evidenti, ma pur sempre solo accenni del lato oscuro che sta dietro.

Poi ad un tratto l’abisso si apre e vi si mostra in tutta la sua terribile profondità e vi guarda dentro mostrandovi che la sua oscurità è quella che avete dentro di voi, che avete tentato di nascondere e il suono l’unico suono che udite è quello funereo delle campane e di un temporale poi una voce nell’oscurità…

Ecco io ho sempre immaginato così l’impatto che il primo ascolto di Black Sabbath ha avuto su una generazione che usciva dal periodo hippy e si accingeva a entrare negli anni ’70, perché è innegabile che il primo album della band di Birmingham abbia scavato un solco nella storia della musica. Un solco profondo e tenebroso.

A differenza dei gruppi coevi, anche importanti come Deep Purple e Led Zeppelin, più melodici e con evidenti radici nel rock’n roll e nel blues, i Sabbath, che pure nel blues erano nati, presentavano un suono molto più cupo e pesante, sostenuto magistralmente da un’ottima sezione ritmica affidata al batterista Bill Ward e al bassista Geezer Butler e fondato sulla lugubre chitarra di Tony Iommi che nella title track arriva ad usare la triade del diavolo, un intervallo dissonante proibito nel Medioevo perché ritenuto in grado di evocare le forze oscure (contribuendo ulteriormente ad alimentare la fama oscura del gruppo). Tutto questo, probabilmente, non sarebbe però bastato a fare dei Sabbath i più validi pretendenti per essere ritenuti i padri del metal, se non avessero contribuito testi disturbanti, che citavano il diavolo e l’occultismo in maniera esplicita, ispirando un immaginario che si sarebbe legato indissolubilmente alla produzione heavy metal successiva.

Certo per trasmettere l’angoscia di quei testi non bastava un buon cantante. Anzi ci voleva una voce assolutamente unica. Ma il diavolo, che con i Sabbath amava metterci lo zampino, aveva concesso loro di trovare il front man perfetto Ozzy Osbourne.
La storia era fatta.
Se ascoltate Black Sabbath, The wizard e N.I.B. capirete subito il perché. E, se anche il disco ha qualche pecca, che magari musicalmente lo rende inferiore a Paranoid, non si può prescindere dall’ascoltarlo per capire davvero su cosa poggia il metal.

Un ultimo consiglio allora, spegnete le luci, mettete il disco e poi immaginate l’abisso, quello di cui vi parlavo prima. Guardate bene in fondo ad esso, nel riflesso di fiamme nere e ascoltate, ascoltate attentamente. Magari riuscirete a sentire qualcuno ridere e una voce come un tuono dire “Geniale, campane a morto per festeggiare la nascita di un genere……. neppure io potevo fare meglio”.

Ti è piaciuto questo album? Allora leggi anche…
Dylan Dog- Serie a fumetti
Magdeburg. L’eretico- Alan D. Altieri
I racconti del Necronomicon- H.P. Lovecraft

…e ascolta anche…
La discografia di Ozzy Osbourne

Leggi tutto ►

Bob Dylan

Highway 61 Revisited

Columbia Records, 1965
avatar

Postato da
il

How does it feel,
to be on your own,
with no direction home,
like a complete unknown,
like a rolling stone?

a cura di Daniele Bertazzoli

Uno sparo che echeggia nel silenzio più assoluto.
Quello sparo è il colpo di rullante con cui inizia Highway 61 Revisited, di Bob Dylan: uno degli album più importanti di tutta la storia della musica; il “cuore della trilogia elettrica” di Dylan, iniziata con Bringing it All Back Home e conclusasi con Blonde on Blonde. Grazie a questi tre album l’artista statunitense stravolge tutta la canzone folk popolare, americana e non.
Le tradizioni, la cultura, il modo di pensare di una generazione prima, di molte altre a seguire poi, vengono prese, accartocciate, ingoiate, risputate e modellate a piacimento da Bob Dylan.
Un buon traguardo per una manciata di canzoni!
Dopo il colpo di rullante della batteria, la canzone che ne segue è tra le più famose e riconoscibili di sempre: Like a Rolling Stone, l’ennesima canzone manifesto di Bob; è tutto ciò che un musicista punta a scrivere e a comporre, una delle canzoni che più si avvicinano al concetto di perfezione.
In molti la pensano così, indovinate quale brano è messo in cima alle migliori canzoni di sempre, dalla rivista Rolling Stone?
La seconda traccia, Tombstone Blues, è un proto-punk veloce ed acido; la batteria scandisce il tempo come un vecchio treno a vapore che macina chilometri sulle rotaie. La canzone è infarcita di situazioni ed immagini surreali come “The sun is not yellow, it’s chicken”.
Con le successive due canzoni, It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry e From a Buick 6 Bob Dylan si cimenta nel più classico blues in 12 battute, con influenze dai grandi bluesman del delta, uno su tutti Robert Johnson.
‘Ballad of a Thin Man’, dove Dylan si cimenta nel pianoforte, calma le acque e porta l’ascoltatore a riflettere. La canzone è strutturata sulla storia di un “Mr. Jones”, un uomo qualunque. Fermo sulle sue idee, con la mente chiusa, perbenista, che, trovandosi faccia a faccia con dei tipi strani ed alternativi, non riesce a vedere, a capire i cambiamenti che la società a quell’epoca affrontava. Le situazioni e i dialoghi sono un crescendo di stranezze e non-sense, dove Mister Jones è sempre più spaesato, non riuscendo a comprendere cosa accade intorno a lui. “Because something is happening here, but you don’t know what it is. Do you, Mister Jones?”
Queen Jane Approximately è un dialogo, una prova di compassione dell’autore verso una Jane, la cui vita sta prendendo una brutta piega, in crisi con la famiglia e con se stessa.
La struttura della canzone ‘Highway 61 Revisited’ è una delle più strane di sempre: un fischietto suonato da Dylan simile ad una sirena della polizia divide le 5 strofe, dove sono presentati problemi più o meno seri (dall’uccidere il proprio figlio allo sbarazzarsi di stringhe per le scarpe e telefoni che non squillano) tra i vari personaggi, presi anche dalla Bibbia, che si concludono o si risolvono sempre sulla Highway 61.
In Just Like Tom Thumb’s Blues l’autore narra di un incubo ambientato a Juarez dove incontra malattia, prostituzione e degrado, decidendo infine di tornare a New York. Il testo è costellato da influenze della letteratura, da Kerouac ad Edgar Allan Poe.
L’album si conclude con una perla nella discografia dell’autore: Desolation Row. Una poesia più che una canzone, lunga 11 minuti e con 10 strofe senza ritornello, dove Bob Dylan chiama alle armi personaggi dai contesti più disparati, da Cenerentola a Einstein, passando per il Fantasma dell’Opera e T.S Eliot, dando loro storie e personalità che vanno ad intrecciarsi nell’ambientazione creata per questa canzone.
Ed è proprio in quest’ultimo brano che il lirismo di Dylan diventa più che una canzone, si trasforma in poesia, come solo il più grande cantautore di sempre poteva fare.
Questa canzone, come tante altre scritte dal nostro menestrello moderno (Tangled up in Blue, Vision of Johanna, Hurricane) possono spiegare perché gli è stato assegnato il Nobel alla Letteratura.

Perché, in fin dei conti, l’unica differenza tra un poeta ed un cantautore è che, quest’ultimo, sa suonare la chitarra.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blonde on blonde – Bob Dylan
Born to run – Bruce Spingsteen
Cosmo’s Factory – Creedence Clearwater Revival

… vedi anche Io non sono qui – Todd Haynes

e leggi anche
Parole nel vento – Ed. Interlinea
Guida ad alcune pubblicazioni su Bob Dylan – Il popolo del Blues

Leggi tutto ►