Iron Maiden

The book of souls

Parlophone, 2015
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Reef in a sail at the edge of the world
If eternity should fail
Waiting in line for the ending of time
If eternity should fail

Articolo di Michele Provezza

Ci sono gruppi che sanno segnare la storia della musica e che, negli anni, sono assurti alla categoria dei miti.
E’ innegabile che gli Iron Maiden facciano parte di questa ristretta schiera di eletti, per come hanno saputo influenzare la musica metal da 40 anni ad oggi.

Ma è giusto accettare, proprio per la loro storia, tutto quello che pubblicano senza mai avanzare una critica (come sembra essere costume del bel paese e dell’Europa tutta), per paura di essere accusati di lesa maestà? Secondo me no ed è proprio perché ritengo che un disco debba piacere solo se sa trasmettere qualcosa a chi lo ascolta, prescindendo dal nome di chi lo propone, che il sestetto inglese mi aveva un poco fatto disinnamorare.

Le produzioni e i suoni non all’altezza proposti negli ultimi album, dopo Brave New world (non conto per evidenti motivi l’interregno con ), un’eccessiva lunghezza nelle canzoni e una generale fiacchezza riscontrabile nel complesso, pur nascondendo un apprezzabile tentativo di ammodernamento e di ricerca di nuovo sound, mi avevano lasciato parecchio amaro in bocca.

E’ stato, perciò, con un certo scetticismo, considerando proprio le pecche della storia recente del gruppo e il minutaggio dell’album (oltre 90 minuti) per la prima volta proposto in doppio disco, che mi sono riproposto di ascoltare The book of souls, loro sedicesima fatica.

E sono felice di dire che mi sono ricreduto completamente. Il disco è bello e soddisfacente sostenuto da scelte di produzione che finalmente hanno riproposto la vera sonorità degli Iron: potenza delle chitarre e basso e batteria in buona evidenza, come non si sentiva da un bel po’ di tempo.
Le canzoni risultano tutte di ottima qualità, compatte ed equilibrate in ogni loro parte, legando bene nonostante la lunghezza, i segmenti vocali con quelli esclusivamente strumentali. I riff sono convincenti, gli assoli belli e non ripetitivi e il signor Harris e il buon Nicko hanno ripreso le loro cavalcate ritmiche come ai bei vecchi tempi. La tecnica, dopotutto, non è mai stata in discussione ma i modi di esprimerla sì. E, in questo album, c’è n’è più che a sufficienza per soddisfare chiunque.

Discorso a parte merita la voce di Bruce Dickinson, anche considerati i problemi di salute che il frontman ha dovuto affrontare; le linee vocali sono assolutamente di alto livello e, se la canna si è un po’ persa col tempo, l’espressività e le sfumature che il mestiere ha portato, la mettono sempre ai vertici delle mie preferenze.

Certo qualche piccola imperfezione c’è e i rimandi al passato in certi passaggi non mancano. Ma non mancano neppure delle assolute chicche, prima fra tutte la prima traccia, If eternity should fail.
Nel complesso, il primo dei due dischi risulta più vicino alle proposte classiche degli Iron mentre il secondo sembra assorbire di più le influenze dei dischi solisti di Dickinson, senza che questa dicotomia risulti però fastidiosamente evidente a discapito della proposta musicale.
Bella anche la copertina che ci regala finalmente un Black album anche per gli IRON.

In conclusione, possiamo affermare che i vecchi leoni britannici una zampata la sanno ancora tirare e che questo ultimo album, soprattutto se sorbito a piccole dosi, in mezzo alle tante proposte dei giovani gruppi sfornati in serie dall’industria musicale, sembra proprio essere un ottimo esempio di quell’artigianato metal figlio degli anni ottanta che tanto ci mancava.

E come si diceva ai bei vecchi tempi UP THE IRONS!

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