September

In Orbit

Family Tree, 2005
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I never had to say goodbye
You must have known I wouldn’t stay
While you were talking about our life
You killed the beauty of today

You’ll never gonna see me again
So now who’s gonna cry for you
You’ll never gonna see me again
No matter what you do

La proverbiale saggezza nordica parrebbe fare a pugno con la musica di September… invece sono le due facce di una stessa medaglia.
In questo caso la saggezza nordica si fa tranquillamente da parte e si rilassa ascoltando i beat certamente consistenti e mai invadenti, note che inebriano un senso di divertimento unito alla tecnica vocale di Petra Eos Marklund (il vero nome di September).
Petra gioca molto sulla parola e sul tono che le si può dare: ogni canzone ha una forte personalità che sia una ballata o un brano da dancefloor.
Diciamolo: In Orbit è un album principalmente da ballare.
Tuttavia i brani hanno un che di virtuoso e cristallino insieme, a tratti sussurrato; son canzoni che se andranno dalla mente dopo molto molto tempo, la loro ritmica circolare persiste in un impasto di note e fascinazioni che conquista in una magmatica (ma controllata: non dimentichiamo che siamo in Svezia) assonanza con il nostro star bene.

Ascolta quattro brani tratti dall’album
Cry for You, Satellites, It Doesn’t Matter, Cry for You (Extended Dance Edition)

Ti è piaciuto quest’album? Allora ascolta anche:
Royksopp – Melody A.M.
George Michael – Older
Daft Punk – Random Access Memories

… e leggi anche
Per Petterson – Fuori a rubar cavalli
Lars Berge – Ninja in ufficio
Jonas Jonasson – Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

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Film ambientati in Svezia presenti in Opac RBBC

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Lastanzadigreta

Creature selvagge

Sciopero Records, 2016
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Viva la musica bambina e democratica!

a cura di Claudio D’Errico

Lastanzadigreta
nasce nel 2009, grazie all’incontro di cinque musicisti torinesi – già attivi in diverse formazioni – in occasione di un’iniziativa di solidarietà.

Creature selvagge è il primo album della band che nel 2017 viene premiata con la Targa Tenco nella sezione “Opera Prima”.
“Le canzoni sono creature selvagge: sfuggono, si nascondono, saltano, all’inizio sono piccine ma poi crescono e sporcano tutto in giro”. A queste parole il gruppo affida il compito di descrivere la propria musica, intesa come luogo misterioso e sperimentale.

Sono una dozzina le canzoni del primo disco, tutte con qualcosa di particolare, che entra dalla pelle, non solo dalle orecchie. Un po’ pop, un po’ folk, atmosfere intime, passaggi elettrici e distorti.
Tra le canzoni, oltre al brano di apertura che dà il titolo all’album, si segnalano Erri, brano post-rock su testo di Erri De Luca, gentilmente concesso dallo scrittore napoletano, e la particolarissima Vita di Galileo dedicata al grande astronomo pisano.
Foglia d’autunno colpisce l’ascoltatore partendo dai suoni minimali, che si schiudono in un crescendo electro-rock, e la ballata “Inviti superflui”, ispirata ad un racconto di Dino Buzzati.

Lastanzadigreta è un progetto che fa della sperimentazione una caratteristica peculiare. L’organico del gruppo è anomalo: nessun basso, nessuna batteria, nessun ruolo predefinito fra i componenti.
Come definito dai membri della band, le canzoni dell’album contengono “suoni da cameretta” alternati a sonorità da orchestra rock. Agli strumenti più tradizionali ne vengono spesso affiancati altri, più strani, che paiono recuperati in qualche solaio: marimba, bidoni dell’immondizia, tubi, oggetti di recupero, un vecchio harmonium Farfisa, glockenspiel, un set di didjeridoo, weissenborn, mandolini elettrici e banjolini, cigar box.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche L’improbabile – Bandabardò

e leggi anche Erri De Luca
Inviti superflui – Dino Buzzati

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Michael Hedges

Aerial Boundaries

Windham Hill Records
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Il suono della chitarra acustica è uno dei più bei suoni che esistano al mondo, a mio parere.
Quando sono le dita a toccare le corde di bronzo il suono è soffice e rotondo. Quando sono le unghie è secco e tagliente. Quando è il plettro diventa incisivo.
Questa è la teoria: poi c’è Michael Hedges.

L’album parte proprio con la title track: Aerial Boundaries. Leggera come una piuma, si dipana tra mille armonie e mille suoni che incantano l’udito al primo ascolto ed è subito amore.
Prosegue tra i bellissimi arpeggi di Rickover’s Dream Ménage À Trois, passando per il ritmo inconfondibile di Ragamuffin e la cover di Neil Young After the Gold Rush

Complessivamente, questo è un ottimo album strumentale.
La chitarra di Hedges non annoia mai. Nonostante la grande difficoltà tecnica delle canzoni, nessuna di esse risulta troppo macchinosa o pesante.
Consiglio soprattutto l’ascolto di questo album come sottofondo per studiare, scrivere o leggere. Un toccasana!

Se ti è piaciuto ascolta anche: Piano Poet – Bill Evans
Leggi anche: La casa – Paco Roca
Vedi anche: Molto Forte Incredibilmente Vicino – Stephen Daldry

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The National

Trouble Will Find Me

2013, 4AD, New York
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There’s some things that I should never
Laugh about in front of family
I’ll try to call you from the party
It’s full of punks and cannonballers
I need my girl
I need my girl

Trouble Will Find Me è un disco spartiacque che anticipa con lungimiranza l’ultimo singolo della band uscito poche settimane fa: Guilty Party.

Trouble Will Find Me è un disco del 2013 ma sembra essere attualissimo per atmosfere e sonorità che ci catturano in tempi inquieti e velocissimi.  E’ un viaggio nei demoni che ci colgono proprio quando siamo distratti, dispersi oppure siamo noi stessi a chiamarli mentre il mondo sembra scivolarci dalle mani.  Nel 2013 inizia la nuova fase della band di Cincinnati. Matt Berninger inizia un approccio nuovo con i testi vivendoli con immediatezza e confidenza, accantonando i giri di parole e la retorica fatta di immagini visive per abbandonarsi a una scrittura quasi da diario, a tratti in modo eccentrico (Pink Rabbits e Don’t Swallow The Cap), esplicita sia quando parla d’amore (I Need My Girl) che quando si addentra nell’analisi introspettiva e personale (Demons).

Insomma i National abbandonano una retorica che sembrava averli catturati nel precedente album, soprattutto musicale, per potersi dedicare alla profondità e l’introspezione sperimentando dimensioni nuove ma senza rinunciare mai alla propria formazione e vocazione.  Il punto più alto raggiunto dalla band nel 2007 con Boxer ha segnato un lungo processo di maturazione artistica in cui i ragazzi di Cincinnati hanno scelto di dialogare con i propri ascoltatori per abbattere ogni resistenza nei testi ma soprattutto ogni distanza. La sensazione di questo disco è forse il punto più alto di svolta in cui si assiste a una conversazione intima (quasi unplugged in Hard to Find) dove sacrificando un ritmo aggressivo  i National scivolano accanto alle vite di ognuno di noi.

Il disco ospita anche collaborazioni più o meno silenti con gli Arcade FireSt. Vincent.

Ascolta il nuovo singolo: Guilty Party
Leggi anche: Paolo Cognetti – Le otto montagne
Guarda anche: Cloro

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Pizzicato Five

Romantique 96

Columbia, 1995
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asa wa
kegawa no ‘COAT’ de
anata no jiman no kuruma de
‘HOTEL’ ni kaeru

itsuka
shiroi ‘DRESS’ de
kekkonshiki wo ageru no
anata mo kite ne
————————–

morning
in a fur coat
by your car you’re proud of
go back to the hotel

someday
in a white dress
I’ll hold a wedding
please come

Definire la musica dei nipponici Pizzicato Five (in giapponese ピチカート・ファイヴ, pronuncia Pichikaato Faibu) ha un che di sibillino: i generi si mischiano a piacimento e si reincarnano in note che non ti aspetti, con i synth che volteggiano e beat accomodanti.
Un disco dalla natura certamente e piacevolmente eclettica, arrangiamenti intuitivi pur nella singola spazialità di ogni brano, un piccolo mondo a sé stante ma collegato agli altri.
I Pizzicato Five mescolano la pop music degli anni ’60, la disco music degli anni ’70 e la dance degli anni ’80 con un fascino ironico: un album sorprendentemente rilassato, ma dinamico.
Non appena si schiaccia play si sente nell’aria il profumo della parola “Divertitevi!!”
Un album da esplorare in ogni sua parte, euforico e riflessivo, che trasmette voglia di playful life.
In definitiva un disco gioioso.

Ascolta tre brani tratti dall’album:
Good, Triste, Catwalk

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Gli album dei Pizzicato Five in RBBC
The Ting  Tings – We started nothing
Beastie Boys – Hello Nasty
Ryuichi Sakamoto – Three

… e leggi anche
Kawakami Hiromi – Le donne del signor Nakano
Murakami Haruki – Tokyo Blues : Norwegian Wood
Banana Yoshimoto – Andromeda Heights

… e guarda anche
Takashi Miike – Sukiyaki Western Django
Takashi Miike – Yattaman – Il Film

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Francesco Motta

La fine dei ventanni

Woodworm, 2016
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La fine dei vent’anni è un po’ come essere in ritardo,
non devi sbagliare strada,
non farti del male, e trovare parcheggio.
Amico mio sono anni che ti dico andiamo via,
ma abbiamo sempre qualcuno da salvare.


a cura di Claudio D’Errico

Francesco Motta, giovane cantautore toscano trapiantato a Roma, esordisce come solista nel 2016 con questo album che diventa un riferimento nel panorama delle musica indie-alternativa italiana.
Un’opera di rara forza e chiarezza nella quale Motta trasmette con energia e intensità il suo sguardo diretto e introverso senza filtri e falsi stereotipi.
L’album subito impressiona per lo stile e la profondità dei testi, che sembrano rappresentare un manifesto generazionale, misto di sentimenti e contraddizioni.
Una generazione che guarda con indulgenza ai propri parenti, come nella ballata Mio Padre Era Comunista.
Questo album rappresenta un mosaico di colori e sentimenti, dalla canzone d’amore Sei bella davvero (dedicata a un transessuale), all’omaggio particolare alla città adottiva (Roma Stasera), per la quale mostra una dipendenza quasi selvaggia.
C’è lo sfogo della rabbiosa Se Continuiamo A Correre, con una marea di influenze del miglior rock alternativo italiano (“Mi suonano alla porta, non trovo la mia faccia”, “Quello che ho sbagliato non è servito a niente, ho perso il tempo ed il denaro, le due cose più importanti”)
Sono riconoscibili nello stile musicale di Motta le tracce e il sound dei Tiromancino e della chitarra di Riccardo Sinigallia, che impreziosiscono ulteriormente i testi.
La Fine Dei Vent’Anni è il brano centrale dell’album che insieme al pezzo ‘Del Tempo Che Passa La Felicità’ ci trasmette l’energia e lo spirito dell’album: senza illusioni Motta ci dice che “Sarebbe bello finire così / lasciare tutto e godersi l’inganno / ogni volta, la magia della noia / del tempo che passa la felicità”. Un album da tenere nella propria playlist anche per disintossicarsi dai tormentoni estivi che stanno per arrivare.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Canzoni contro la natura – The Zen Circus

e vedi anche Workers Pronti a tutto – Lorenzo Vignolo

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Pearl Jam

Yield

Epic Records, 1998
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I wish I was a messenger and all the news was good

Con questo quinto album, i Pearl Jam scelgono un ritorno al loro sound d’origine, dopo le sperimentazioni fatte con l’album precedente.
Per la prima volta tutti i componenti contribuiscono alla composizione dei pezzi, prima prerogativa solo del cantante Eddie Vedder.

Come ogni buon album dei Pearl Jam, le canzoni si alternano tra dolci ballate acustiche ed energici pezzi rock.

Brain of J. è l’inizio ideale per un album del genere: chitarre distorte che suonano riff semplici ma efficaci, batteria che scorre via liscia ma precisa, e voce che completa il pezzo proprio come ce se lo aspetterebbe.
Do the Evolution è la miglior canzone dell’album: la voce arrabbiatissima di Eddie Vedder esplode contro la società e l’umanità troppo ingorda di potere per poter vedere le conseguenze dell’”evoluzione”. La parola d’ordine per questo pezzo: rabbia.

Tra i pezzi lenti e molto meno aggressivi spiccano Given to Fly, con una chitarra calda e molto evocativa che intreccia arpeggi mentre la voce tinge di una bellissima atmosfera tutti i 4 minuti della canzone; Wishlist è una specie di lettera scritta da Eddie Vedder sui suoi desideri, su chi vorrebbe essere. Il risultato è una canzone molto intima e sentita, così come la voce che canta.

L’album risulta quindi completo, versatile. Farà felici sia gli ascoltatori più esigenti, sia i neofiti della musica rock.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Vitalogy – Pearl Jam
Guarda anche: Si Alza il Vento – Hayao Miyazaki
Leggi anche: Il Mio Angolo di Universo – Ann M. Martin

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Quintorigo

Grigio

Universal Music Italia, 2000
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E dal profondo emergono
tossiscono e prendono fiato
linfa e veleno convivono
digerendoli sarei
Quasi sereno
Malatosano kroniko
quasi sereno

Grigio è il secondo album della band romagnola Quintorigo.
Nel 1999 i Quintorigo si presentano al Festival di Sanremo con la canzone che ha dato il titolo al loro album d’esordio, Rospo. Fin dal primo ascolto il brano mette in mostra l’assoluta originalità della performance: la spettacolare estensione vocale del cantante (John De Leo) si fonde perfettamente con l’accompagnamento musicale affidato unicamente a strumenti ad arco e sassofono.
Nell’album Grigio si conferma l’originalità del gruppo. Difficile inquadrare i brani dell’album in un unico genere: c’è rock, pop, swing e jazz.
Il risultato è graffiante, un ritmo avvolgente, impreziosito da testi ricercati, a tratti arrabbiati, a tratti esilaranti (La nonna di Fredrick lo portava al mare, Malatosano, Precipitango, Bentivoglio Angelina).

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Quintale – Bachi da Pietra
Siamo morti a vent’anni – Il Cile

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The Beatles

Sgt. Pepper’s and Lonely Hearts Club Band

Apple Records
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We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
We hope you will enjoy the show
We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
Sit back and let the evening go
Sgt. Pepper’s lonely, Sgt. Pepper’s lonely
Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

1° Giugno 1967
I The Beatles lanciano sul mercato un nuovo album.
La copertina è un po’ strana: ci sono un sacco di personaggi, qua e là sbucano le facce di Bob Dylan, Oscar Wilde, Marlon Brando e Karl Marx; in prima fila ci sono i Beatles, tutti e quattro, con abiti tanto colorati quanto improbabili; davanti a loro una grancassa con scritto “Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band”; davanti a tutto la scritta BEATLES fatta con dei fiori.
Così, 50 anni fa, la canzone pop diventava arte.

L’inizio è un brusio indistinto di un pubblico mentre un’orchestra accorda gli strumenti. La canzone che segue è una presentazione della Lonely Hearts Club Band.
Il viaggio dell’album prosegue tra canzoni che una volta ascoltate è impossibile dimenticare: Lucy In The Sky With Diamonds e Fixing a Hole solo a citarne un paio.
Con Being For the Benefit of Mr Kite!, scritta da Lennon, prende ispirazione da una locandina di uno spettacolo circense dell’800 che John aveva appeso a casa sua. In questo brano Lennon volle dargli “l’odore della segatura per terra” e grazie al produttore George Martin, l’atmosfera è proprio da fiera paesana.
Con Within You Without You, George Harrison approfondisce le sonorità indiane suonando strumenti tipici quali il Sitar, Tabla e Dilruba.
Altre perle dell’album sono Lovely Rita, che prende spunto dai parchimetri, o Good Morning Good Morning ispirata da una pubblicità dei cereali Kellogg’s.
Il pezzo successivo è la conclusione di questo folle quanto bellissimo album. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise), che riprende la prima traccia, la band del Sergente Pepper saluta e ringrazia il proprio pubblico sperando di averlo intrattenuto e divertito.

Ma l’album non manca di stupire.
Dopo l’ultima canzone sembrava tutto finito, invece inizia A Day in the Life, uno dei punti artistici più alti raggiunti dai The Beatles.
Ispirati da vari articoli di stampa, Lennon e McCartney la scrissero insieme, influenzandosi a vicenda. Per la registrazione fu ingaggiata un’orchestra di 45 elementi (inizialmente erano 90) che, alla fine del brano, suonano tutti insieme la nota più bassa del pentagramma e man mano salgono di tono e volume fino alla nota più alta, un secondo di pausa, e l’accordo di Mi Maggiore di 3 pianoforti a coda registrati contemporaneamente fino al loro naturale esaurimento sonoro.
Un ultimo frammento sonoro è una specie di jam vocale di spezzoni di voci mandati in loop, incorniciato da un sibilo di un fischietto per cani usato dalla polizia non udibile dall’essere umano perché di frequenza troppo alta.
La conclusione perfetta per un album perfetto.
Spegnete telefoni, televisioni e computer, sedetevi su una buona poltrona e usate 40 minuti della vostra vita per ascoltare questo album senza farvi distrarre da niente. Mi ringrazierete dopo.

Buon compleanno Sergente Pepper.

Se ti è piaciuto ascolta anche Led Zeppelin I
guarda anche Sgt. Pepper & Beyond
leggi anche Norwgian Wood – Murakami Haruki

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Metallica

Metallica (Black Album)

Elektra Records, 1991
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So close, no matter how far
Couldn’t be much more from the heart
Forever trusting who we are
And nothing else matters

Dopo dieci anni di attività, quattro album uno più bello dell’altro con cui hanno fatto nascere un genere, i Metallica non sono ancora contenti, e vogliono osare di più.
Con una produzione travagliata, complice il nuovo produttore Bob Rock, il perfezionismo dei Metallica e i tempi che correvano per la musica metal, il gruppo viene sfibrato di ogni forza personale, ma il risultato è uno dei migliori album di sempre.

Lasciandosi alle spalle il Thrash Metal che li ha sempre caratterizzati, le canzoni di questo album risultano molto più mature e studiate. Basti vedere la prima traccia Enter Sandman, diventata ormai un loro classico, o la ballad amata/odiata Nothing Else Matters, con arpeggi di chitarra molto efficaci e linee vocali davvero ben eseguite.
I bpm elevatissimi sono ormai un ricordo, e Sad but True è lì per ricordarlo: pesantissima e lentissima, si riconosce immediatamente per il suo ritmo sincopato.
Le sperimentazioni si fanno particolarmente sentire con Wherever I May Roam, che si apre con un riff di Sitar, per poi essere riproposto in chiave Metal.
Molti brani si caratterizzano anche per i testi ricercati e più adulti, come per The God That Failed che parla dei complicati rapporti del cantante James Hatfield e la religione, o la già nominata Nothing Else Matters.

Nel complesso questo è un album che eccelle in ogni campo.
Odiato perché ritenuto un tradimento dai metallari della vecchia guardia o perché è l’inizio di quello che sarà il periodo più mediocre della band; amato perché le canzoni sono eccezionali e registrate con una qualità superlativa.
Comunque sia, non si può non ascoltarlo almeno una volta, perché la storia della musica passa anche da qua.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Hardwired… To Self-Destruct – Metallica
Leggi anche: Per chi suona la campana – Ernest Hemingway
Vedi anche: A Year And A Half In The Life of Metallica

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