Twenty One Pilots

Trench

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I am a vulture who feeds on pain

“Io sono un avvoltoio che si nutre di dolore” canta Tyler Joseph in Levitate, ed è questa la chiave di interpretazione dell’album, che ne permea anche la copertina.
Il filo conduttore che lega tutte le canzoni è Clancy, il personaggio protagonista che fugge dalla città immaginaria di Dema, metafora del dolore e della malattia mentale. Infatti il bisogno di fuggire, l’oppressione, il malessere, la rabbia sono elementi ricorrenti in ogni testo delle canzoni.
Se il tema dell’album è molto chiaro e coeso, il genere musicale è quanto di più disparato possa esserci: il pop, il rock, il rap, lo spoken word, il reggae, l’hip-hop, l’elettronica con gli strumenti acustici si alternano e si mischiano, in quello stile che ha reso il duo statunitense così famoso.

Dopo il successo di Blurryface nel 2015 Tyler Joseph e Josh Dun tornano in studio con il loro quinto album, continuando seguendo il loro percorso di disgregazione delle etichette e l’assenza di un vero genere musicale.

Ascolta alcuni brani dell’album:
Jumsuit
Levitate
Nico and the Niners
My blood

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche:
Twenty One Pilots, Stressed Out
Gorillaz, Feel Good Inc

E leggi anche:
S. J. Kincaid, Diabolic

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Slayer

Reign in Blood

Def Jem Recordings, 1986
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Raining blood
From a lacerated sky
Bleeding its horror
Creating my structure now I shall reign in blood

Correva l’anno 1986. Gli Slayer, gruppo di metallari che più metallari non si può, fecero uscire il loro terzo album: Reign in Blood. Si indignarono e scandalizzarono tutti, dai religiosi ai politici, dai benpensanti alle fazioni politiche di estrema destra e sinistra. TUTTI.
Perché? Perché questo è un album molto scomodo. Sia per i temi trattati sia per la sonorità che per la prima volta nella storia della musica diventa veramente estrema.

L’inizio è affidato a Angel of Death. Canzone che più ha fatto venire incubi per il suo testo che narra le vicende di uno dei pezzi più oscuri e tristi della storia umana.
Impossibile non riconoscerne la grande importanza storica musicale: inizio di un riff di chitarra velocissimo, entra la batteria sui piatti e dopo un fill si staglia l’urlo di Tom Araya che farà scuola. La batteria prosegue con una doppia cassa velocissima ma precisa al nanosecondo e l’Heavy Metal si rinnova ancora una volta.
I pezzi si susseguono velocissimi: Piece by Piece, Necrophobic , l’accoppiata Altar of Sacrifice/Jesus Saves. L’intro di batteria di Criminally Insane è uno dei più tetri di sempre, ma non ci si ferma un secondo: Reborn , Epidemic e per finire Postmortem e Raining Blood che chiude un cerchio ideologico con un temporale che forse vuol purificare l’ascolto dai terribili temi trattati in queste velocissime dieci canzoni.

Un album fondamentale. Ha creato tutti i generi più estremi del Thrash Metal, ha inciso su disco avvenimenti storici terribili sotto forma di canzoni violente e accurate come un documentario farebbe oggi e ha fatto scuola per l’uso dei vari strumenti musicali, mai così tirati e martellanti.
Tutto questo in meno di mezzora.
Ma mi raccomando, non fate l’errore di dare alle canzoni significati diversi da come li hanno pensato gli Slayer: qui si parla di musica metal e avvenimenti purtroppo successi davvero. Qui nessuno vuole omaggiare od osannare nessun’altro, solo raccontare pezzi di storia attraverso la musica. Buon (violento) ascolto.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Defenders of the Faith: Judas Priest
Leggi anche: Storia del Metal a Fumetti: Enzo Rizzi

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UNA

AcidaBasicaErotica

MArteLabel Goodfellas, 2018
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A te che c’è tuo nonno che è stato emigrante,
della gente morta in mare te ne frega niente,
a te che profumi da cento metri di distanza,
poi lasci la tua merda sulle spiagge in vacanza.

a cura di Claudio D’Errico

“Un disco ricco di contrasti e ritmo, un viaggio intenso, pieno di colore, caldo e freddo, passionale e ribelle, leggero e profondo, un gioco di specchi dove oltre al mio riflesso c’è anche quello di tutta la realtà che vivo ed attraverso”: con queste parole Marzia Stano (in arte UNA), giovane artista pugliese, descrive il suo terzo album, Acidabasicaerotica.

Il genere è elettro-pop, i temi sono profondi, sociali. I testi ci parlano di sessualità ed amore, ma anche di femminicidio ed intolleranza.

Tra i brani segnaliamo quello dedicato alla sua compagna (Ti vedo in ogni cosa); 2556, racconto di una storia d’amore esauritasi nell’indifferenza; Marie, in memoria dell’attrice francese Marie Tritignard, uccisa dal marito per gelosia; Hikikomori in cui si tratta dell’autoreclusione dei giovani; Eretica e Baci a Vanvera, entrambi fortemente critici verso il nostro Paese.

Ti è piaciuto questo album? Allora leggi anche Carol di Patricia Highsmith

e vedi anche La vita di Adele – Abdellatif Kechiche

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Bruce Springsteen and the E Street Band

Born in U.S.A.

CBS Records, 1984
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We learned more from a 3-minute record, baby
Than we ever learned in school

Bruce Springsteen fece uscire nel 1982 “Nebraska”: un album molto intimo, tutto acustico e completamente folk, erede di “The River”, forse il miglior lavoro discografico del Boss dal punto di vista artistico.
Due anni dopo, nel 1984, arriva il momento di “Born in U.S.A.”, compiendo una completa torsione stilistica: il primo singolo estratto fu la radiofonica e ballabile “Dancing in the dark”, mentre tutti gli altri sei (sette singoli in tutto!) sono entrati nella Top 10 Billboard. Un successo incredibile; l’album più venduto del Boss.

Sfido chiunque a non riconoscere l’inizio della prima traccia, omonima dell’album. Le tastiere intonano uno dei riff più riconoscibili di sempre, mentre il suono indimenticabile del rullante della batteria scandisce il tempo come un treno, finché non entra Bruce con uno dei testi più politici e accusatori più famosi.
Si passa poi dal blueseggiante “Cover me” alla country “Darlington County”, ma subito la voglia di ballare torna con “Working on the highway”. Troveremo poi due pezzi lenti e intimi, come “Downbound train” e la plurifamosa “I’m on fire”. Ma non c’è spazio per ammorbidirsi troppo, infatti ascoltando tutti i successivi pezzi, come “No surrender”, “Glory Days”, “Dancing in the dark”, è difficile stare fermi a non ballare.
L’album termina con un’ultima canzone intima, quale “My hometown”, che riassume tutto il concept dell’album finora.

Un album che si è attirato l’odio dei “vecchi fan” del Boss per essere troppo commerciale. Commerciale lo è, indubbiamente, ma è a mio parere impossibile dire che Born in U.S.A. sia un brutto lavoro.
Se dovete iniziate ad ascoltare Bruce Springsteen partite da questo, che non è il suo migliore album, ma è quello che vi farà appassionare alla sua musica.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Born to run – Bruce Springsteen
leggi anche: Born to run, l’autobiografia – Bruce Springsteen

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Johnny Cash

Unchained

American Recordings, 1996
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I’ve been everywhere, man
I’ve been everywhere, man
Crossed the deserts bare, man
I’ve breatherd the mountain air, man
Travel, I’ve had my share, man
I’ve been everywhere

La storia tra Johnny Cash e Rick Rubin è assai strana.
Cash, grande cantante country dal passato leggendario è arenato dagli anni ’80 tra pessime scelte artistiche e problemi di salute. Rubin è invece un famoso produttore capace sia di scovare nuovi talenti e sia di resuscitare carriere di artisti ormai allo sbando.
L’unione di questi due personaggi porterà alla creazione, dal 1994 al 2010, di sei album (conosciuti come “American”) in cui Cash interpreta suoi vecchi pezzi e canzoni di artisti contemporanei scelte da Rick Rubin. Tra queste ultime troviamo artisti del calibro dei Soundgarden, gli U2, i Depeche Mode e i Nine Inch Nails.

Il secondo album di questa serie si presenta diversamente dal primo: mentre “American Records” è interamente acustico, “Unchained” vede la partecipazione di una vera e propria band (e ospiti speciali, tra cui Flea). Si passa da pezzi classici come The One Rose (That’s Left in My Heart) o Country Boy a pezzi di pochi anni prima come Rowboat o Spiritual. La vera bravura di Cash è rendere sue queste canzoni così diverse e apparentemente irraggiungibili, creando una successione di ottimi pezzi che sembrano combaciare perfettamente tra di loro. Sembra impossibile che un pezzo come Rusty Cage dei Soundgarden possa precedere l’ascolto di The One Rose di Del Lyon e Lani McIntire (la differenza è di quasi 60 anni!), ma Cash riesce a fare questo, e riesce a farlo bene.

Un connubio tra vecchio e nuovo, tra grunge e gospel, tra Cash e altri grandi artisti.
Un album bello e ispirato, che sarà seguito da altrettanti capolavori.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Hurt – Johnny Cash
leggi anche: L’autobiografia – Johnny Cash
vedi anche: I walk the line – James Mangold

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Imagine Dragons

Evolve

2017, Interscope Records
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Kids were laughing in my classes
While I was scheming for the masses
Who do you think you are?
Dreaming ’bout being a big star
You say you’re basic, you say you’re easy
You’re always riding in the back seat
Now I’m smiling from the stage while
You were clapping in the nose bleeds

Terzo album in carriera per la band americana degli Imagine Dragons, che rispetto al precedente “Smoke +Mirrors”  presenta una decisa virata: abbandonate sia le atmosfere Indie degli esordi e le sonorità rock, la band sembra orientarsi verso un album più pop.

Forse quest’album di transizione manca un po’ di una direzione precisa, ma le canzoni sono indubbiamente orecchiabili. Anche se non ha ricevuto molti riconoscimenti dalla critica, l’album ha ricevuto un sicuro apprezzamento dal pubblico internazionale tanto da meritarsi il secondo posto nella Billboard 200 (la classifica dei 200 nuovialbum ed EP più venduti negliStati Uniti, dalla rivista Billboard) e, sommando il successo del precedente singolo Radioactive a quelli dei singoli Believer, Thunder e Whatever It Takes, gli Imagine Dragons sono stati incoronati gruppo di maggior successo della Billboard Rock Songs.

Il 5 ottobre è stato annunciata l’uscita di un nuovo album, Origins, concepito per essere direttamente collegato ad Evolve.

Ascolta tre canzoni dall’album:
Whatever it takes
Believer
Thuder

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Allora ascolta anche:
Radioactive
OneRepublic, Oh my my
Bastille, Pompeii

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Tiromancino

Fino a qui

Sony Music, 2018
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Sei tutto quello che non mi aspettavo
sei quella che aspettavo io da tempo
riempi la distanza da chi non sarò mai
tra le disfatte e tutti i miei vorrei
e spero solo che non finirà
sei la destinazione che mi corre in contro

a cura di Claudio D’Errico

Attivi dal 1989, i Tiromancino pubblicano un nuovo album per celebrare la propria carriera artistica. Con “Fino a qui” la band romana ripropone al pubblico i pezzi migliori, sotto forma di duetti, regalando loro una nuova luce e nuove sfumature. Molti gli artisti coinvolti nel progetto, ognuno dei quali ha scelto una canzone nel repertorio del gruppo, reinterpretandola secondo il proprio stile. Ecco quindi che troviamo e gustiamo “La Descrizione di un Attimo” con Jovanotti , “Due Destini” con Alessandra Amoroso, “Per me è importante” con Tiziano Ferro, “Un tempo piccolo” con Biagio Antonacci, “Liberi” con Giuliano Sangiorgi, “Amore impossibile” con Elisa e Mannarino, “Muovo le ali 2018” con Fabri Fibra, “I giorni migliori” con The Giornalisti, “Imparare dal vento” con Luca Carboni.

Come un giro di boa, i Tiromancino si guardano indietro, ma si rilanciano verso il futuro inserendo nell’album alcuni inediti come i due pezzi iniziali “Sale, amore e vento” e “Noi casomai”.

Federico Zampaglione, frontman dei Tiromancino, ha raccontato in un’intervista a Sony Music: “Questo per me non è un disco. È un insieme di pensieri, emozioni, amori, ricordi, canzoni, amici e tanto altro. Le tracce contenute sono come pagine di un lungo diario. Tenuto negli anni. Ma che racconta anche l’oggi… Fino a qui”.

Ti è piaciuto questo album?
Allora leggi anche Dove tutto è a metà- Federico Zampaglione

e vedi anche Le fate ignoranti – Ferzan Ozpetek

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Greta van Fleet

From the Fires

Republic Records, 2017
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And the black smoke rises
From the fires, we’ve been told
It’s the new age crisis
And we will stand up in the cold
Stand up in the cold

I Greta Van Fleet sono un gruppo rock statunitense nato nel 2012, fondata dai fratelli Kiszka. I tre giovani ragazzi (annata ’96) insieme al batterista Daniel Wagner, stanno facendo parlare molto di sé nel campo rock. Belle parole sono state spese dai Miti del rock; più di tutti Robert Plant che ha detto di odiare il cantante da quanto è bravo.
Il loro doppio Ep (il loro primo album dovrà essere pubblicato a fine 2018) contiene otto canzoni, di cui quattro erano già pubblicate in un primo Ep.

Fin da subito si può capire perché stanno facendo discutere: Safari song verrà scambiata spesso per una nuova canzone dei Led Zeppelin: la distorsione della chitarra e la voce fanno ritornare alla mente gli Zep ai loro tempi d’oro. Fresca e immediata, il primo pezzo scorre liscio e lascia ottime impressioni. Con Edge of darkness il tempo rallenta, ma è qui che si può assaporare al meglio le notevoli qualità canore di Joshua: estensione notevole e grande timbro, senza però tralasciare l’emotività. Con la successiva Flower power si passa all’acustico, con una bellissima canzone d’atmosfera. Proseguendo con l’ascolto si incontra le dirette Highway tune, Talk on the street, e le cantabili Meet on the ledge e Black smoke rising.

Su otto canzone si salvano tutte; magari non sono tutte eccellenti, ma la qualità accomuna tutte le tracce.
Ragione a dire che, forse, assomigliano troppo ai Led Zeppelin, ma la speranza è che i Greta Van Fleet riescano ad evolversi e a staccarsi dai loro principali idoli per creare un loro personale suono e, perché no, risollevare le sorti del moderno Rock n’ roll.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Led Zeppelin II – Led Zeppelin
leggi anche: Stagioni diverse – Stephen King
guarda anche: Glow - Liz Flahive, Carly Mensch

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Frah Quintale

Lungolinea

Undamento, 2018
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E sarò un disperato
E non c’hai mai sperato
Ma sono ancora qui
Se vado a fondo, grazie
Imparo a usar le branchie
Non provate a salvarmi

a cura di Claudio D’Errico

Frah Quintale (al secolo Francesco Servidei, classe 1989) non ama le etichette. E la sua musica di conseguenza non si presta ad essere incasellata in un genere preciso.
Certo siamo nell’orbita del rap, ma più nel dettaglio non si riesce ad andare.
Lui stesso si definisce un artista di “street pop vecchio”.
Che l’approccio alla musica sia sui generis e che da questo artista tanta originalità possa sprigionarsi lo si deduce già dalla modalità con cui è arrivato a comporre “Lungolinea”, l’album di cui qui consigliamo l’ascolto.
“Lungolinea” nasce infatti da una playlist Spotify “work in progress” (come l’ha definita Rockol), avviata nel 2017, all’interno della quale Frah Quintale ha pubblicato canzoni, provini strumentali e messaggi vocali scambiati con gli amici, sottoponendoli al giudizio dei fan, in un continuo confronto.
Forse un nuovo modo di fare musica che prevede un legame più stretto tra ascoltatore ed artista grazie anche alle nuove possibilità tecnologiche.

Tra i brani dell’album segnaliamo Avanti/indietro, in cui i ritmi del pendolare (ben noti a Frah) si ripetono in modo continuo ed ossessivo, fino a far perdere la direzione.

Nei pezzi “Visualizzato.01, 02, 03 e 04″, un mix di musica e messaggi vocali ci permette di spiare nella vita caotica del cantante bresciano, che pare mettersi a nudo in questo album: si tratta di brani divertenti, in cui Frah non nasconde i propri difetti, che all’ascolto paiono quasi divenire pregi.

Le canzoni in “Lungolinea” sono ben 24, ad oggi. Ascoltatele tutte d’un fiato: Frah Quintale vi apparirà come l’amico di vecchia data con cui farsi una birra spensierata sotto casa la sera.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Polaroid 2.0 – Carl Brave x Franco 126

e vedi anche Scialla! Stai sereno – Francesco Bruni

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Zen Circus

Il fuoco in una stanza

La Tempesta Dischi, Woodworm, 2018
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Non trovo gli accordi e neanche le parole Il tempo viaggia sempre e solo in una direzione Mentre in quella opposta trovi solo le macerie I vecchi lo san bene, lì è meglio non andare

Gli Zen Circus sono una band toscana molto acclamati sulla scena dell’indie-rock italiano ormai da parecchio tempo. “Il fuoco in una stanza” è il decimo album degli Zen Circus, pubblicato lo scorso marzo 2018 e Il cantante Andrea Appino è un fiume in piena pronto a raccontarci, come sempre, tantissime storie ironiche, amare e sempre molto reali.  Non manca una certa innovazione rispetto ai dischi precedenti e delle sonorità nuove e sperimentali.

Il disco è composto da 13 tracce che raccontano dei rapporti umani, in particolare dei legami e conflitti familiari.
Il pezzo in apertura all’album è “Catene”; un brano introspettivo che parla delle catene che ci bloccano e imprigionano nella vita e nei rapporti con gli altri.
Un brano malinconico e dal retrogusto dolce e amaro è invece “La stagione” dove  la calda voce di Appino canta narra come affrontare alcune difficoltà tipiche del mondo dei giovani. “Il fuoco in una stanza,” quinta traccia che dà il nome all’album (in contrapposizione in maniera piuttosto evidente al “Cielo in un stanza” di Gino Paoli), è una ballata romantica, la cui sonorità rimanda un po’ a “L’anima non conta”, traccia contenuta nel disco precedente.
Si continua l’ascolto del disco soffermandoci su “Low cost ” traccia forte, veloce e dal ritmo trascinante, dove un Appino sempre più arrabbiato ci urla frustrazione, paura, sofferenza e amore. Non manca però anche dolcezza e l’intimità come in “Caro Luca” dedicata ad un vecchio amico, e il pezzo decisamente anni ’60, “Il mondo come lo vorrei” dal sapore retrò.
Le tracce rimanenti sono tutte imbevute di malinconia agrodolce, realismo, racconti di vita, fragilità umane e critica sociale, tutte tematiche da sempre care a questa immensa band, ormai simbolo dell’indie-rock italiano.

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L’equilibrista – Marta Sui Tubi
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Alle anime perse – Tre allegri ragazzi morti

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