Eels

Electro-Shock Blues

DreamWorks, 1998
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life is funny
but not ha-ha funny

Non si contano, nella storia della musica, le opere che hanno tentato di trasformare in arte il dolore della perdita. Poche, però, l’hanno saputo fare con la grazia e l’intensità di Electro-Shock Blues, secondo album degli Eels, creatura nata alla metà degli anni Novanta dal genio lunatico di Mark Oliver Everett.
Dopo il gran successo dell’esordio Beautiful Freak – zeppo di canzoni memorabili come Novocaine For The Soul, Susan’s House e Flower -, il suicidio della sorella e il cancro terminale diagnosticato alla madre del musicista sono il seme da cui germogliano sedici piccoli capolavori di eccentrico songwriting, l’unica maniera possibile per superare la scomparsa dell’intera famiglia.
Che si tratti di formidabili ritornelli pop, sinistri e canticchiabili (Going To Your Funeral, My Descent Into Madness, i clangori industriali di Cancer For The Cure e l’avvitarsi jazzy di Hospital Food), o di ballate cristalline (il dolcissimo carillon di 3 Speed e il racconto degli effetti della radioterapia nella straziante Dead Of Winter), i brani raccontano la morte con schiettezza e amara ironia e, al contempo, il dolore di chi è rimasto a fare i conti con i ricordi e la solitudine.
Apici di una raccolta straordinaria sono il perfetto marchingegno pop Last Stop: This Town (tastiere giocattolo, chitarre limpide e poi distorte e sample di un coro di soprano a costruire un’indimenticabile melodia) e l’arioso crescendo di Climbing To The Moon, prima che il sipario cali, lieve, sull’orchestrazione di P.S. You Rock My World: il momento in cui, dopo tanto penare e con il cuore trepido, arriva il momento di ricominciare a vivere.

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