Delphine de Vigan

Gli effetti secondari dei sogni

Mondadori 2008, 239 p.
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Allora ho capito che, fra le tante domande che mi pongo, quella sul senso di rotazione della lingua non è la più importante.

A tredici anni Lou Bertignac frequenta una seconda liceo perché ha un’intelligenza nettamente superiore alla media. La sua mente in perenne, febbrile attività registra ed elabora i dati del mondo esterno e si pone domande inconsuete. Ma Lou è una disadattata: isolata dai compagni che la chiamano “il genio”, consapevole della propria goffaggine nella vita quotidiana, vive con un padre e una madre che la amano ma che devono fare i conti con una tragedia che ha sconvolto la famiglia.
La ragazzina spesso si ferma alla stazione di Austerlitz per osservare la gente: qui conosce una senzatetto, No, diciottenne profondamente segnata da una vita randagia e priva di affetto. Con la scusa di intervistarla per una ricerca di scienze sociali, Lou la rivede spesso, mentre prende consapevolezza della quantità di emarginati che vivono nelle pieghe di Parigi.
Tra le due ragazze si instaura un rapporto sempre più forte, che le cambierà entrambe.
Attraverso le nuove esperienze Lou cresce e capisce che, se non possiamo governare il mondo, forse, fra le tante domande che ci poniamo, possiamo anche lasciare un po’ di spazio alla vita.

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