Paolo Rumiz

Il Ciclope

Feltrinelli 2015, 149 p.
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A ripensarci, mi rendo conto di non aver scritto io questa storia. Sono stati il vento e la marea. Io non ho fatto che registrarne la voce amplificata dal ventre cavo della torre.

Un’isola che è un po’ più grande di uno scoglio piantata nel Mediterraneo e battuta dai venti: verso questo lembo di terra dominata da un faro si dirige il giornalista e scrittore Paolo Rumiz, in cerca di isolamento dalla frenetica vita quotidiana e dall’onnipresenza della Rete. Per tre settimane occuperà qualche stanza del faro in compagnia dei due faristi.
In quel luogo remoto, di cui volutamente non fornisce il nome e le coordinate e dal quale sono passati tutti i popoli che si affacciano sul mare nostrum, l’autore scoprirà il fascino di un paesaggio aspro e plasmato dai venti, farà la conoscenza di un asino che adora i limoni e di una gallina minacciata dai gabbiani e riscoprirà la voce della natura, che l’uomo contemporaneo si rifiuta di ascoltare.
Tra raffiche di maestrale, passeggiate fra i resti archeologici e profumi di erbe aromatiche, col conforto di cibi semplici ma saporiti e di un buon malvasia, Rumiz ripercorre le vicende del mare col quale da millenni ci confrontiamo e che ha forgiato tante civiltà.
Il tutto sorvegliato dall’unico occhio del faro, Il Ciclope, che vigila su chiunque affronti quei flutti.

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