Archivio tag: 1984

Ray Bradbury

Cento racconti

Mondadori,2013
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Il signor Spallner si copri il viso con le mani.
C’era la sensazione di muoversi nello spazio, l’urlo incredibile della tortura, l’impatto e il rotolare dell’auto sul muro, attraverso il muro, oltre e di sotto come un giocattolo e lui che veniva lanciato fuori. Poi… silenzio.
La folla arrivò correndo. Là dove giaceva, lui la sentì venire.

“Quello che voglio è divertirmi con le idee, gettarle in aria come coriandoli e poi correrci sotto e farmele piovere sulla testa. Scrivere è la gioia e la pazzia più squisita della mia vita” (Ray Bradbury, 1976).

Leggere un storia di Bradbury significa esporsi senza filtri a fantasia e poesia, ma anche ad inquietudine e cambi di scena inaspettati, che stordiscono ed affascinano.

Bradbury è maestro nel creare in poche pagine un’atmosfera di totale coinvolgimento: il suo genere è la fantascienza, permeata di mistero ed irrequietezza, con rimandi horror, focalizzata più sugli aspetti psicologici che su quelli tecnologici.

Nei suoi racconti prevale lo sguardo sull’essere umano, sul suo sentire, sulle sue emozioni e reazioni.
Bradbury è maestro assoluto nel delineare scenari, personaggi ed eventi sempre in bilico tra il possibile e l’inverosimile.

In questa autoantologia pubblicata per la prima volta nel 1980, lo stesso Bradbury ha selezionato cento racconti che seguono quasi quarant’anni della sua vita, dal 1943 al 1980.
Difficile scegliere i migliori: sono tutti entusiasmanti!
Sicuramente una menzione speciale meritano “Il lago”, “La bara”, “La falce”, “La folla”, “Rumore di tuono”.

Ti è piaciuto questo libro? Allora leggi anche
Fahrenheit 451 – Ray Bradbury
Cronache marziane – Ray Bradbury
La guerra dei mondi – H.G. Wells
I racconti – Edgar Allan Poe
1984 – George Orwell

e vedi anche
Fahrenheit 451 – Francois Truffaut
Black Mirror – serie televisiva

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Stadio, 1984

Chiedi chi erano i Beatles

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Se vuoi toccare sulla fronte
il tempo che passa volando
in un marzo di polvere di fuoco
e come il nonno di oggi
sia stato il ragazzo di ieri
Se vuoi ascoltare
non solo per gioco
il passo di mille pensieri
chiedi chi erano i Beatles
chiedi chi erano i Beatles

Uno dei primi album dei vincitori di Sanremo 2016. Gli Stadio, formazione nata a fine anni Settanta come band di accompagnamento a Lucio Dalla, occupano un posto ben definito nel panorama della musica leggera italiana: un pop rock con chiari influssi della scuola bolognese, testi spesso legati a tematiche intime come l’amore, a volte ironici, ma anche fitti di riferimenti al quotidiano. E Chiedi chi erano i Beatles ne è la prova: disco pienamente inserito nelle atmosfere degli anni Ottanta, sia per le frasi musicali, sia per i contenuti,racconta la vita della gente comune, ma soprattutto descrive lo stacco fra generazioni. Ne è testimonianza la canzone che dà il titolo all’album, dove i Beatles diventano lo spartiacque fra la generazione più vecchia, che li ha amati e in loro si è identificata, e i più giovani, che a malapena conoscono il nome del quartetto di Liverpool. Vedovo Armando e signora fotografa con tenerezza e molta malinconia le effusioni senili di due persone sole, mentre Ba… ba… ballando ci porta nelle atmosfere delle discoteche di un decennio spensierato. Vorrei racconta le riflessioni di chi non si sente amato abbastanza (e chi non l’ha provato?).
Pezzi da novanta gli autori dei testi: oltre al cantante Gaetano Curreri, che con la sua voce graffiante ha dato un tratto inconfondibile al complesso, altri mostri sacri della canzone bolognese: ovviamente Lucio Dalla, poi Vasco Rossi e Luca Carboni, per citarne alcuni. Tre canzoni fanno parte della colonna sonora del film di Verdone I due carabinieri (1984).

Ascolta alcuni brani dell’album
Vorrei
Chiedi chi erano i Beatles
Vedovo Armando e signora

Ti è piaciuto?

Allora ascolta anche
Grande figlio di puttana – Lucio Dalla e Stadio

… e leggi anche
Leggi Jack Frusciante è uscito dal gruppo – Enrico Brizzi

… e guarda anche
I due carabinieri – Carlo Verdone

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Wicked Expectation

Visions

2015, Wicked Expectation
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Articolo di Elena Stombelli

On a faraway planet
Comets are falling
On a faraway planet
Gravity still crashes

So faraway you’ll fly
On my satellite

Everything is warm
You are here to wait for
The night you wish to come

Andrea, Gianluca, Alessandro e Matteo: sono i Wicked Expectation, gruppo Electronic Post Rock formatosi a Torino nel 2012.
Alle loro spalle la registrazione di un demo, caratterizzato da sonorità brit rock e la partecipazione ad eventi come la Fiera della Musica di Azzano Decimo (PN) insieme a gruppi come Pulp e Madness ed il Reset Festival 2014 (TO).
Nel loro album d’esordio“Visions”, disponibile dal 26 settembre sulla piattaforma SoundCloud e presto su tutte le altre piattaforme digitali, accantonano le precedenti sonorità per dedicarsi alla sperimentazione in campo elettronico, grazie all’introduzione di synth, vocoder, drum machine ed una particolare chitarra che include un kaoss pad, solitamente utilizzato nei Dj sets.
Già dal primo ascolto ci si ritrova immersi in un’atmosfera dal sapore magico e spaziale.
Suoni tipicamente elettronici si abbracciano in modo impeccabile a sonorità rock.
La struttura musicale è indubbiamente arricchita dalla voce di Andrea. Una voce particolare, originale, pulita e cristallina, che rende tutto ancora più piacevole.
All’interno di “Visions”, tracce nelle quali le sonorità elettroniche regnano incontrastate si alternano ad altre con una contaminazione più rock.
Brani dal ritmo lento e riflessivo (come ad esempio “Leaves in Autumn”) si danno il cambio come in una staffetta con altri maggiormente ritmati, graffianti ed energici (un esempio sono “Again” e “News”).
I Wicked Expectation, pur essendo assolutamente riconoscibili, originali e con un’identità ben definita, sono i degni e promettenti eredi di band come Linkin Park e Depeche Mode, dei quali ripropongono la forza e l’energia, e i Coldplay dei quali posseggono l’eleganza e la delicatezza.
L’album è anticipato dal singolo “Night”, un brano estremamente delicato, elegante e raffinato, qualità che caratterizzano l’intera opera. Il brano cattura tutti gli aspetti positivi della notte, protagonista della canzone, risultando rilassante, sognante ed estremamente evocativo.
Filo conduttore di “Visions” è il rapporto tra l’uomo e la natura. Anche questo aspetto li contraddistingue. Niente amori tormentati, non corrisposti o perduti, testi banali e sdolcinati ma piuttosto il racconto di come nella società moderna l’uomo, magari troppo concentrato su aspetti materiali di poca importanza, stia ormai perdendo il legame con ciò che lo circonda. Di quanto, sfruttando o vivendo in modo troppo intensivo le risorse naturali, corra il rischio di ritrovarsi in un mondo totalmente trasformato nel senso negativo del termine.
La musica dei Wicked Expectation, ipnotica e caledoscopica, regala alla mente un’ottima occasione per evadere dalla realtà.
Ascoltando “Visions” è semplice ritrovarsi a viaggiare con il pensiero su un sentiero tracciato dalle note elettroniche del synth, assolutamente ben supportate da una struttura musicale piacevole e di tutto rispetto.
I Wicked Expectation sono un gruppo emergente che parte sicuramente con il piede giusto.

Ascolta l’album su Soundcloud
Wicked Expectation – Visions

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Coldplay – Ghost Stories
Depeche Mode – Playing The Angel
Planet Funk – Planet Funk

…e leggi anche:
1984 – George Orwell

…e guarda anche:
Interstellar – Christopher Nolan

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Dave Eggers

Il Cerchio

2014, Mondadori
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Mae Holland  appena varca le porte del Cerchio inizia a comprendere cosa significhi lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web che ha imbarcato al suo interno le menti migliori delle ultime due generazioni. Mae adora tutto del Cerchio: le sale adibite a qualsiasi tipo di lavoro, svago, cariche di storia e ogni tipo di isprazione. Pur di far parte della comunità di eletti del Cerchio, Mae non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta, cioè condividere sul web qualsiasi esperienza personale e trasmettere in streaming la propria vita. La vita fuori dal Cerchio non è che un miraggio sfocato e privo di fascino, anzi appare caotica e pericolosa nella sua fosca anarchia. Ma un ex collega inizia a farla riflettere: il progetto di usare i social network per creare un mondo più sano e più sicuro è davvero privo di conseguenze o rende gli esseri umani più esposti e fragili, alla fine più manipolabili?

Il Cerchio, scritto da Dave Eggers uno degli scrittori più influenti degli ultimi anni, è il libro distopico che segna il nostro tempo esattamente come fece 1984 di Orwell. Nel calderone di queste pagine, corpose ma agili, si annidano i grandi problemi che i social network hanno sollevato in questi anni. Più in generale la rete ha reso liquidi confini che prima sembravano invalicabili come quello fra diritto alla riservatezza, alla tutela dei dati personali, alla salvaguardia delle opere di ingegno. Le dittature vivono di una ingerenza sempre più consistente, da parte di uno stato tiranno, nella vita dei cittadini. L’unica differenza è che la dittatura del Cerchio è dolce, quasi evanescente. È la dittatura della trasparenza assoluta, della morale invadente che non rispetta alcuna libertà di scelta, del divertimento estremo che esiste solo se pubblicato sull’unico social network ovviamente gestito dalla dittatura stessa e che segna interamente la vita sociale a livello globale. Leggendo questo libro capiamo quanto dobbiamo tenere stretta la nostra privacy, la possibilità di nascondere alcuni aspetti della nostra vita e che solo noi possiamo scegliere con chi condividere. Anche la possibilità di mentire è preziosa e ci restituisce un lato, certo oscuro e sporco, della natura umana che denota il potere però della nostra libertà e del nostro diritto di scelta. Il Cerchio sembra urlare che la luce è positiva solo se a contrasto con la nostra capacità logica e di analisi altrimenti ci ustiona e ci lascia fragili sotto il peso del giudizio altrui, sempre presente e tiranno. Anche l’ombra ci rende umani, senza questo lato saremmo mostri luminosi magari moralmente irreprensibili ma pur sempre mostri, esattamente come il personale del Cerchio: assolute marionette manovrate da un gioco di potere molto più grande della loro stessa immaginazione.

Se ti è piaciuto leggi anche:

1984 di George Orwell 

Guarda anche:

Fahrenheit 451 diretto da Francois Truffaut 

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Peter Weir

The Truman Show

USA, 1998
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È tutto reale, è tutto vero. Non c’è niente di inventato, niente di quello che vedi nello show è finto. E’ semplicemente controllato.

 

Difficile guardarsi intorno con gli occhi di prima dopo aver visto questo bellissimo film, che parla di finzione, di inganno, di messinscena!
Truman, trentenne assicuratore, conduce una vita tranquilla e piena di certezze in una ridente cittadina americana: ha amici che lo comprendono, una moglie che lo ama, un lavoro sicuro.
Tutto fila liscio fino a quando il verificarsi di una serie di piccole anomalie lo insospettisce, instillandogli il dubbio che questo quadretto idilliaco non sia poi così naturale e spontaneo.
A poco a poco gli si svela la tragica verità.
Fin dalla nascita, infatti, Truman è a propria insaputa protagonista di un reality televisivo in onda quotidianamente. Ogni minimo aspetto della sua vita è programmato a tavolino, ripreso 24 ore al giorno da oltre 5000 telecamere e dato in pasto alla morbosità del pubblico.
Lui è l’unico personaggio vero in un mondo artificiale popolato di comparse, attori, scenografie.
La ribellione di Truman a tutto questo, il suo struggente desiderio di libertà, la sua lacerante rabbia interiore sono resi in modo assolutamente perfetto nell’ultima scena del film, che di sicuro non dimenticherete!

Ti è piaciuto questo film? Allora vedi anche
Matrix – Lana e Andy Wachowski
Pleasantville -Gary Ross

leggi anche
1984 – George Orwell
Fahrenheit 451 – Ray Bradbury (intervista)
V per vendetta – Alan Moore/David Lloyd

e ascolta anche
Truman sleeps – Philip Glass (colonna sonora)
(Sexcrime) 1984 – Eurythmics

locandina truman show

Regia: Peter Weir
Sceneggiatura: Andrew Niccol
Fotografia: Peter Biziou
Musiche: Philip Glass, Burkhard von Dallwitz
Durata: 102′

Interpreti e personaggi principali:
Jim Carrey: Truman Burbank
Laura Linney: Meryk Burbank
Noah Emmerich: Marlon
Ed Harris: Christof

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Minutemen

Double Nickels On The Dime

SST, 1984
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our band could be your life.

Nel 1984 gli Husker Du pubblicano il doppio capolavoro Zen Arcade, immenso concept in cui l’hardcore non è più uno stile limitato, ma un’attitudine creativa che consente di immaginare universi sonori del tutto nuovi.
Double Nickels On The Dime nasce da qui, da un’amichevole sfida interna alla scena alternativa americana. Alla maniera dei Minutemen, però, e ne viene fuori uno dei più grandi album di sempre.
D.Boon e Mike Watt sono amici dall’età di quattordici anni, due fuckin’ corndogs di San Pedro, distretto portuale di Los Angeles: una suburbia proletaria in cui i ragazzi sviluppano presto un idealismo politico che influenzerà ogni scelta musicale, dalle produzioni scarne alla pura gioia di suonare qualcosa di nuovo senza portarsi dietro nemmeno un grammo di posa artistoide, ma solo la forza schietta delle proprie origini working class.
Abituati a dibattere senza sosta su qualunque argomento, i due troveranno un perfetto contraltare nel batterista George Hurley, il groove di una musica eccitante e avventurosa: i toni secchi e stridenti della chitarra di Boon e il basso pizzicato di Watt rimbalzano su fratture ritmiche imprevedibili, in brani che quasi mai arrivano ai due minuti di durata.
Come un Captain Beefheart impegnato in fantasie all’anfetamina al crocicchio tra hardcore-punk, rock’n’roll, funky, blues, jazz, country e tutto il resto.
Double Nickels On The Dime conta oltre quaranta pezzi, magma compresso in singalong memorabili (Viet Nam, Political Song For Michael Jackson To Sing, Corona, This Ain’t No Picnic); si prende inattese pause acustiche (Cohesion) e regala la più bella dichiarazione di fede mai ascoltata in una canzone, nei centoquaranta dolci secondi di History Lesson, Pt.II: la storia di un’amicizia, di una band, di una scelta di vita.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Brave Captain – Firehose
Ice Cream for Crow – Captain Beefheart
Is It Luck? – Primus
Masochism World – Husker Du
 
…e leggi anche
American Indie – Michael Azerrad

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Rage Against The Machine

Rage Against The Machine

Epic, 1992
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Anger is a gift.

Pochi altri, nell’intera storia rock, hanno avuto il coraggio di far esplodere una rabbia così devastante come i Rage Against The Machine in questo esordio leggendario.
Fuori: un tremendo scatto di Malcolm Browne annuncia l’inferno cui si andrà incontro, l’immagine di un monaco buddista che nel 1963 si diede fuoco a Saigon, estremo gesto di protesta contro il regime sud-vietnamita.
Dentro: dieci inni, dieci bombe scagliate contro l’indifferenza, l’ignoranza, il pensiero unico.
La musica è un magma incandescente che unisce l’hard zeppeliniano alle scansioni sincopate del funk, l’intransigenza del punk-hardcore più violento alla metrica acrobatica delle declamazioni hip-hop.
La chitarra di Tom Morello è un miracolo di inventiva e precisione, un rasoio affilato e multiforme: nel riffarama sferragliante di Bombtrack; nella cadenza sabbathiana di Killing In The Name; nell’epocale scratching di Know Your Enemy e nello stridore metallico di Bullet In The Head; nel fragore di Wake Up e della frenesia urban di Township Rebellion.
Su tutto, l’urlo animalesco dello sciamano Zack De La Rocha, che trova apice nella conclusiva Freedom, un’orgia terrificante di feedback e grida, una chiamata a raccolta per tutti gli oppressi del pianeta, da Johannesburg a South Central.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Kashmir – Led Zeppelin
Bring The Noise – Public Enemy
Kick Out The Jams – MC5
I Against I – Bad Brains
Tool – Stinkfist
 
…e leggi anche
1984 – George Orwell
 
…e guarda anche
District 9 – Neill Blomkamp
Matrix – Lana, Andy Wachowski
 
Scaricatelo gratis e legalmente da MediaLibraryOnLine e, se non sapete di cosa stiamo parlando, correte nella biblioteca più vicina a casa vostra per scoprirlo!

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The Smiths

Hatful Of Hollow

Rough Trade, 1984
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Uno scatto malinconico in bianco e nero in copertina anticipa tutto, le spalle strette di un ragazzo dallo sguardo perso chissà dove.
Pochi mesi di vita e The Smiths è già nome fondamentale del pop indipendente, non solo britannico: il jingle-jangle luccicante del favoloso chitarrista Johnny Marr e la precisione post-punk della sezione ritmica di Mike Joyce e Andy Rourke sono la base perfetta per le poetiche meditazioni di Morrissey, voce straordinaria quanto il talento lirico.
Hatful Of Hollow è, semplicemente, una delle più grandiose infilate di canzoni pop mai apparse, arte che pareva dimenticata e che qui viene portata a nuova vita da pezzi immortali: abissi di malinconia e solitudine, ma pure declamazioni tracotanti e speranzose si nascondono nel profumo di primavera che entra dalle finestre delle ariose William It Was Really Nothing, This Charming Man, You’ve Got Everything Now o Still Ill; nelle ombre lunghe di Hand In Glove, What Difference Does It Make? e How Soon Is Now?; nei romanticismi da brivido di Reel Around The Fountain e nell’acquerello acustico di Please, Please, Please Let Me Get What I Want, due minuti di celestiale perfezione.
 
Ascolta quattro brani tratti dall’album
Please, Please, Please Let Me Get What I Want, This Charming Man, Reel Around The Fountain, Hand In Glove
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Crybaby – I Cherish The Heartbreak More Than The Love That I Lost
The Magnetic Fields – Papa Was a Rodeo
Aztec Camera – We Could Send Letters
The Go-Betweens – Right Here
 
…e guarda anche
This Is England – Shane Meadows

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