Archivio tag: 1985

Liz Flahive, Carly Mensch

Glow

2017, Netflix
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What’s motivating this? Why are we fighting? What’s… what’s driving you to come after me and grab me by the hair and throw me to the ground? It has to be something.

Glow (acronimo per Gorgeous Ladies of Wrestling, spettacolo/intrattenimento sportivo che negli anni ’80 vedeva sul ring delle atlete donne in uno show riservato fino a quel momento solo agli uomini) è la nuova serie di successo sul wrestling in onda su Netflix dal 23 giugno 2018. La serie, ideata da da Carly Mensch e Liz Flahive è composta da 10 episodi di circa mezz’ora l’uno ed è ambientata nel bel bezzo degli anni ’80, esattamente nel 1985 a Los Angeles.

La vicenda ruota attorno ai disagi quotidiani di Ruth Wilder (Alison Brie), un’aspirante attrice (molto impacciata e sfortunata) che dopo tante porte sbattute in faccia nel mondo dello spettacolo, finisce per partecipare a dei provini per un nuovo show tutto al femminile. Praticamente ignorando cosa sia il wrestling si ritroverà a far parte del cast di più o meno improvvisate  lottatrici , 13 donne dalle più svariate e bizzarre personalità. Sotto la guida del burbero Sam Sylvia (Marc Maron), un eccentrico regista fallito di B-movie, Ruth e le altre simpaticissime atlete impareranno tutti i segreti di questo show. Sul ring, Ruth si ritroverà ad affrontare anche la sua ex migliore amica, Debbie Eagan (Betty Gilpin), attrice di soap opera e neo-mamma, assoldata dal regista come punta di diamante della trasmissione “Glow”,  in rotta di collisione con Ruth in seguito alla scoperta del tradimento di suo marito proprio con l’amica Ruth. Le due amiche-nemiche e tutto l’intero cast, regista compreso si ritroveranno ad utilizzare il ring come palestra per risolvere, ognuna a modo proprio, le vicende private.

La serie è un centrifugato nostalgico di anni 80′, tra musica pazzesca simbolo di quegli anni (per citarne due: scorpions e roxette), capelli cotonati e tutine “glam” attillatissime, non mancheranno le occasioni per affrontare tematiche importanti e ricerca di valori quali autostima e amicizia. Il ritmo della serie è incalzante, i dialoghi sono energici e brillanti. Glow è la serie da guardare tutta d’un fiato, delle donne energiche pronte a mettersi in gioco e ad affrontare le lotte quotidiane.

 

Se ti è piaciuto guarda anche:
Orange is the New Black

Super Nacho

GLOW: The Story of The Gorgeous Ladies of Wrestling

 

Ascolta la colonna sonora della serie: GLOW tv series Soundtrack

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Genere: Commedia drammatica Ideatore: Liz Flahive, Carly Mensch Cast: Alison Brie, Betty Gilpin, Sydelle Noel, Britney Young, Marc Maron, Britt Baron, Kate Nash, Gayle Rankin, Kia Stevens, Jackie Tohn

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The Cult

Love

Sire - Beggars Banquet, 1985
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Hot sticky scenes, you know what I mean
Like a desert sun that burns my skin
I’ve been waiting for her for so long
Open the sky and let her come down

Ci sono album che invecchiano bene: è il caso di Love dei The Cult.
Poco importa la vostra data di nascita: indipendentemente dalla vostra età, presto o tardi avrete sentito parlare di questo gruppo e del suo sound lussureggiante, linee di basso pulite ed uppercut di chitarra tipiche dell’onda goth alla quale i nostri appartengono.
Canzoni certo ispirate dal gothic rock, ma intrise anche di una certa psichedelica melodica e pure spolverate di heavy metal quanto basta: un mix tra arrangiamenti puliti e beat solidi accompagnati dalla performance vocale di Ian Astbury, che come suo solito dice molto con poco, a dispetto della maggior parte dei cantanti.
Su tutte spicca Rain, diventata una delle canzoni più conosciute della band: una nebbia di note che ben fa “vedere” gli assoli di chitarra, puliti e croccanti al tempo stesso, facendo da contraltare al tono della voce di Ian, ispirata e coinvolgente.
Attenzione: un brano più noto degli altri non deve offuscare il resto del disco. Tutte le canzoni hanno una venatura emozionale particolare, che gioca splendidamente con lo stato d’animo degli auditori e, in fin dei conti, raccontano i due lati gelido-fiammante del cuore delle persone.

Ascolta tre brani tratti dall’album:
Rain, Nirvana, She Sells Sanctuary

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Dream Theater
Evanescence – Fallen
Abysmal Grief – Feretri

… e leggi anche
Nancy Kilpatrick – La bibbia gotica
Roman Dirge – Lenore, Piccole Ossa
Paul Torday – La ragazza del ritratto

… e guarda anche
Catherine Hardwicke – Cappuccetto rosso sangue
Alex Proyas – Il Corvo
Chan-wook Park – Stoker

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Richard Donner

Ladyhawke

USA, 1985
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Sempre insieme, eternamente divisi. Finché il sole sorgerà e tramonterà. Finché ci saranno il giorno e la notte.

Gaston è un ladruncolo il cui cammino si incrocia con quello del cavaliere Navarre.
Navarre e la sua amata Isabeau sono stati colpiti da una maledizione: di giorno lei è un falco mentre di notte lui si trasforma in un lupo. Per questo, non possono mai incontrarsi in forma umana, se non per alcuni secondi all’alba e al tramonto.
A lanciare il sortilegio che li ha condannati a questa vita a metà, è stato il Vescovo di Aguillon, innamorato di Isabeau.

Ladyhawke risale ormai a trent’anni fa. Ma la sua storia rimane ancora oggi uno dei migliori racconti di un amore impossibile portati sullo schermo. Il film, girato quasi del tutto in Italia, tra Lombardia, Emilia e Abruzzo, ha riscosso negli anni un grande successo, diventando un classico del fantasy.

Ti è piaciuto questo film? Allora leggi anche…
Cime tempestose- Emily Bronte
Ogni giorno- David Levithan

…e guarda anche
Romeo+Giulietta- Baz Luhrmann

Ladyhawke- Richard Donner

Regia: Richard Donner
Storia: Edward Khmara
Sceneggiatura: Edward Khmara- Michael Thomas- Tom Mankiewicz- David Webb Peoples
Musiche: Andrew Powell
Durata: 124′

Interpreti e personaggi
Matthew Broderick: Gaston
Rutger Hauer: Navarre
Michelle Pfeiffer: Isabeau
Leo McKern: Imperius
John Wood: Vescovo

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Rites Of Spring

End On End

Dischord, 1991
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If there’s nothing here then it’s probably mine

La dimostrazione che ogni idea giusta, anche quella più piccola, può essere importante se portata avanti con la necessaria dedizione. Questo erano i Rites Of Spring, la band di Guy Picciotto e Brendan Canty prima dei Fugazi; la band cui si è soliti risalire per dare un’origine all’emo-core, definizione stretta per musicisti che la ritenevano semplicemente un’etichetta priva di senso.
Un nome ripreso da La Sagra della Primavera del compositore russo Igor Stravinskij, una passione divorante che trovava espressione in un hardcore evoluto, melodico e pieno di stacchi e spigoli vivi, intriso di disperazione e rivalsa e suonato con la foga di una liberazione. I testi di Picciotto, commossi e urlati allo sfinimento, traducevano in parole l’epica dei diciott’anni, agitandosi sui vetri rotti di chitarre rumorose e splendenti.
Poco più di un anno di vita, una quindicina di concerti in tutto e tutti nell’area di Washington DC, anche per la spiacevole tendenza della band a sfasciare la strumentazione in preda alla furia dell’esecuzione (succedeva perfino durante le prove). Soprattutto, diciassette brani che costituiscono un repertorio da riscoprire: oltre all’EP All Through A Life, che uscirà solo dopo lo scioglimento della band, l’album omonimo – tra i più belli di sempre per Kurt Cobain – è un’infilata di ruvide gemme, letteralmente travolgente in Spring e Drink Deep, nelle gloriose melodie di For Want Of e All There Is, nel precipizio dei sette minuti di End On End.
Era il 1985, certo, ma queste canzoni, nate per cogliere l’attimo, hanno saputo vincere lo scorrere del tempo e ancora oggi regalano occhi lucidi e fortissime emozioni.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blueprint – Fugazi
Kid Dynamite – Squirrel Bait
Johnny On The Spot – Texas Is The Reason
Friend To Friend In Endtime – Lungfish

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The Jesus And Mary Chain

Psychocandy

Wea Records, 1985
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and I tried and I tried
but you looked right through me
knife to my head when she talks so sweetly
knife in my head when I think of Cindy
knife in my head is the taste of Cindy

Dolci malinconie sixties e puro nichilismo punk, filtrati attraverso la noia tossica della provincia e una spaventosa orgia di elettricità: Psychocandy non è solo l’epocale esordio dei The Jesus And Mary Chain dei fratelli Jim e William Reid, ma anche il disco che riportò a forza nel rock’n’roll un senso fisico di pericolo ed eccitazione, con l’incoscienza dei vent’anni e una violenza che non si sentiva dall’avvento dei Sex Pistols.
Ad aprire le danze il sognante singolo Just Like Honey, uno dei brani più belli dell’intero decennio: Sofia Coppola la farà conoscere a schiere di twenty-something del nuovo millennio, traendone una splendida cartolina per il finale di Lost In Translation; ne coglierà tuttavia solo la pelle romantica, dimenticandone il cuore intriso di dolce perversione.
Poi l’album squaderna un ventaglio di soluzioni che rivelano un ampio spettro sonoro: a un estremo terrificanti colate di feedback e adrenalina (le tiratissime The Living End e In A Hole), all’altro caramelle acustiche degne del giovane Lou Reed e solo apparentemente innocue (Cut Dead, il singolo Some Candy Talking incluso nella successiva stampa in cd); da una parte i Beach Boys centrifugati di Never Understand e My Little Underground, dall’altro spettacolari noise-pop che letteralmente inventano interi sottogeneri (The Hardest Walk, You Trip Me Up e Taste Of Cindy, come ascoltare Blitzkrieg Bop suonata al rallentatore dai Suicide e sommersa da tonnellate di clangori e fischi di ogni foggia). A chiudere, il buco nero di It’s So Hard, unica traccia guidata dalla voce di William Reid che pare emergere dal buio di una stanza senza luce.
Oggi fanno quasi trent’anni dall’uscita di Psychocandy, eppure quel suono di miele e metallo fuso esalta come fosse il 1985. Un’idea di musica, annoiata e incidentalmente geniale, che ha cambiato il corso della storia.
 

Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
You made me realiseMy Bloody Valentine
Here she comes nowThe Velvet Underground
I wanna be your dog – The Stooges
Little Honda – The Beach Boys
 
…e guarda anche
Lost Translation – Sofia Coppola

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The Replacements

Tim

Sire, 1985
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Replacements è il suono degli anni giovani, belli e fuori di sé, festa senza fine e malinconia inconsolabile.
Paul Westerberg, il poeta nascosto in ogni ragazzo incasinato, che sputa verità e lirismo con la stessa noncuranza.
Bob Stinson, la miccia dannata di quei versi, la chitarra ubriaca e analfabeta che accende di rock’n'roll ogni angolo buio.
Tim, una sequenza di undici brani leggendari, divisi tra proiettili elettrici, veri inni della nazione alternativa come Bastards Of Young, Hold My Life, Kiss Me On The Bus o Left Of The Dial, e ballate con il cuore in mano, alla luce fioca di una festa sul punto di finire (Swingin’ Party) o di vite qualsiasi in luoghi qualsiasi in giorni qualsiasi (il capolavoro assoluto Here Comes A Regular, lacrime di pianoforte): musica che rovina cuore, fegato e polmoni, ma salva l’anima.
 
Ascolta tre brani tratti dall’album
Bastards Of Young, Here Comes A Regular, Left Of The Dial
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Superchunk – Hyper Enough
Big Star – Ballad Of El Goodo
Paul Westerberg – Runaway Wind
Social Distortion – Story Of My Life
 
…e guarda anche
Adventureland – Greg Mottola

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