Archivio tag: 1993

Dean Koontz

Cuore nero

Sperling & Kupfer, 1993, 378 p.
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Articolo di Valentina Carioni Vienna

Vide se stessa, a cinque anni, che giocava in un prato dietro casa. Il pendio erboso le era familiare, ma una sorta di odiosa influenza si era insinuata nella usa mente e scompigliava i dettagli, ricolorando malignamente l’erba di un colore nero come il ventre di un ragno. I petali di tutti i fiori erano ancora più neri, e in mezzo luccicavano cremisi gli stami come grosse gocce di sangue (…) quelle macchine da gioco ora sembravano stranamente minacciose. Incombevano sinistre, come se da un momento all’altro potessero mettersi in movimento, tra gran cigolare e stridere, emettendo fuochi fatui dai fianchi e dalle gambe, in cerca di sangue come lubrificante, vampireschi robot di alluminio e acciaio.

Quante volte ci siamo trovati a dover gareggiare con un “mostro” più grande di noi? Talvolta, i “mostri” di cui abbiamo paura non sono altro che emozioni che vogliamo a tutti i costi evitare di provare, sensazioni che vorremmo scacciare via, persone che ci opprimono, senza permetterci di continuare a vivere.
E’ così che ci si sente, no? Come all’interno di un enorme “cuore nero”.
Dean Koontz, con questo romanzo dalle sfumature grottesche, vuole farci provare quel forte brivido che solo le storie del terrore sono in grado di trasmetterci.
Dopo un terribile incidente stradale, il protagonista Hatch sembra aver perso la vita ma, con enorme stupore, dopo 80 ore di apparente decesso, si risveglia totalmente cosciente, come se nulla fosse accaduto. La moglie Lindsey e il suo amato marito non potrebbero essere più gioiosi di così e, dopo un lungo lasso di tempo, si convincono ad adottare una bambina.
L’ilarità che scorreva all’interno del nucleo familiare viene però brutalmente interrotta da una sequenza di visioni e incubi raccapriccianti che, ogni notte, puntualmente, si insinuano nella mente di Hatch, rendendogli la vita invivibile.
A poco a poco, dalla scena iniziano a scomparire tutte quelle persone che, in qualche modo, gli avevano affettato negativamente l’esistenza e, con sua grande e orribile sorpresa, comprende di non essere assolutamente estraneo agli eventi, ma di esserne pienamente coinvolto.
Il Male, difatti, si è presentato nella peggiore forma immaginabile, ed è pronto a chiamare Hatch alla sua sfida personale.
Un uomo contro l’inverosimile.
Un grandioso romanzo che spazia dalla quotidiana violenza alla non ordinaria brutalità.

“Oh, cosa può dentro sé l’uomo celare,
anche se dall’esterno angelo appare!”
-William Shakespeare

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Mostri- Dean Koontz
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Il bravo ragazzo- Dean Koontz

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Francesco De Gregori

Il bandito e il campione

1993, Serraglio Edizioni
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Ti potresti innamorare di lui,
forse sei già innamorata di lui,
cosa importa se ha vent’anni e nelle pieghe della mano,
una linea che gira
e lui risponde serio “E’ mia”;
sottintende la vita.
E la fine del discorso la conosci già,
era acqua corrente un po’ di tempo fa
e ora si è fermata qua.
(Pezzi di vetro)

Il bandito e il campione prende il proprio nome dal brano scritto da Luigi Grechi, dedicato alla storia di Sante Pollastri e Costante Girardengo, amici d’infanzia che si trovano a percorrere strade molto diverse: mentre il primo diventerà un fuorilegge, il secondo sarà destinato ad una brillante carriera nel ciclismo.

L’album contiene 19 tracce registrate durante il tour del 1993 di Francesco De Gregori attraverso l’Italia. Si tratta di alcune tra le canzoni più note dell’artista a cui sono affiancate due cover: Vita spericolata di Vasco Rossi e Sfiorisci bel fiore di Enzo Jannacci.

Trovano qui posto Titanic e I muscoli del capitano, due delle canzoni della trilogia sul Titanic, originalmente contenute nell’album che prende il nome dallo sfortunato transatlantico (manca L’abbigliamento di un fuochista) e alcuni tra i brani romantici più significativi di De Gregori, come la bellissima Pezzi di vetro.

Come sempre avviene con i lavori di questo artista, ogni testo è una descrizione vivissima e dettagliata di una storia dalla forte valenza simbolica.

Niente riesce a rendere in modo più efficace l’atmosfera di questo album delle parole di De Gregori stesso:
“Un disco dal vivo in fondo è quanto di meno definito e definitivo possa pubblicare un autore di canzoni. O un cantante. Non un’antologia, non un riepilogo; né tanto meno, un autoritratto; solo il maldestro tentativo di fermare qualcosa che col passare del tempo (nei mesi e negli anni, ma anche sera dopo sera) si modifica continuamente, sfugge, si disperde, ritorna. Le canzoni cambiano nella testa di chi le ha scritte molto di più e molto più velocemente di quanto non accada nella memoria di chi le ascolta. Questo disco, perciò, potrebbe essere paragonato in qualche modo ad una foto perfettamente a fuoco ma anche perfettamente mossa. O ad uno specchio in movimento. E al suo autore non resta che correre il rischio, come capitò ad Alice nel Paese delle Meraviglie, di passare involontariamente attraverso questo specchio nel quale (lo giura) ha soltanto desiderato vedere per un attimo il proprio riflesso.”

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche…
gli altri album di Francesco De Gregori

… leggi anche…
I luoghi più lontani- Per Petterson
La ragazza delle arance- Jostein Gaarder
Mi chiamo Lucy Barton- Elizabeth Strout

..e guarda anche…
Brooklyn- John Crowley

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Litfiba

Terremoto

CGD, 1993
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Di notte voglio entrare nei segreti tuoi
E li voglio raccontare alla gente che s’inganna
Di notte voglio ballare nella stanza dei bottoni
staccare tutti i fili delle tue decisioni

Nella vasta produzione musicale dei Litfiba, Terremoto, pubblicato nel 1993, è senza dubbio l’album più rock.
Il ritmo della batteria e le note della chitarra penetrano nelle ossa, veicolando emozioni in modo diretto e quasi necessario.
In ciascuno dei nove brani si percepisce la rabbia di chi non ne può più: di chi ne ha abbastanza dei politici corrotti, delle smanie di successo, della fame di denaro, del giornalismo servile, del conformismo ad ogni costo.
Un grido di ribellione e denuncia, affidato a testi che fanno dell’ironia e della strafottenza armi affilatissime.
Dimmi il nome, Maudit, Sotto il vulcano: impossibile restare fermi durante l’ascolto.
Fata Morgana: un capolavoro di pura poesia, per la musica, per il testo.
Prima guardia: l’inutilità della guerra e del servizio militare, il vuoto, il grido che esplode dentro.
“Terremoto” è un album da ascoltare preferibilmente da soli e ad un volume improponibile: vi entrerà dentro.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
El Diablo – Litfiba
Desaparecido – Litfiba
Eutopia – Litfiba

.. vedi anche No man’s land – Danis Tanovic
I cento passi – Marco Tullio Giordana
La grande scommessa – Andy McKay

e leggi anche Fuori dal coro – Federico Guglielmi

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Lasse Hallstrom

Buon compleanno Mr. Grape

Stati Uniti 1993
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Ho scelto te perché hai l’aria di chi c’è sempre.

La vita può essere monotona e con orizzonti limitati se si risiede a Endora, un paese isolato fra i campi dell’Iowa. Ne sa qualcosa Gilbert Grape, giovane che ha sulle spalle una famiglia difficile: padre morto suicida, madre che dopo la tragedia si è rifugiata nel cibo fino ad arrivare a duecento chili di peso, due sorelle cui dare retta e un fratello quasi diciottenne ritardato. Gilbert contribuisce alle magre finanze familiari lavorando nel sempre meno frequentato emporio locale e si prende cura di tutti, ma soprattutto del fratello Arnie, con ammirevole dedizione. La monotonia delle giornate è interrotta dalle chiacchiere con l’amico che sogna di aprire un Burger Barn e con l’impresario di pompe funebri, oltre che dalle distrazioni sessuali con la bella madre di famiglia cui Gilbert consegna la spesa. Ma anche in un luogo sperduto può capitare di incontrare qualcuno di interessante…
Un film delicato e commovente sulla famiglia e l’amicizia. Depp e Di Caprio strepitosi.

Ti è piaciuto?
Allora guarda anche
Un gelido inverno – Debra Granik
Rain Man – Barry Levinson

…e leggi anche
Niente giochi nell’acquario – Cynthia Lord
Mio fratello Simple – Marie Aude Murail

… e ascolta anche
Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio) – Fabrizio de Andrè

buon-compleanno-mr-grape

Genere drammatico
Regia Lasse Hallström
Interpreti e personaggi
Johnny Depp: Gilbert Grape
Leonardo DiCaprio: Arnie Grape
Juliette Lewis: Becky
Mary Steenburgen: Betty Carver
Darlene Cates: Bonnie Grape
Laura Harrington: Amy Grape
John C. Reilly: Tucker Van Dyke
Crispin Glover: Bobby McBurney

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Michael Nyman

The Piano

Usa, 1993
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La mia opera ispira spesso immagini profonde e inconsce, oniriche. Se si legano immagini diverse alla mia musica, penso che vada tutto bene. Differente è pensare che a essa possano andare collegate solo le scene del film. La musica acquisisce forza e anima dalla nostra memoria e dalla nostra coscienza.

Pochi maestri contemporanei di musica classica possono vantare una fama tanto estesa quanto Micheal Nyman. L’opera che ha fatto conoscere Nyman al grande pubblico è la colonna sonora di Lezioni di piano (The Piano, 1993) della regista australiana Jane Campion.

Il cd è molto più di una colonna sonora. E’ il supporto per mostrare sullo schermo il grande segreto della protagonista Ada, che muta dalla nascita, utilizza il pianoforte per veicolare ed esprimere le proprie emozioni. Il pianoforte apre il varco verso quelle sensazioni non più grigie e costrette,  che permeano il paesaggio e il resto dei protagonisti, bensì colorate di passione e desiderio.  Il tema principale (The Sacrifice) che ha catturato emotivamente milioni di persone è la rarefazione e la malinconia struggente che caratterizza non solo la colonna sonora del film ma l’intera discografia di Nyman. Minamalista sino al midollo, mette in risalto il pianoforte rispetto agli altri strumenti come veicolo di quei caratteri che altrimenti non avrebbero voce. Nel film il pianoforte  risulta essere, quindi,  un prolungamento della vita di Ada, un strumento per la sua voce repressa nel fondo della sua esistenza.

In tutte le colonne sonore di Nyman il tema scelto per il protagonista sviscera tutti gli altri brani e ne caratterizza l’impronta sino a farne  un disco a se stante rispetto alla pellicola. I temi di Nyman sono spesso legati al minimalismo espressivo che risalta la complessità delle emozioni umane rendendo ogni strumento per esprimerle riduttivo e mai esaustivo. La traccia principale del disco The Sacrifice permea tutti gli altri brani eseguiti e accompagnati magistralmente dalla Munich Philharmonic Orchestra sino a chiudersi negli ultimi tre pezzi The Wounded, All Imperfect Things, Dreams of a Journey che racchiudono il senso della pellicola, il progredire della vita stessa attraverso il sacrificio, la dedizione e la fiducia nell’esistenza che si materializza attraverso le nostre azioni.

Se ti è piaciuto questo disco guarda anche il film disponibile al prestito sul nostro Opac

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Red House Painters

Red House Painters

4AD, 1993
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without you what does my life amount to?

In parecchie classifiche di fine anno capiterà di imbattersi in Benji, ultimo album di Mark Kozelek pubblicato a nome Sun Kil Moon. Un’opera splendida, animata da una sincerità brutale e viva di un’intensità quasi insostenibile; solo l’ultimo tassello, però, di una discografia sterminata, che si stende ormai lungo quasi venticinque anni.
E all’inizio di tutto ci sono le ombre lunghe dei Red House Painters, la sofferenza che prende corpo in spiriti di canzoni lente, nerissime, emozionali. Slow-core, in una parola.

Dopo l’esordio Down Colorful Hill – titolo perfetto, sensazione perfetta – l’album omonimo del 1993 rende definitivamente manifesto l’enorme talento del songwriter dell’Ohio, assecondato alla perfezione da musicisti – Gorden Mack alla chitarra, Jerry Vessel al basso e Anthony Koutsos alla batteria – attenti all’effetto di ogni singola sfumatura.
Maestoso ed evocativo sin dalla copertina, Red House Painters è un colosso di settantasei minuti e quattordici tracce, nessuna meno che straordinaria: non l’autunno folk-pop di Grace Cathedral Park o quello dolcissimo di Take Me Out; non l’epico vortice shoegaze di Mistress, presente anche in una toccante versione per pianoforte; non il dipanarsi quasi immobile degli arpeggi di Funhouse, Mother e Katy Song, canzone tra le più belle dell’intero decennio; non le aperture melodiche di Dragonflies e Things Mean A Lot o la catarsi ariosa, commossa, di Strawberry Hill.
Appena ventiseienne, Kozelek maneggia le emozioni e il silenzio con grazia inarrivabile, con la poesia di versi tra i più toccanti mai messi in musica. Raggelanti, a volte – “le cose contano molto, per un attimo, poi non contano più nulla” – ma in qualche modo capaci di regalare luminosa bellezza alla desolazione dell’esistenza.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Sunflower – Low
New Year’s – Codeine
Sick Of Food – American Music Club
Suzanne – Leonard Cohen

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Fugazi

In On The Kill Taker

Dischord, 1993
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got a lot of questions for me
you got a lot of questions for me
got your finger pointing at me
distrusted
I look for wires when I’m talking to you
you’d make a great cop

I will not lie, dichiarano ripetutamente i Fugazi nell’artwork di In On The Kill Taker, pubblicato nel 1993 a seguito di pietre miliari come 13 Songs, Repeater e Steady Diet Of Nothing.
E l’onestà, qui, è il punto centrale della faccenda, cuore di una musica da sempre davvero indipendente, nella forma e nella sostanza; politica, nel senso nobile del termine.
Distante dalle contorsioni più sperimentali dei precedenti lavori, l’album si apre con l’interferenza di Facet Squared e l’urlo di Ian MacKaye azzanna l’ascoltatore alla gola sovrastando chitarre che squarciano la pelle; a ruota, l’uragano Public Witness Program definisce in due minuti l’intero genere emo-core, con Guy Picciotto a sputare bile nella strofa che anticipa uno spettacolare chorus; più avanti, Smallpox Champion e Walken’s Syndrome ne replicheranno quasi l’impatto terremotante.
Returning The Screw e Instrument ringhiano su tempi medi, tra attimi di quiete appena percettibile e deflagrazioni post-hardcore, laddove Great Cop è forse l’inno punk definitivo di MacKaye.
Ma dietro ogni angolo, in ogni momento, i Fugazi sanno nascondere una sorpresa: Cassavetes, dedicata al regista americano, recupera il groove rumorista di Repeater nelle ritmiche sincopate di Joe Lally e Brendan Canty; 23 Beats Off beccheggia tra arpeggi e distorsioni fino a culminare in quattro minuti di puro delirio noise, un attimo prima dello strumentale Sweet And Low, tenera carezza swing in luce soffusa.
A concludere, la preziosa Last Chance For A Slow Dance, apice di lirismo e poesia, sigillo di un’opera dall’influenza incalcolabile e simbolo di un modo di fare musica divenuto, col tempo, vero modello di vita.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Arcarsenal – At The Drive-In
It Was There That I Saw You – …And You Will Know Us By The Trail Of Dead
Youth Against Fascism – Sonic Youth
All There Is – Rites Of Spring

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Jeffrey Eugenides

Le vergini suicide

Mondadori, 1993
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In fondo non contava quanti anni avessero, o che fossero ragazze, ma solo il fatto che le avevamo amate e che loro non avevano udito il nostro richiamo; non ci odono neanche adesso che siamo quassù, nella casa sull’albero, con i capelli radi e un po’ di pancia, e le chiamiamo perché escano dalle stanze in cui sono entrate per trovare la solitudine eterna, la solitudine del suicidio, che è più profondo della morte, le stanze dove non troveremo mai i pezzi per rimetterle insieme.
 

Una voce corale affranta, quella di ragazzi non più ragazzi che a vent’anni di distanza rievocano il suicidio delle cinque sorelle Lisbon; creature tanto desiderate quanto irraggiungibili e distanti, soffocate nella prigione dorata della propria casa da genitori sconvolti dalla morte della più giovane, Cecilia.
Con la consapevolezza di aver visto sparire tanta bellezza poco a poco, proprio davanti agli occhi.
Con la rabbia di non poter dare una spiegazione al terribile finale di storia, quando raggiungerle pareva ormai cosa fatta.
Con la malinconia di non riuscire a riportarle in vita per mezzo di ricordi simili a fotografie sbiadite, a ritrovare pezzi mancanti di un’adolescenza passata.
Le Vergini Suicide, primo romanzo di Jeffrey Eugenides, è la storia toccante e meravigliosa del tentativo tenero e goffo di restituire alla vita il luccichio dei quindici anni, quando tutto ruotava intorno a uno squillo del telefono: all’altro capo, il suono di una canzone che si aspettava da una vita e ora è solo silenzio.
 
Ti è piaciuto questo libro? Allora leggi anche
Jeffrey Eugenides – Middlesex
 
…e guarda anche
Il giardino delle vergini suicide – Sofia Coppola
 
…e ascolta anche
Air – Playground love
Gilbert O’Sullivan – Alone again, naturally

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