Archivio tag: american music club

The National

Trouble Will Find Me

2013, 4AD, New York
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There’s some things that I should never
Laugh about in front of family
I’ll try to call you from the party
It’s full of punks and cannonballers
I need my girl
I need my girl

Trouble Will Find Me è un disco spartiacque che anticipa con lungimiranza l’ultimo singolo della band uscito poche settimane fa: Guilty Party.

Trouble Will Find Me è un disco del 2013 ma sembra essere attualissimo per atmosfere e sonorità che ci catturano in tempi inquieti e velocissimi.  E’ un viaggio nei demoni che ci colgono proprio quando siamo distratti, dispersi oppure siamo noi stessi a chiamarli mentre il mondo sembra scivolarci dalle mani.  Nel 2013 inizia la nuova fase della band di Cincinnati. Matt Berninger inizia un approccio nuovo con i testi vivendoli con immediatezza e confidenza, accantonando i giri di parole e la retorica fatta di immagini visive per abbandonarsi a una scrittura quasi da diario, a tratti in modo eccentrico (Pink Rabbits e Don’t Swallow The Cap), esplicita sia quando parla d’amore (I Need My Girl) che quando si addentra nell’analisi introspettiva e personale (Demons).

Insomma i National abbandonano una retorica che sembrava averli catturati nel precedente album, soprattutto musicale, per potersi dedicare alla profondità e l’introspezione sperimentando dimensioni nuove ma senza rinunciare mai alla propria formazione e vocazione.  Il punto più alto raggiunto dalla band nel 2007 con Boxer ha segnato un lungo processo di maturazione artistica in cui i ragazzi di Cincinnati hanno scelto di dialogare con i propri ascoltatori per abbattere ogni resistenza nei testi ma soprattutto ogni distanza. La sensazione di questo disco è forse il punto più alto di svolta in cui si assiste a una conversazione intima (quasi unplugged in Hard to Find) dove sacrificando un ritmo aggressivo  i National scivolano accanto alle vite di ognuno di noi.

Il disco ospita anche collaborazioni più o meno silenti con gli Arcade FireSt. Vincent.

Ascolta il nuovo singolo: Guilty Party
Leggi anche: Paolo Cognetti – Le otto montagne
Guarda anche: Cloro

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Red House Painters

Red House Painters

4AD, 1993
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without you what does my life amount to?

In parecchie classifiche di fine anno capiterà di imbattersi in Benji, ultimo album di Mark Kozelek pubblicato a nome Sun Kil Moon. Un’opera splendida, animata da una sincerità brutale e viva di un’intensità quasi insostenibile; solo l’ultimo tassello, però, di una discografia sterminata, che si stende ormai lungo quasi venticinque anni.
E all’inizio di tutto ci sono le ombre lunghe dei Red House Painters, la sofferenza che prende corpo in spiriti di canzoni lente, nerissime, emozionali. Slow-core, in una parola.

Dopo l’esordio Down Colorful Hill – titolo perfetto, sensazione perfetta – l’album omonimo del 1993 rende definitivamente manifesto l’enorme talento del songwriter dell’Ohio, assecondato alla perfezione da musicisti – Gorden Mack alla chitarra, Jerry Vessel al basso e Anthony Koutsos alla batteria – attenti all’effetto di ogni singola sfumatura.
Maestoso ed evocativo sin dalla copertina, Red House Painters è un colosso di settantasei minuti e quattordici tracce, nessuna meno che straordinaria: non l’autunno folk-pop di Grace Cathedral Park o quello dolcissimo di Take Me Out; non l’epico vortice shoegaze di Mistress, presente anche in una toccante versione per pianoforte; non il dipanarsi quasi immobile degli arpeggi di Funhouse, Mother e Katy Song, canzone tra le più belle dell’intero decennio; non le aperture melodiche di Dragonflies e Things Mean A Lot o la catarsi ariosa, commossa, di Strawberry Hill.
Appena ventiseienne, Kozelek maneggia le emozioni e il silenzio con grazia inarrivabile, con la poesia di versi tra i più toccanti mai messi in musica. Raggelanti, a volte – “le cose contano molto, per un attimo, poi non contano più nulla” – ma in qualche modo capaci di regalare luminosa bellezza alla desolazione dell’esistenza.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Sunflower – Low
New Year’s – Codeine
Sick Of Food – American Music Club
Suzanne – Leonard Cohen

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The National

Boxer

Beggars Banquet, 2007
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You know I dreamed about you for twenty-nine years before I saw you

Quarto studio album per i National, Boxer segna forse il punto più alto di una produzione che col tempo si sta facendo notevolissima. Privo delle esplosioni rabbiose del passato (basti pensare ad Abel e Mr.November sul disco precedente), l’album è il punto d’incontro ideale tra lo sfarzo degli arrangiamenti e la malinconica introspezione della voce da brivido di Matt Berninger, persa a cercarsi la notte tra le pieghe di Brooklyn e il fondo di un bicchiere
Si parte con Fake Empire, una delle canzoni pop più belle degli ultimi dieci anni, ed è un lieve danzare sull’orlo dell’abisso, un tentativo di dimenticare un mondo in rovina; solo un pianoforte, prima, cui si aggiungono chitarre, fiati e un gran battere di tamburi. Da lì è tutto un succedersi di piccole meraviglie melodiche, dal pulsare ritmico inquieto ed epico di Mistaken For Strangers (la più vicina a certa wave figlia dei Joy Division), Guest Room e Squalor Victoria a quello più ombroso di Brainy e Apartment Story.
Il resto è fatto di soffuse malinconie acustiche, cantate a mezza voce e puntellate qua e là dalle splendide orchestrazioni curate da Padma Newsome, cose di fronte cui non si può fare altro che commuoversi: succede con Green Gloves, Start A War, Racing Like A Pro; succede con la straordinaria Gospel, posta giustamente in chiusura.
Ma il tono dell’opera è sublimato da Slow Show, meditazione per chitarra acustica e melodia folk-pop che racconta di quando hai passato una giornata terribile e tutto quel che ti resta è tornare a casa da lei, l’unica persona che possa salvarti. Quella persona che hai sognato per anni, ancora prima d’incontrarla.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Obstacle 1 – Interpol
Intervention – Arcade Fire
On The Corner – The Twilight Singers
Johnny Mathis’ Feet – American Music Club

…e guarda anche
La 25a Ora – Spike Lee

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