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Heike Has The Giggles

Crowd Surfing

Foolica Records, 2012
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I know you want to
have some fun
with someone like me

Un sorriso divertito nel nome, un sorriso stampato proprio al centro di una bella copertina.
Crowd Surfing è il secondo album del trio ravennate Heike Has The Giggles, che conferma tutte le promesse del buon esordio Sh! e ne amplifica a dismisura l’impatto.
L’impeto rock’n’roll melodico è sempre quello che ce li ha fatti conoscere e amare, ma ora vi si aggiungono una sfacciata solarità pop e gran cura negli arrangiamenti: sempre minimali, certo, ma con un’attenzione alle sfumature che fa respirare maggiormente le composizioni.
Perchè le ritmiche di Matteo e Guido, sempre secche e dritte al punto, sono lo scenario perfetto per i riff elettrici di Emanuela e la sua bellissima voce, ansiosa e singolare, vero fuoco di undici pezzi che passano dal tiro indiscutibilmente punk di I Wish I Was Cool, M.Gondry e Blabla all’indie-rock zuppo d’ironia della title-track e Time Waster.
Ma il fascino di Crowd Surfing sta anche nella capacità di gestire le variazioni dinamiche di una proposta che in mani meno capaci finirebbe per diventare statica e monocromatica; e allora ci troviamo a ondeggiare rapiti sulla splendida melodia jangle-pop di Breakfast, un’aria corrucciata nascosta sotto il semplice intreccio delle corde, e sull’ipnotico riffare di Next Time.
Su tutto esplode la spettacolare Dear Fear, uno di quei singoli perfetti che se va bene ti vengono una volta nella vita, punk-rock dalla ritmica surf con un ritornello che sembra essere lì da sempre e invece no: sta succedendo qui, la stiamo cantando ora.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
I bet you look good on the dancefloor – Arctic Monkeys
Maps – Yeah Yeah Yeahs
Good fortune – PJ Harvey
Got the time – Joe Jackson
Nobody There – Veronica Falls

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Silence, Exile and Cunning

Exù

Self, 2013
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Ti voglio dire quello che farò e quello che non farò. Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami questo la casa, la patria o la chiesa; tenterò di esprimere me stesso in qualche modo di vita o di arte, quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia.

Parole importanti, quelle del Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce, da cui i Silence, Exile and Cunning pescano la propria ragione sociale.
Ed è splendido scoprire all’ascolto che, dietro a tanto concetto, si nascondano quattro ragazzi che, all’imprevedibilità di una scrittura storta e solida, affiancano la levità e la naturalezza di chi suona e compone per pura gioia, azzerando le sovrastrutture di genere.
Sembrano tutti nati da questo stesso feel, gli otto brani che vanno a comporre Exù: trentadue minuti che mostrano orizzonti d’interesse assai ampi e in cui si riconoscono ascolti del guitar-pop britannico del nuovo millennio (l’opener Gods’ Viper Heads), chitarre secche e acuminate da Pixies senza crisi di nervi (Futility) e una cura notevole per le armonizzazioni vocali (il bellissimo finale dell’alt-country di Missolonghi), con qualche puntata nelle distese desertiche dello stoner (Dots’n Borders).
Un bell’intrico sonoro, che però non dimentica mai il gusto per la melodia cantabile e il groove, come accade nella forsennata Dadaistic Vision, in Pladjaktush o nei vortici elettrici di Last, Proximate End.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Talkin’ Gypsy Market Blues – The Coral
Mr. Grieves – Pixies
Fake Tales of San Francisco – Arctic Monkeys
Keep Your Eyes Peeled – Queens of The Stone Age

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