Archivio tag: Avant-Garde Music

Kraftwerk

Autobahn

Philips Vertigo, 1974
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Wir fahr’n fahr’n fahr’n auf der Autobahn

Vor uns liegt ein weites Tal
Die Sonne scheint mit Glitzerstrahl

Die Fahrbahn ist ein graues Band
Weisse Streifen, gruener Rand

Jetzt schalten wir ja das Radio an
Aus dem Lautsprecher klingt es dann:
Wir fah’rn auf der Autobahn

Anche i meno avvezzi alla storia della musica hanno sentito almeno una volta il nome Kraftwerk: gruppo che ha influenzato anni di produzioni musicali in tutto il mondo.
Autobahn, il loro quarto album, è ancora più rivoluzionario dei precedenti.
È un non-luogo (fisico prima di tutto: autobahn significa autostrada in tedesco, cioè qualcosa che serve per spostarsi da un luogo all’altro ma che luogo non è); è un non-luogo dove l’elettronica è impulso di vita nascente, coinvolge in una stasi di problemi, perdurando quasi un’ipnosi sinaptica, impulso ad immergersi nella descrizione musicale.
L’eloquenza quasi stilnovista che compenetra i riff ripetuti dei sintetizzatori e delle chitarre sembra creare un’atmosfera trance ante litteram, quasi un premonitorio omaggio del gruppo ad un genere in voga molti anni dopo.
Basterebbe la title track, ma allarghiamo il pensiero a tutto l’album: un intero lavoro che ha gettato i semi dell’elettronica come oggi l’intendiamo, dell’electro-funk, della musica ambient, del synth pop solo per citarne alcuni.
Wirh far’n far’n far’n auf der autobahn” (andiamo andiamo andiamo per l’autostrada) assume una doppia valenza: oltre ad essere parte della canzone, assume il significato di andare oltre, sperimentare, creare unioni di sacro e profano.

Ascolta l’album:
Autobahn

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Diamanda Galas

The Litanies of Satan

Mute Records, 1982
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Dai sussurri più stilettati alle terrifiche grida gutturali, The Litanies of Satan capta e attira verso di sé. Diamanda Galas esordisce con un album visceralmente eccitante, dove l’estrema sofferenza del canto è controbilanciata dalla glaciale indifferenza alle percezioni sonore. Composto solo da due lunghi brani, prende spunto dall’omonima poesia di Charles Baudelaire e ne coglie appieno il senso di drammatico smarrimento: la voce viene modulata senza mezze misure, con un’estensione vocale di quattro ottave che permette di dare vita ad un intricato connubio di suoni/invettive. Vengono offerti effetti sonori spiazzanti, ottenuti sovrapponendo diverse stringhe di canto in un contesto asincrono: nulla è lasciato al caso (analogamente a quanto faceva Demetrio Stratos). Il risultato è una straordinaria combinazione di vocals, di elettronica e di creatività portata all’estremo, che fa di quest’album una delle opere di sperimentazione meglio riuscite degli anni ’80, rivoluzionando il concetto stesso di “canto”, dove la voce viene usata alla stregua di un sintetizzatore.

 

Una stella brillantemente oscura, da ascoltare in una stanza buia, soli eppur in compagnia dei nostri dannati pulviscoli d’anima.

 

Ascolta i brani tratti dall’album
The Litanies of Satan
Wild Women with Steak-Knives (The Homicidal Love Song for Solo Scream)

 

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