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Chvrches

The Bones Of What You Believe

Glassnote, 2013
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hide, hide
I have burned your bridges
now I’ll be a gun
and it’s you I’ll come for

A guardarla, la lista delle grandi band uscite da Glasgow è qualcosa che davvero impressiona: dall’indie-pop delle origini di Aztec Camera e Orange Juice, a quello del decennio successivo dei Belle And Sebastian; dai Primal Scream, maestri della fusione tra rock e dancefloor, ai Franz Ferdinand, vero fenomeno di questi dieci anni. E poi Pastels, Vaselines, Blue Nile, Mogwai.
Ma Glasgow, nel 2013, significa soprattutto Chvrches, arrivati in questi giorni a pubblicare l’atteso esordio The Bones Of What You Believe.
Musica pop suadente, nata con il preciso intento di far ballare il pubblico, con i synth e i bassi profondi dei veterani Iain Cook e Martin Doherty a disegnare soundscapes solari e ombrosi a un tempo, su cui si staglia la voce limpida della fascinosa Lauren Mayberry, vero cuore dell’album.
Dodici pezzi zeppi di ganci melodici, un trittico d’apertura travolgente (The Mother We Share, We Sink, Gun) e poi una serie di perle pensate per un airplay radiofonico da sogno (Lies, Recover, Night Sky, Lungs, By The Throat), che vanno a spegnersi nell’eterea marcia verso il tramonto di You Caught The Light.
Gli anni Ottanta di Laurie Anderson, Depeche Mode e Cocteau Twins costituiscono un imprescindibile riferimento per la band, che spesso cita tra le proprie influenze anche la musica da cinema di quel decennio, particolarmente quello horror.
Ma qui piace pensare a questi suoni come alla tempesta perfetta che s’insinua tra i silenzi infiniti e gli sguardi dolci e persi di Carey Mulligan e Ryan Gosling in Drive.
Un’emozione intensa che si muove appena sotto la pelle e sembra non aver bisogno di parole, ma solo di piccoli gesti per incendiare.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
WinterDaughter
We Own The Sky – M83
Enjoy The Silence – Depeche Mode
Heaven Or Las Vegas – Cocteau Twins
 
…e guarda anche
Drive – Nicolas Winding Refn

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The Smiths

Hatful Of Hollow

Rough Trade, 1984
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Uno scatto malinconico in bianco e nero in copertina anticipa tutto, le spalle strette di un ragazzo dallo sguardo perso chissà dove.
Pochi mesi di vita e The Smiths è già nome fondamentale del pop indipendente, non solo britannico: il jingle-jangle luccicante del favoloso chitarrista Johnny Marr e la precisione post-punk della sezione ritmica di Mike Joyce e Andy Rourke sono la base perfetta per le poetiche meditazioni di Morrissey, voce straordinaria quanto il talento lirico.
Hatful Of Hollow è, semplicemente, una delle più grandiose infilate di canzoni pop mai apparse, arte che pareva dimenticata e che qui viene portata a nuova vita da pezzi immortali: abissi di malinconia e solitudine, ma pure declamazioni tracotanti e speranzose si nascondono nel profumo di primavera che entra dalle finestre delle ariose William It Was Really Nothing, This Charming Man, You’ve Got Everything Now o Still Ill; nelle ombre lunghe di Hand In Glove, What Difference Does It Make? e How Soon Is Now?; nei romanticismi da brivido di Reel Around The Fountain e nell’acquerello acustico di Please, Please, Please Let Me Get What I Want, due minuti di celestiale perfezione.
 
Ascolta quattro brani tratti dall’album
Please, Please, Please Let Me Get What I Want, This Charming Man, Reel Around The Fountain, Hand In Glove
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Crybaby – I Cherish The Heartbreak More Than The Love That I Lost
The Magnetic Fields – Papa Was a Rodeo
Aztec Camera – We Could Send Letters
The Go-Betweens – Right Here
 
…e guarda anche
This Is England – Shane Meadows

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