Archivio tag: blues

Hozier

Wasteland, Baby!

Columbia / Sony Music, 2019
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All the fear and the fire of the end of the world
Happens each time a boy falls in love with a girl
Happens great, happens sweet
Happily, I’m unfazed here, too

Wasteland, baby
I’m in love, I’m in love with you

All the things yet to come are the things that have passed
Like the old enough hands, like the breaking of glass

Finalmente!
Andrew Hozier-Byrne o più semplicemente Hozier è tornato con un nuovo lavoro, sospeso tra atmosfere toccanti, testi con forti richiami e ricchi di metafore, quasi sospesi tra passato e presente: testi veri e sinceri raccontati cantando da un’affascinante e calda voce dai toni quasi religiosi.
È stata un’attesa meditata, deliberata e riflessiva che si è riversata in un concentrato di sonorità blues, soul ed indie rock, all’interno delle quali si alternano melodie brillanti talvolta in netto contrasto con le parole che accompagnano le note, talvolta fragili come solitudine oppure delicate come un amore.
Comunque sia, una musica che fa sempre riflettere, a volte rimandandosi ad accordi del passato, quasi un echeggiar di sensazioni jazz e contemplative e invece talvolta esplodendo in artifizi rock scatenatissimi.
La sua musica invita a riflettere sul rapporto che abbiamo tra noi stessi e gli altri, in un viaggio privilegiato, riflessivo e profondo, tale da trascinarci in un contatto molto più intimo con in nostro lato interiore e spirituale.

Ascolta tre brani tratti dall’album:
Wasteland, Baby!, Almost (Sweet Music), Shrike

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Muddy Waters

Hard again

Blue Sky Records, 1977
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Everythin’, everythin’, everythin’s gonna be alright this mornin’

Dopo la chiusura della Chess Records, ovvero la più importante casa discografica del blues che ha fatto incidere tutti i più grandi artisti dell’epoca, nel 1975 venne chiusa. Questo lasciò un solco profondo nel blues, che negli anni ’70 aveva già i suoi problemi. Una nuova speranza si fece vedere con la Blue Sky Records, etichetta fondata da Steve Paul. Uno dei primi artisti che fece incidere questa etichetta fu Muddy Waters.
Muddy è considerato il più grande chitarrista elettrico blues; alcune delle sue canzoni sono sinonimo di blues.
Dopo tanti anni in sordina, tornò alla ribalta proprio grazie alla Blue Sky Records, con il suo album Hard Again.

Il primo pezzo, forse quello più rappresentativo di Muddy, è Mannish Boy: un riff semplice che si ripete per tutti i 5 minuti che dura la canzone, ma che acquista man mano spinta e durezza. Un classico tra i più intramontabili del blues moderno. Si prosegue poi con Bus Driver: blues lunghissimo di sette minuti dove l’improvvisazione trova più ampio respiro. Troviamo poi un altro grande classico, scritto da Willie Dixon, I Want to be Loved, passando poi per Jealous Hearted Man e un altro classico, I Can’t Be Satisfied. I restanti quattro brani vengono trovano la loro luce grazie all’incredibile band che accompagna Muddy in questo capolavoro blues, in primis l’armonicista James Cotton, che risalta più degli altri.

Un album all’apparenza facile e naturale, ma che racchiude dentro sé una grande complessità che caratterizza il sound di Muddy. Un grande lavoro fanno anche i musicisti partecipi, che innalzano ulteriormente il livello qualitativo dell’opera.

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Aretha Franklin

Greatest Hits

1998, Global Tv
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 You better think (think)
Think about what you’re trying to do to me
Think (think, think)
Let your mind go, let yourself be free

Ci sono alcuni cantanti che rivoluzionano la storia della musica, che  contribuiscono a creare veri e propri generi musicali: possiamo affermare che il Soul, così come lo conosciamo, non esisterebbe senza Aretha Franklin.

Poco più che ventenne Aretha riusciva a coniugare le sue indubbie doti vocali ad una ottima tecnica vocale e ad un’interpretazione emotiva intensa. Essere una giovane donna di colore,nell’America degli anni Sessanta è come fare un poker di discriminazioni, ma con un talento così, era impossibile non sfondare.
La Regina del Soul, colleziona ventuno premi Grammy vinti in carriera, otto dei quali consecutivi, dal 1968 al 1975; è la prima donna ad entrare Roch and Roll Hall of Fame nel 1987 e nel 2010 si classifica prima nella classifica della rivista Rolling Stone sui “100 Greatest Singers” del 2010.

Numerosissimi i successi collezionati in sessant’anni di carriera, tra cui canzoni indimenticabili come Respect, Natural Woman, I say a little prayer, Chain of fools, la cover di Bridge over Troubled Water, la sua apparizione nel film The Blues Brothers con Think e i duetti Sisters Are Doing for Themselves con gli Eurythmics e I Knew You Were Waiting (For Me) con George Michael.

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B.B. King

Live at the Regal

ABC, 1965
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The King of the Blues… B.B. KING!

B.B. King è stato uno dei chitarristi blues più importanti di sempre. Con il suono caldo della sua chitarra “Lucille” ha fatto scuola per decenni. Grazie al suo primo album live “Live at the Regal” viene consacrato definitivamente.

L’inizio è dirompente; appena dopo la presentazione del Dj Pervis Spann, inizia Every day I have the blues, pezzo velocissimo che vi farà battere il piede a tempo fin dalle prime battute. Si passa poi a pezzi più lenti, come Sweet little angel e It’s my own fault. Si incontrano poi i pezzi famosi di King come Please love me e Woke up this mornin’ e si conclude con un vero capolavoro quale Help the Poor.
B.B. King è scatenato: intrattiene il pubblico, canta come solo lui sapeva fare e Lucille sembra che parli. Un ascolto di un raro e raffinato blues, contaminato con il jazz e il soul, che rende benissimo l’atmosfera che si respirava in quegli anni: una continua ovazione da parte del pubblico che ama e venera il Re del blues. E come si fa a dare torto a tutti loro?

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Wynton Marsalis, Eric Clapton

Wynton Marsalis and Eric Clapton Play the Blues – Live from Jazz at Lincoln Center

Reprise, 2011
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What’ll you do when you get lonely
And nobody’s waiting by your side?

Eric Clapton, ovvero “Slowhand”, “The man of the blues”, “God”, è uno dei musicisti più influenti di sempre. Nella sua lunga carriera ha suonato ogni tipo di genere musicale, sempre dando una venatura blues.
Wynton Marsalis è un trombettista jazz che ha saputo sposare perfettamente il jazz con la musica classica. È stato il primo musicista jazz a vincere il premio Pulitzer, nel 1997, con in triplo cd “Blood on the Fields”.

Questi due giganti della musica, nel 2011, hanno deciso di unirsi per un concerto all’insegna del jazz. Vengono proposti brani standard blues, ma riarrangiati in chiave jazz di New Orleans.
Ray Charles, Louis Armstrong, Howlin’ Wolf ed altri vengono ribaltati e riforniti di nuova linfa con trombe, tromboni, tastiere e clarinetti. Il grande talento dei due musicisti protagonisti viene perfettamente supportata dalla Jazz at Lincoln Center Orchestra (di cui Marsalis è direttore artistico). Un susseguirsi di virtuosismi ed improvvisazioni accompagnano l’ascolto brano dopo brano.

Il piccolo gioiello di questo album è, ancora una volta, Layla. Il famoso brano di Clapton viene suonato su insistenza della band pur non essendo in programma. Il risultato è meraviglioso: la complessità dell’arrangiamento non fa pesare la canzone, ma la veste invece di un nuovo abito che sembra fatto su misura.


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Wynton Marsalis - Wynton Marsalis

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Leggi anche: Come il jazz può cambiarti la vita – Wynton Marsalis
L’autobiografia – Eric Clapton

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Led Zeppelin

Led Zeppelin III

Atlantic Records, 1970
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We come from the land of the ice and snow,
From the midnight sun where the hot springs blow
The hammer of the gods
Will drive our ships to new lands,
To fight the horde, singing and crying,
Valhalla, I am coming.

Dopo due album pubblicati uno dopo l’altro e una tournée di 15 mesi, i Led Zeppelin decidono di respirare e rilassarsi.
Mentre John Bonham e John Paul Jones passano le vacanze in famiglia, Robert Plant e Jimmy Page decidono di prendersi una vacanza presso lo sperduto villaggio di Bron-Yr-Aur, in Galles. L’ispirazione dei due musicisti però non dà loro tregua, e in poco tempo compongono e registrano quello che sarà l’esoscheletro del terzo album dei Led Zeppelin: data la mancanza di elettricità nella casa dove soggiornavano, Plant e Page furono costretti a riscoprire le chitarre acustiche, il banjo, il mandolino, il contrabbasso e, in generale, la cultura folk.

L’album però si apre con una canzone che definirla rock è ancora troppo poco: Immigrant Song è un brano che pone le basi per la nascita del Thrash Metal circa un decennio dopo: veloce e diretta, giusto un paio di accordi e testi che parlano di vichinghi urlati nel microfono: perfetto.
Friends e Celebration Day iniziano a far assaporare la campagna del Galles.
La canzone successiva è il vero capolavoro del gruppo (me ne perdoni Stairway to Heaven): Since i’ve Been Loving You. Un blues di quelli lenti, struggenti e nostalgici che fanno venire i brividi; uno degli assoli di chitarra più belli di sempre; tutti e quattro i Led Zeppelin nella miglior forma possibile che fanno incantare chiunque ascolti questa canzone. Un gioiello.
Gallows Pole, canzone tradizionale riarrangiata, precede Tangerine, dolcissima ballata che fa innamorare.
Ancor più delicata è la seguente That’s the Way; Bron-Y-Aur Stomp è un festoso tributo di Plant al paese di campagna, mentre Hats Off to (Roy) Harper chiude l’album con il blues che i Zeppelin amano tanto.

Ultimo album dei Zeppelin prima del capolavoro, che riunirà in 8 canzoni il meglio dei tre album precedenti.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Led Zeppelin II, Led Zeppelin
Guarda anche: Into the Wild, Sean Penn
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Mannarino

Apriti Cielo

Unversal Music Italia, 2017
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Ma come sei finita, amore all’incontrario?
È così che tu te chiami per davvero:
eri giovane e ridevi della vita,
poi hai creduto alla bucia de un mercante forestiero
e der magnaccia de la compagnia

a cura di Claudio D’Errico

Con Apriti Cielo Mannarino, giovane cantautore, inizia un nuovo viaggio musicale che parte dalle sua città di origine, Roma. L’album si apre con sonorità da film western un po’ decadente, segno di nostalgia del proprio glorioso passato.
Il cd si presenta come la valigia di un viaggiatore, che contiene ricordi di paesi lontani e malinconici.
Il percorso prende avvio da Roma, per poi allontanarsi su ritmi diversi e melodie dal sapore a tratti sudamericano (Arca di Noè Babablù, “Vivo”).
In fondo alla valigia del viaggio si trovano autentiche perle come “Le rane”, ballata dall’atmosfera country.
Chiudendo gli occhi durante l’ascolto del brano “La frontiera” pare di vivere la scena di un film western, ispirata alle composizioni di Morricone per Sergio Leone.
Divertente è l’evoluzione del testo in “Gandhi”: si parte con un blues sonnecchiante e si prosegue in un crescendo che sfocia in un finale teatrale, di effetto.
Mannarino termina il suo viaggio con Un’Estate, canzone piena di nostalgia per la sua terra ed i parenti lontani.

Se ti piace allora guarda Il buono, il brutto, il cattivo – Sergio Leone

Se ti piace allora ascolta Marinai, profeti e balene – Vinicio Capossela

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Imarhan

Imarhan

City Slang, 2016
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E’ amaro partire
accompagnato dai suoni che ti mancheranno,
al centro di un mondo senza coloro che ti vogliono bene
Questo tuo mondo è veloce e competitivo,
Attenzione a chi ti insegue.
Ti renderà ansioso.

a cura di Claudio D’Errico

Oggi proponiamo di fare insieme un viaggio particolare, tra i popoli del Sahara.
Come una moderna tribù Tuareg ci sposteremo idealmente tra spazi vuoti ed assolati nelle vaste lande del deserto algerino.
Grazie all’album omonimo di debutto della band Imarhan ci cambiamo d’abito e veniamo accolti dai Tuareg, ascoltando insieme musica coinvolgente e moderna, che mescola suoni e colori in tinta blues.
Se ci si lascia trasportare dalle canzoni dell’album, sembra di cogliere un “blues del deserto”. E’ forte la tentazione di chiudere gli occhi ed immaginare quell’ambiente così lontano, ma in realtà così vicino ed affascinante.
Questo album merita a nostro avviso un ascolto non solo per la sua qualità, ma anche perchè mostra come la musica di un mondo culturalmente così diverso dal nostro possa essere rielaborata in una forma più accessibile ad un pubblico vasto, facendo apprezzare così in luoghi nuovi sonorità tipiche.
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Emaar – Tinariwen
e guarda anche Marrakech Express – Gabriele Salvatores

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Bob Dylan

Highway 61 Revisited

Columbia Records, 1965
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How does it feel,
to be on your own,
with no direction home,
like a complete unknown,
like a rolling stone?

a cura di Daniele Bertazzoli

Uno sparo che echeggia nel silenzio più assoluto.
Quello sparo è il colpo di rullante con cui inizia Highway 61 Revisited, di Bob Dylan: uno degli album più importanti di tutta la storia della musica; il “cuore della trilogia elettrica” di Dylan, iniziata con Bringing it All Back Home e conclusasi con Blonde on Blonde. Grazie a questi tre album l’artista statunitense stravolge tutta la canzone folk popolare, americana e non.
Le tradizioni, la cultura, il modo di pensare di una generazione prima, di molte altre a seguire poi, vengono prese, accartocciate, ingoiate, risputate e modellate a piacimento da Bob Dylan.
Un buon traguardo per una manciata di canzoni!
Dopo il colpo di rullante della batteria, la canzone che ne segue è tra le più famose e riconoscibili di sempre: Like a Rolling Stone, l’ennesima canzone manifesto di Bob; è tutto ciò che un musicista punta a scrivere e a comporre, una delle canzoni che più si avvicinano al concetto di perfezione.
In molti la pensano così, indovinate quale brano è messo in cima alle migliori canzoni di sempre, dalla rivista Rolling Stone?
La seconda traccia, Tombstone Blues, è un proto-punk veloce ed acido; la batteria scandisce il tempo come un vecchio treno a vapore che macina chilometri sulle rotaie. La canzone è infarcita di situazioni ed immagini surreali come “The sun is not yellow, it’s chicken”.
Con le successive due canzoni, It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry e From a Buick 6 Bob Dylan si cimenta nel più classico blues in 12 battute, con influenze dai grandi bluesman del delta, uno su tutti Robert Johnson.
‘Ballad of a Thin Man’, dove Dylan si cimenta nel pianoforte, calma le acque e porta l’ascoltatore a riflettere. La canzone è strutturata sulla storia di un “Mr. Jones”, un uomo qualunque. Fermo sulle sue idee, con la mente chiusa, perbenista, che, trovandosi faccia a faccia con dei tipi strani ed alternativi, non riesce a vedere, a capire i cambiamenti che la società a quell’epoca affrontava. Le situazioni e i dialoghi sono un crescendo di stranezze e non-sense, dove Mister Jones è sempre più spaesato, non riuscendo a comprendere cosa accade intorno a lui. “Because something is happening here, but you don’t know what it is. Do you, Mister Jones?”
Queen Jane Approximately è un dialogo, una prova di compassione dell’autore verso una Jane, la cui vita sta prendendo una brutta piega, in crisi con la famiglia e con se stessa.
La struttura della canzone ‘Highway 61 Revisited’ è una delle più strane di sempre: un fischietto suonato da Dylan simile ad una sirena della polizia divide le 5 strofe, dove sono presentati problemi più o meno seri (dall’uccidere il proprio figlio allo sbarazzarsi di stringhe per le scarpe e telefoni che non squillano) tra i vari personaggi, presi anche dalla Bibbia, che si concludono o si risolvono sempre sulla Highway 61.
In Just Like Tom Thumb’s Blues l’autore narra di un incubo ambientato a Juarez dove incontra malattia, prostituzione e degrado, decidendo infine di tornare a New York. Il testo è costellato da influenze della letteratura, da Kerouac ad Edgar Allan Poe.
L’album si conclude con una perla nella discografia dell’autore: Desolation Row. Una poesia più che una canzone, lunga 11 minuti e con 10 strofe senza ritornello, dove Bob Dylan chiama alle armi personaggi dai contesti più disparati, da Cenerentola a Einstein, passando per il Fantasma dell’Opera e T.S Eliot, dando loro storie e personalità che vanno ad intrecciarsi nell’ambientazione creata per questa canzone.
Ed è proprio in quest’ultimo brano che il lirismo di Dylan diventa più che una canzone, si trasforma in poesia, come solo il più grande cantautore di sempre poteva fare.
Questa canzone, come tante altre scritte dal nostro menestrello moderno (Tangled up in Blue, Vision of Johanna, Hurricane) possono spiegare perché gli è stato assegnato il Nobel alla Letteratura.

Perché, in fin dei conti, l’unica differenza tra un poeta ed un cantautore è che, quest’ultimo, sa suonare la chitarra.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blonde on blonde – Bob Dylan
Born to run – Bruce Spingsteen
Cosmo’s Factory – Creedence Clearwater Revival

… vedi anche Io non sono qui – Todd Haynes

e leggi anche
Parole nel vento – Ed. Interlinea
Guida ad alcune pubblicazioni su Bob Dylan – Il popolo del Blues

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Dorothy

Rock is dead

Roc Nation, 2016
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I am the missile
I am the fire
Love is destruction
But this war is mine
This war is mine

a cura di Claudio D’Errico

“Rock is dead” ti sale addosso con la forza di un tornado e la giovane Dorothy Martin – con la rocciosa sezione ritmica che la supporta – non fa sconti in fatto di voce, grinta e ritmo.
Gli undici brani spaziano tra rock duro e rock blues più classico ed elettrico, intriso di sabbia e sudore: come un moderno cow-boy che solca strade infinite attraversando un deserto americano.
Registrato a Los Angeles, l’album riporta il rock classico in scena come a ribadire che nessuno può permettersi di fare il funerale a questo genere musicale sempre vivo e vegeto.
Le tracce sono energia pura, da Dark Nigths – ove la grinta di Dorothy entra sottopelle in pochi secondi – a Gun in my hand, che richiama le atmosfere in un vecchio saloon del far-west.
In “Missile” la percussione indolente danza tra gli acuti di Dorothy.
Da brividi la copertina dell’album, che mostra la lingua della cantante tra le lame di una forbice pronta a porre fine a tutto, quasi ad uccidere il rock.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Everybody wants – The Struts

… guarda anche Django Unchained – Quentin Tarantino

e leggi anche Alta fedeltà – Nick Hornby 

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