Archivio tag: Bob Dylan

Joel e Ethan Coen

Il Grande Lebowski

Usa/Uk - 1998
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E Drugo voleva solo il suo tappeto. Nessuna avidità. È che dava… un tono all’ambiente

Jeffrey Lebowski, conosciuto da tutti come Drugo, è un signore che vivacchia la sua vita senza troppe pretese, tra una partita a bowling giocata in vestaglia, un White Russian e le canzoni dei Creedence Clearwater Revival.
La sua vita disimpegnata viene sconvolta dall’arrivo di due scagnozzi che devono riscattare dei soldi per debiti non pagati. Solo poco dopo si accorgono di aver sbagliato Jeffrey Lebowski, confondendo Drugo con un importante miliardario, omonimi. I due scagnozzi non mancano di urinare sul tappeto del povero Drugo prima di andarsene.

Parte da qui la trama di una delle commedie più folli che il cinema abbia mai partorito: un uomo qualunque coinvolto in rapimenti, riscatti, continui equivoci, situazioni grottesche, scene apparentemente non-sense e citazioni che un buon cinofilo adorerà trovare.
Spicca su tutto la grande caratterizzazione dei personaggi che grazie alla bravura degli interpreti, da Jeff Bridges a Steve Buscemi passando per Philip Seymour Hoffman, John Goodman e John Turturro, riescono a creare personaggi veramente unici e indimenticabili.
Questo film è un vero cult grazie anche ai mille dettagli inseriti dal regista che lo hanno fatto entrare perfettamente nella cultura pop: il look sempre poco curato e assai particolare del protagonista (vestaglia, boxer e ciabattine trasparenti, tanto per dirne una), la grandissima colonna sonora che passa fluida da Bob Dylan ai Gipsy Kings, il furetto gettato nella vasca da bagno per intimorire Drugo, il bassista dei Red Hot Chili Peppers, Il White Russian e i continui MacGuffin che riempiono la storia di tanto inutili quanto deliranti espedienti narrativi.

Un grande film che, se amate il cinema, non potete non vedere.

Date le parecchie scene volgari e i temi trattati che risulterebbero altrimenti di difficile comprensione consiglio la visione solo ai maggiori di 16 anni.

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Genere: Commedia
Regia: Joel Coen
Soggetto: Joel Coen, Ethan Coen
Sceneggiatura: Joel Coen, Ethan Coen

Interpreti
Jeff Bridges: Jeffrey “Drugo” Lebowski
John Goodman: Walter Sobchak
Julianne Moore: Maude Lebowski
Steve Buscemi: Theodore Donald “Donny” Karabotzes
David Huddleston: Jeffrey Lebowski, il magnate
John Turturro: Jesus Quintana
Tara Reid: Bunny Lebowski
Ben Gazzara: Jackie Treehorn
Philip Seymour Hoffman: Brandt
Sam Elliott: Lo Straniero

Se ti è piaciuto vedi anche: Fargo - Fratelli Coen
leggi anche: Il Grande Sonno – Raymond Chandler
ascolta anche: Cosmo’s Factory – Creedence Clearwater Revival

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Little Richard

Here’s Little Richard

1957 - Specialty Records
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Womp-bomp-a-loom-op-a-womp-bam-boom!

Per chi non conoscesse Little Richard, lo si può presentare come il più grande pioniere del Rock n’ Roll. Stimato da tantissimi artisti che l’hanno seguito, da Mick Jagger a Bob Dylan, da Freddie Mercury a Jimi Hendrix (il quale dichiarò “Voglio riuscire a fare con la mia chitarra quello che Little Richard fa con la sua voce), Little Richard ha creato e reso celebre il rock n’ roll.

L’inizio di Tutti Frutti è uno dei più celebri di sempre e la canzone non è da meno: il rinomato Womp-bomp-a-loom-op-a-womp-bam-boom! che dà il via al rock n’ roll. Elvis Presley inciderà una cover di questa canzone nel suo primo album.
Seguono alla stessa tipologia Ready Teddy, con un assolo di sax da togliere il fiato e Long Tall Sally dove Little Richard strappa fuori dalla gola le sue corde vocali.
Si passa poi a Slippin’ and Slidin’ che difficilmente si toglierà dalla vostra playlist mentale di canzoni da fischiettare, a Rip It Up, egregia canzone che esalta alla perfezione la sezione fiati.

Un ottimo album da ascoltare per fare un salto negli anni ’50 al ritmo del sano e genuino rock n’ roll.
Cliccando QUI trovi l’album completo su Youtube!

Se ti è piaciuto ascolta anche: Elvis Presley – Elvis Presley
guarda anche: Il Gigante di Ferro – Brad Bird
leggi anche: Il Gruppo – Mary McCarthy

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The Beatles

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Apple Records, 1967
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We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
We hope you will enjoy the show
We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
Sit back and let the evening go
Sgt. Pepper’s lonely, Sgt. Pepper’s lonely
Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

1° Giugno 1967
I The Beatles lanciano sul mercato un nuovo album.
La copertina è un po’ strana: ci sono un sacco di personaggi, qua e là sbucano le facce di Bob Dylan, Oscar Wilde, Marlon Brando e Karl Marx; in prima fila ci sono i Beatles, tutti e quattro, con abiti tanto colorati quanto improbabili; davanti a loro una grancassa con scritto “Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band”; davanti a tutto la scritta BEATLES fatta con dei fiori.
Così, 50 anni fa, la canzone pop diventava arte.

L’inizio è un brusio indistinto di un pubblico mentre un’orchestra accorda gli strumenti. La canzone che segue è una presentazione della Lonely Hearts Club Band.
Il viaggio dell’album prosegue tra canzoni che una volta ascoltate è impossibile dimenticare: Lucy In The Sky With Diamonds e Fixing a Hole solo a citarne un paio.
Con Being For the Benefit of Mr Kite!, scritta da Lennon, prende ispirazione da una locandina di uno spettacolo circense dell’800 che John aveva appeso a casa sua. In questo brano Lennon volle dargli “l’odore della segatura per terra” e grazie al produttore George Martin, l’atmosfera è proprio da fiera paesana.
Con Within You Without You, George Harrison approfondisce le sonorità indiane suonando strumenti tipici quali il Sitar, Tabla e Dilruba.
Altre perle dell’album sono Lovely Rita, che prende spunto dai parchimetri, o Good Morning Good Morning ispirata da una pubblicità dei cereali Kellogg’s.
Il pezzo successivo è la conclusione di questo folle quanto bellissimo album. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise), che riprende la prima traccia, la band del Sergente Pepper saluta e ringrazia il proprio pubblico sperando di averlo intrattenuto e divertito.

Ma l’album non manca di stupire.
Dopo l’ultima canzone sembrava tutto finito, invece inizia A Day in the Life, uno dei punti artistici più alti raggiunti dai The Beatles.
Ispirati da vari articoli di stampa, Lennon e McCartney la scrissero insieme, influenzandosi a vicenda. Per la registrazione fu ingaggiata un’orchestra di 45 elementi (inizialmente erano 90) che, alla fine del brano, suonano tutti insieme la nota più bassa del pentagramma e man mano salgono di tono e volume fino alla nota più alta, un secondo di pausa, e l’accordo di Mi Maggiore di 3 pianoforti a coda registrati contemporaneamente fino al loro naturale esaurimento sonoro.
Un ultimo frammento sonoro è una specie di jam vocale di spezzoni di voci mandati in loop, incorniciato da un sibilo di un fischietto per cani usato dalla polizia non udibile dall’essere umano perché di frequenza troppo alta.
La conclusione perfetta per un album perfetto.
Spegnete telefoni, televisioni e computer, sedetevi su una buona poltrona e usate 40 minuti della vostra vita per ascoltare questo album senza farvi distrarre da niente. Mi ringrazierete dopo.

Buon compleanno Sergente Pepper.

Se ti è piaciuto ascolta anche Led Zeppelin I
guarda anche Sgt. Pepper & Beyond
leggi anche Norwgian Wood – Murakami Haruki

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The Fabulous Five

IL 2016 DI EXTRATIMEBLOG IN CINQUE LIBRI, CINQUE ALBUM E CINQUE FILM
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Come è stato il nostro 2016?

Una lunga serie di storie e musiche divertenti, drammatiche, difficili o adatte a quei momenti in cui non si ha voglia che di poltrire, rilassanti o dure, che hanno suscitato in noi delle emozioni.

Insomma, un insieme di tutto ciò che, in questi dodici mesi, abbiamo trovato interessante, senza limiti di genere o stile.

In questo post, abbiamo selezionato cinque album, cinque film e cinque libri che hanno caratterizzato il nostro 2016. Non si tratta di pubblicazioni o uscite dello scorso anno ma di una selezione fatta tra i nostri consigli.

Riprendere in mano quanto recensito, è stato un modo divertente per ricordare i commenti e i confronti sulle scelte fatte da ciascuno di noi.

E’ doveroso dire che, del 2016, certamente, cambieremmo i post scritti per commemorare i troppi grandi artisti scomparsi.

Quindi, ecco a voi i nostri “favolosi cinque” libri, album e film dell’anno appena concluso!

LEGGO!
Naked- Kevin Brooks
Io e te all’alba- Sanne Munk Jensen, Glenn Ringtved
Raccontami di un giorno perfetto- Jennifer Niven
La pizza per autodidatti- Cristiano Cavina
Toccare le nuvole (The Walk)- Philippe Petit

ASCOLTO!
Heretics- Toadies
Nightfall in Middle Earth- Blind Guardian
Grace- Jeff Buckley
Abbi cura di te- Levante
Highway 61 Revisited- Bob Dylan

GUARDO!
Remember me- Allen Coulter
Mustang- Deniz Gamze Ergüven
Sherlock- Steven Moffat e Mark Gatiss
Il giardino delle parole- Makoto Shinkai
Stranger Things- Matt e Ross Duffer

Volete scoprire tutte le nostre recensioni del 2016? Qui trovate un video che le riassume tutte… in un minuto e mezzo!

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Aurora

All My Demons Greeting Me as a Friend

2016, Decca Records
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A gift, a curse,
They track and hurt
Say can you dream
In nightmares seems
A million voices inside my dreams
My heart is left so incomplete

I’m running with the…
I’m running with the wolves

 

Aurora,  al secolo Aurora Aksnes, è una giovane cantautrice norvegese. Impara a suonare da autodidatta all’età di sei anni e nel 2015 si fa notare nel panorama  musicale con il suo primo EP Running with the Wolves.

Questa giovane artista,  che cerca sempre di raccontare una storia in ogni canzone, è cresciuta ascoltando  Bob Dylan, Leonard Cohen e Johnny Cash. La sua musica si fonde con i paesaggi dei fiordi norvegesi in cui la  è nata e da cui trae costante ispirazione. Anche i video che accompagnano le melodie sono permeati dall’elemento della natura, con foreste e luci fredde che ricordano i paesaggi nordici e da toni malinconici.

Alcuni singoli tratti da quest’album hanno fatto da colonna sonora ad alcune serie tv: Running with the wolf è comparsa nella quinta stagione serie tv Teen Wolf e nella sigla della quarta stagione di Wolfblood, Runaway ha concluso la serie televisiva statunitense The Following e Conqueror fa parte delle musiche di FIFA 16.

Ascolta tre brani:
Running with The Wolf
Runaway
Conqueror

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche:
Shakira, She Wolf
Tove Lo, Habits (Stay High)
Sia, Chandelier

E leggi anche:
Nicholas Evans, Insieme coi lupi
Giovanni Festa, La luna è dei lupi
Kafka, La Metamorfosi

E guarda anche:
Kevin Costner, Balla coi lupi
Catherine Hardwicke, Cappuccetto rosso sangue

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Bob Dylan

Highway 61 Revisited

Columbia Records, 1965
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How does it feel,
to be on your own,
with no direction home,
like a complete unknown,
like a rolling stone?

a cura di Daniele Bertazzoli

Uno sparo che echeggia nel silenzio più assoluto.
Quello sparo è il colpo di rullante con cui inizia Highway 61 Revisited, di Bob Dylan: uno degli album più importanti di tutta la storia della musica; il “cuore della trilogia elettrica” di Dylan, iniziata con Bringing it All Back Home e conclusasi con Blonde on Blonde. Grazie a questi tre album l’artista statunitense stravolge tutta la canzone folk popolare, americana e non.
Le tradizioni, la cultura, il modo di pensare di una generazione prima, di molte altre a seguire poi, vengono prese, accartocciate, ingoiate, risputate e modellate a piacimento da Bob Dylan.
Un buon traguardo per una manciata di canzoni!
Dopo il colpo di rullante della batteria, la canzone che ne segue è tra le più famose e riconoscibili di sempre: Like a Rolling Stone, l’ennesima canzone manifesto di Bob; è tutto ciò che un musicista punta a scrivere e a comporre, una delle canzoni che più si avvicinano al concetto di perfezione.
In molti la pensano così, indovinate quale brano è messo in cima alle migliori canzoni di sempre, dalla rivista Rolling Stone?
La seconda traccia, Tombstone Blues, è un proto-punk veloce ed acido; la batteria scandisce il tempo come un vecchio treno a vapore che macina chilometri sulle rotaie. La canzone è infarcita di situazioni ed immagini surreali come “The sun is not yellow, it’s chicken”.
Con le successive due canzoni, It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry e From a Buick 6 Bob Dylan si cimenta nel più classico blues in 12 battute, con influenze dai grandi bluesman del delta, uno su tutti Robert Johnson.
‘Ballad of a Thin Man’, dove Dylan si cimenta nel pianoforte, calma le acque e porta l’ascoltatore a riflettere. La canzone è strutturata sulla storia di un “Mr. Jones”, un uomo qualunque. Fermo sulle sue idee, con la mente chiusa, perbenista, che, trovandosi faccia a faccia con dei tipi strani ed alternativi, non riesce a vedere, a capire i cambiamenti che la società a quell’epoca affrontava. Le situazioni e i dialoghi sono un crescendo di stranezze e non-sense, dove Mister Jones è sempre più spaesato, non riuscendo a comprendere cosa accade intorno a lui. “Because something is happening here, but you don’t know what it is. Do you, Mister Jones?”
Queen Jane Approximately è un dialogo, una prova di compassione dell’autore verso una Jane, la cui vita sta prendendo una brutta piega, in crisi con la famiglia e con se stessa.
La struttura della canzone ‘Highway 61 Revisited’ è una delle più strane di sempre: un fischietto suonato da Dylan simile ad una sirena della polizia divide le 5 strofe, dove sono presentati problemi più o meno seri (dall’uccidere il proprio figlio allo sbarazzarsi di stringhe per le scarpe e telefoni che non squillano) tra i vari personaggi, presi anche dalla Bibbia, che si concludono o si risolvono sempre sulla Highway 61.
In Just Like Tom Thumb’s Blues l’autore narra di un incubo ambientato a Juarez dove incontra malattia, prostituzione e degrado, decidendo infine di tornare a New York. Il testo è costellato da influenze della letteratura, da Kerouac ad Edgar Allan Poe.
L’album si conclude con una perla nella discografia dell’autore: Desolation Row. Una poesia più che una canzone, lunga 11 minuti e con 10 strofe senza ritornello, dove Bob Dylan chiama alle armi personaggi dai contesti più disparati, da Cenerentola a Einstein, passando per il Fantasma dell’Opera e T.S Eliot, dando loro storie e personalità che vanno ad intrecciarsi nell’ambientazione creata per questa canzone.
Ed è proprio in quest’ultimo brano che il lirismo di Dylan diventa più che una canzone, si trasforma in poesia, come solo il più grande cantautore di sempre poteva fare.
Questa canzone, come tante altre scritte dal nostro menestrello moderno (Tangled up in Blue, Vision of Johanna, Hurricane) possono spiegare perché gli è stato assegnato il Nobel alla Letteratura.

Perché, in fin dei conti, l’unica differenza tra un poeta ed un cantautore è che, quest’ultimo, sa suonare la chitarra.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blonde on blonde – Bob Dylan
Born to run – Bruce Spingsteen
Cosmo’s Factory – Creedence Clearwater Revival

… vedi anche Io non sono qui – Todd Haynes

e leggi anche
Parole nel vento – Ed. Interlinea
Guida ad alcune pubblicazioni su Bob Dylan – Il popolo del Blues

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Simon & Garfunkel

Greatest Hits

Columbia Records, 1972
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I’ll take your part
When darkness comes
And pain is all around,
Like a bridge over troubled water
I will lay me down.
Like a bridge over troubled water
I will lay me down.

Ecco due fra i più noti interpreti folk rock statunitensi, che hanno cantato insieme, pur con varie separazioni, dagli anni Sessanta ai primi Duemila. Nati entrambi a New York nel 1941, dopo inizi altalenanti Simon & Gurfunkel conoscono la notorietà con Hei, Schoolgirl. Ma il successo planetario arriva con The Sound of Silence, secondo alcuni dedicata all’assassinio di J.F. Kennedy, ma più genericamente legata al tema dell’incomunicabilità. La colonna sonora del celebre film Il laureato consacra la fama del duo. Oltre a questo, altri dischi faranno vendite stellari: Bridge Over Troubled Water (1970) e Greatest Hits (1972). Nel corso degli anni, pur non essendosi riuniti, Simon & Garfunkel hanno suonato insieme molte volte per la gioia dei fan. L’album più acclamato è forse quello dedicato al concerto in Central Park del 1981, cui assistettero quattrocentomila persone.
In Greatest Hits si trova una carrellata dei principali successi e delle tematiche care ai due cantanti: il fallimento sociale (The Boxer), il legame con la propria terra (El Condor Pasa (If I Could)), ma anche soggetti più intimi quali l’amore (Cecilia), l’amicizia (Bridge Over Troubled Water), la solitudine (I Am A Rock), se pure alleggeriti da notazioni ironiche. Non mancano anche le rivisitazioni di antiche ballate inglesi, come la suggestiva Scarborough Fair.

Ascolta alcuni brani dal disco
Bridge Over Troubled Water
The Sound of Silence
I am a Rock
Scarborough Fair

Ti è piaciuto?
Allora ascolta anche
Knockin’On Heaven’s Door

…e guarda anche
Il laureato – Mike Nichols

… e leggi anche
22/11/’63 – Stephen King

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Bruce Springsteen

Born to run

Columbia, 1975
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Someday girl / I don’t know when we’re gonna get to that place / Where we really want to go and we’ll walk in the sun / But till then tramps like us baby we were born to run 

Bruce Springsteen spese tutto per questo terzo album edito nel 1975. In questa spirale di cura maniacale, l’epica E Street Band si assicurò che l’album fosse un capolavoro di stile, meno commerciale del successivo Born in The Usa. Bruce si guadagnò la fama di professionista dopo estenuanti registrazioni in studio, tempo e ricerche sulle possibili declinazioni blues- folk- rock.  “L’album si mangiò la vita di tutti” rivelò Springsteen al suo biografo anni dopo. Ma nella lavorazione dell’album Bruce visse a fondo la sua arte e la sua vera vocazione: l’amore sconfinato per le periferie, dramma centrale di tutte le sue opere successive. Nelle canzoni Thunder Road e Born to Run troviamo la lotta per riconciliare i grandi sogni con l’amara realtà. Backstreets narra proprio di questo, un amore consumatosi sulla strada, di un sogno schiantandosi sulla realtà quotidiana. La sua attenzione si nota anche nella copertina, Springsteen si appoggia al sassofonista Clarence Clemons, una perfetta metafora della fiducia fraterna che lo lega all’E Street Band. Nella sua determinazione Bruce scrisse un grande album senza tempo, illuminante sulle gioie e i dolori dell’aspirare alla grandezza e il necessario compromesso, spesso amaro ma soprattutto nostalgico, con la realtà. Sapore che si intinge perfettamente in She is the One, canzone più vera della vita stessa.

Se ti è piaciuto ascolta anche :

Bruce Springsteen, The River
Patti Smith, Horses
Bob Dylan, Knockin’on Heaven’s Door (unplugged)

Vedi anche: Alexander Payne, Nebraska

 

 

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Daniele Vicari

Diaz

Italia, Francia, Romania, 2012
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Articolo di Stefano Guerini Rocco

La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale (Amnesty International)

Con immagini in stile documentaristico e una narrazione a puzzle (in verità un po’ confusa) che intreccia le vicende di diversi personaggi, Daniele Vicari racconta i giorni caldi del G8 di Genova. Grazie alla forza crudele delle immagini, il film riesce a indignare ed emozionare, riportando così al centro dell’attenzione una pagina della nostra Storia quanto mai scomoda, controversa, occultata. Cuore dell’opera sono i lunghissimi minuti che rievocano la famigerata notte del 21 luglio 2001 alla scuola Diaz, trasformata in una vera e propria “macelleria messicana” dalla ferocia della Polizia. Il regista, camera a mano a ricreare un efficace effetto amatoriale che si fonde con alcune immagini di repertorio, non risparmia nessuna delle torture inflitte ai manifestanti, per lo più giovani e stranieri, disarmati e inermi: quella violenza cieca colpisce anche lo spettatore come un pugno allo stomaco. Il risultato è un film sicuramente imperfetto, ma forte e assolutamente necessario: un atto di impegno civile prima che un’opera cinematografica, che impone una riflessione importante sul ruolo e sull’etica delle forze dell’ordine in una società democratica. Specialmente in un Paese dove stragi e delitti rimangono impuniti per decenni e dove morire in carcere o in caserma è tuttora una drammatica realtà, come insegnano i casi recenti di Cucchi, Aldrovandi, Uva e Bianzino.
 
Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche
Domenica maledetta domenica – John Schlesinger
Fragole e sangue – Stuart Hagmann
Nel nome del padre – Jim Sheridan
Hunger – Steve McQueen
A.C.A.B. – Stefano Sollima
 
…e ascolta anche
Here’s to you – Joan Baez
Redemption song – Bob Marley
We shall overcome – Pete Seeger
I shall be released – The Band
 
Locandina di Diaz, film di Daniele Vicari
 
Regia: Daniele Vicari
Sceneggiatura: Daniele Vicari, Laura Paolucci, Alessandro Bandinelli, Emanuele Scaringi
Fotografia: Gherardo Gossi
Montaggio: Benni Atria
Musiche: Teho Teardo
Durata: 127′
 
Interpreti e personaggi
Claudio Santamaria: Max Flamini
Jennifer Ulrich: Alma Koch
Elio Germano: Luca Gualtieri
Fabrizio Rongione: Nick Jassen
Davide Iacopini: Marco
Ralph Amoussou: Etienne

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Neutral Milk Hotel

In the aeroplane over the sea

Merge Records, 1998
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and one day we will die, and our ashes will fly from the aeroplane over the sea. But for now we are young, let us lay in the sun and count every beautiful thing we can see.

Nel paese dove gli aeroplani sono grammofoni che mandano musica da vinili graffiati e la gente li saluta dal mare, vive un album che è un mondo intero di sogni e visioni, incubi e speranze.
In The Aeroplane Over The Sea dei Neutral Milk Hotel è l’anima di Jeff Mangum, per sempre riposta in uno scrigno di undici canzoni capaci davvero di rendere migliore la vita.
Le parole scorrono come un fiume, ma ogni singola goccia è necessaria per disegnare e riportare fra noi teneri fantasmi: l’ispirazione del disco nasce solo in parte dalla lettura del Diario di Anne Frank, eppure è difficile non pensare a lei come all’unica ragazza che il narratore abbia mai amato, venuta al mondo con petali di rosa per occhi.
E con la stessa poesia si scoprono l’amore e il sesso, una spiritualità che svela luce in ogni cosa, una giovinezza che vive per sempre poichè il tempo non esiste e nulla, almeno qui dentro, muore mai davvero.
Tra chitarre acustiche accarezzate o maltrattate, polvere elettrica a bassa fedeltà, batteria acrobatica e fiati da banda di paese, la voce nasale e instancabile di Mangum ci accompagna nel sole di ballate indie-folk (The King Of Carrot Flowers Pt.One, In The Aeroplane Over The Sea, Communist Daughter) e tra le ombre scure della funerea Oh Comely; poi esplode di energia in The King Of Carrot Flowers Pt.Two & Three e in uno dei power-pop più belli mai scritti (Holland, 1945) e rilegge il folk con foga dylaniana in Two-Headed Boy.
Dopo l’ultima canzone, lo si sente riporre la chitarra e andarsene.
Mangum e la sua band non incideranno più nulla, ma le loro meraviglie continuano a risuonare da quell’aeroplano sopra il mare.


Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
A hard rain’s a-gonna fall – Bob Dylan
Rainmaker – Sparklehorse
Game Of Pricks – Guided By Voices
Owl – Hotel Alexis

…e guarda anche
Moonrise Kingdom – Wes Anderson
Train de vie – Radu Mihaileanu

…e leggi anche
Diario – Anne Frank
Ogni cosa è illuminata – Jonathan Safran Foer

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