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Robbie Williams

Swing when you’re winning

2001, Capitol Records
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Like the wallpaper sticks to the wall
Oh, like the seashore clings to the sea
Like you’ll never get rid of your shadow
You’ll never get rid of me

Let all the others fight and fuss
Whatever happens, we’ve got us

Swing when you’re winning è un omaggio di Robbie Williams alla musica swing degli anni ’50 e ’60.

Nell’album sono raccolte una serie di cover di brani risalenti a quell’epoca di ritmi leggeri e cantanti diventati mitici (tra tutti, Frank Sinatra) con un unico brano inedito, I Will Talk and Hollywood Will Listen, satira del mondo dorato dello star system.
Memorabili sono i duetti con attori come Nicole Kidman (Somethin’ Stupid) e Rupert Everett (They Can’t Take That Away from Me).

Il titolo di questo quarto disco in studio del cantante inglese nasce come citazione del suo precedente lavoro, Sing when you’re winning, da cui però si differenzia completamente per stile.

Lo stesso cantante afferma di aver dato vita a questo album proprio per distaccarsi dal genere pop che l’ha reso famoso.

Il risultato è una serie di canzoni piacevoli e leggere, rese ancora più interessanti dall’evidente amore del cantante per la filosofia che sta alla base del modo di fare musica tipico dello swing.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche…
Cousteau- Cousteau
Come fly with me- Michael Bublé
Come away with me- Norah Jones

…e guarda anche…
Brooklyn- John Crowley
An education- Lone Scherfig

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Jeff Buckley

Grace

1994, Columbia
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This is our last goodbye
I hate to feel the love between us die
But it’s over
Just hear this and then i’ll go
You gave me more to live for
More than you’ll ever know
(Last Goodbye)

Well I feel too young to hold on
And i’m much too old to break free and run
Too deaf, dumb, and blind to see the damage i’ve done
Sweet lover, you should’ve come over
(Lover, you should’ve come over)

Grace, primo e unico album in studio del musicista americano Jeff Buckley, ci racconta, nei suoi dieci brani ricchi di passione e malinconia, di amori travolgenti ma fragili, delle difficoltà di stare accanto ad una persona o di affrontare il mondo per qualcuno che non ha ancora compreso del tutto se stesso.

Tra i brani spicca la splendida e struggente interpretazione di Hallelujah di Leonard Cohen, forse la più nota cover di questa canzone, entrata ormai nella storia della musica.
Ad essa, si affiancano brani emozionanti, come So real e Last Goodbye, nei quali viene esaltata la voce angelica di Jeff Buckley.

La sua prematura morte ha certamente privato il mondo della musica di un grande artista che avrebbe potuto regalare altri brani indimenticabili.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche…
Popular Problems- Leonard Cohen
Cousteau- Cousteau
Chaos and the calm- James Bay

…leggi anche
Raccontami di un giorno perfetto- Jennifer Niven
La ragazza delle arance- Jostein Gaarder

…guarda anche
Romeo+Giulietta- Baz Luhrmann
Bright Star- Jane Campion

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Leonard Cohen

Popular Problems

Columbia - Sony Music, 2014
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Articolo di Arianna Mossali

I’m slowing down the tune
I’ve never liked it fast
You wanna get there soon
I wanna get there last
It’s not because I’m old
It’s not the life I led
I always liked it slow
That’s what my mamma said

Silenzio e raccoglimento, parla Leonard Cohen. Ed è dannatamente d’obbligo ascoltare. Perché qui non è solo il poeta (e che poeta) ad avere qualcosa da raccontare, ma in primis l’uomo. E capitemi, se dietro l’uomo c’è una storia di vita difficile da raccontare, il poeta e l’uomo finiscono inevitabilmente per coincidere.
Cohen è uno che, quando si esibisce dal vivo, alla sua rispettabilissima età dà ancora l’impressione di voler strafare. E’ noto per non essersi mai adagiato su un suo “sound” definito, errando instancabilmente tra generi e stili e puntando tutto sulla sincerità e sul parlare al cuore dell’ascoltatore. Si ha quasi l’impressione che, se la musica è istinto e le parole sono ragionamento con se stessi e radicamento delle emozioni, per lui la musica sia una scusa per dire quello che ha da dire. E infatti, le sue composizioni in ‘Popular Problems‘ sono essenziali, minimaliste, ridotte all’osso, quasi dimesse, e spaventosamente intime e universali al tempo stesso. Un ossimoro, ma al quale lui ci ha abituato abbastanza bene.
Alla base di tutto ci sono ritmi rilassatissimi e attese indefinite e ultramondane, quasi a voler gettare uno sguardo ironico sulla quotidiana giostra folle e ridicola fatta di impegni e di corse che tutti ben conosciamo, un’ammiccante esortazione a lasciar fare al Fato (che tanto fa quello che vuole comunque). Attenzione: Cohen non è diventato zen e men che meno si è dimenticato di appartenere al mondo reale. Semplicemente, lui lo guarda dalla sua prospettiva, che è quella di un uomo che si adatta, fluido come acqua, agli spostamenti millimetrici della sua anima.
Slow con le sue tonalità blues è il perfetto esempio di tutto questo; anche in questo album, come di consueto, le atmosfere sono mutevoli, da quelle sofisticate e moderne di Nevermind a quelle country di Did I Ever Love You, al contrappunto tastieristico di A Street; ma è nella semplicità e nella linearità di Almost Like The Blues che il lirismo un po’ burbero di Cohen trova la sua massima esaltazione.
L’idea del destino universale si delinea abbastanza chiaramente dietro questi 9 brani, ma forse non è solo una questione di avanzamento degli anni: ci si percepisce piuttosto un qualcosa che non si sa se definire accettazione, o piuttosto rassegnazione all’impossibilità di vivere serenamente gli anni della sua vecchiaia, senza porsi troppe domande. Forse questo anziano e signorile eroe dei sentimenti, della vita e dell’intelletto ha semplicemente fatto pace col fatto che è inutile lottare contro il bisogno d’amore.

Ascolta tre brani dell’album:
Slow, Did I Ever Love You, Born in Chains

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Red House Painters – Red House Painters
Cousteau – Cousteau
Nick Drake – Bryter Layter

… e leggi anche:
David Grossman – Qualcuno con cui correre
Nick Cave – La morte di Bunny Murno
Lorenzo Licalzi – Non so

… e guarda anche:
Tomas Alfredson – Lasciami Entrare
Jim Jarmusch – Solo gli amanti sopravvivono
Joel & Ethan Coen – A proposito di Davis

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Cousteau

Cousteau

Palm Pictures 2000
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there’s something there…
(amongst the fallen fruit and flowers)
won’t rest
(only minutes, only hours)
unless
(now the morning breaks in showers)
I guess
we’ll remember this all of our lives
on The Last Good Day of The Year

Una voce calda e avvolgente, assolo di notevole impatto, un suono che evoca le atmosfere fumose dei night: tutto questo sono i Cousteau, gruppo inglese formatosi negli anni Novanta e scioltosi nel 2005. Peccato, perché i due album Cousteau e Sirena ci hanno regalato bei pezzi, che si rifanno allo swing degli anni Cinquanta, agli esempi di Tom Waits e Nick Cave e al pop e rock di qualche anno fa. Amatissimi in Gran Bretagna, Italia e Stati Unitit, i Cousteau, noti al grande pubblico anche grazie all’utilizzo di loro brani in pubblicità, sono stati presto dimenticati.
Allora riscopriamo alcuni loro temi e canzoni. L’inesorabile scorrere della vita di cui tratteniamo i momenti belli (The Last Good Day of The Year), o l’amore nelle sue varie declinazioni: malinconiche (She don’t hear your prayer), sensuali (One Good Reason), piene di rimpianti (Of This Goodbye). L’album è ben confezionato e pervaso da suoni e suggestioni a volte un po’ languidi, ma con echi rétro molto gradevoli ed eleganti.

Ascolta tre brani dall’album
The Last Good Day Of the Year
She don’t hear your Prayer
Of This Goodbye

E ascolta anche
Sirena – Cousteau

E leggi anche
Un ragazzo – Nick Hornby
Anime morte – Ian Rankin

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