Archivio tag: crash of rhinos

Delta Sleep

Management

Big Scary Monsters, 2013
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I’ve been outside now waiting for so long.
What’s done is done get up now carry onwards.
And stop all staring straight into the sun.
The light will lead you.

Promettono davvero grandi cose, i londinesi Delta Sleep. Dopo una prima uscita omonima già più che buona, la band è ritornata nel 2013 con questo splendido Management, una raccolta ancora limitata a poche tracce (cinque, più un breve interludio) per venticinque minuti di gran qualità.
16:40am, l’apertura, è il paradigma perfetto per tutto l’album: imprevedibile emo-core da sei minuti tondi, trottola di riff spezzati e ritmiche intricate, stacchi melodici sognanti e urla sgolate; una bella meraviglia, sicuramente tra i brani più emozionanti dello scorso anno.
Jesus Bill! e Dustbusters giocano sul medesimo filo di contorsioni math e arpeggi sincopati di matrice post che deflagrano all’improvviso, emotivi come sfoghi insopprimibili, pur mantenendo sempre riconoscibile una forte impronta melodica. Camp Adventure, invece, è il pezzo più atipico del lotto, con i suoi tre minuti di dolce quiete acustica a due voci (la seconda è quella tenera di Natalie Evans).
Infine, So Say We All riprende tutti i temi di un viaggio fin troppo breve: carezzevole all’inizio, di una dolcezza che trova momenti di splendida vulnerabilità nei sussurri che anticipano le esplosioni di una parte centrale nervosa e rauca, prima di quietarsi nuovamente proprio negli ultimi istanti.
Pochi minuti, insomma, ma Management è una cosa piccola da tenere ben stretta.

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Luck Has a Name – Crash Of Rhinos
The Speeding Train – The Van Pelt
Atlas – Battles

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Fine Before You Came

Quassù c’è quasi tutto

La Tempesta, 2014
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spegniamo tutto, restiamo soli,
non pensiamoci più
ma cerchiamoci ovunque, facciamolo adesso
che domani non c’è

Ogni volta che i Fine Before You Came se ne escono con qualcosa di nuovo, è davvero difficile non restarne scossi. Dall’emotività esplosiva di Sfortuna e Ormai, le loro trame sonore si sono sempre più rarefatte, approdando infine alle cinque tracce di Come Fare A Non Tornare, che ha definito un modo realmente unico di accostare emo-core, post-rock e testi personalissimi eppure sempre capaci di coinvolgere.
Poi, dieci giorni fa, è arrivato un altro dono: come sempre inaspettato, come sempre in free download, Quassù C’è Quasi Tutto è un EP di sole due canzoni che spinge ancora un poco in là i confini di una musica sempre più sfumata e dilatata.

“Angoli” prende forma lungo un’introduzione di chitarre vaghe e colpi minacciosi, prima che un ipnotico arpeggio si faccia strada, preparando il terreno al cantato di Jacopo, ormai dimentico delle urla del passato; a metà del brano, poi, una sognante sospensione apre letteralmente al cielo, sollevata da un coro lieve e distante. Quindi la nebbia, che pareva finalmente soffiata via, torna ad addensarsi e riporta il pezzo alla struttura originaria, trascinandolo ben oltre i dieci minuti.
“Distanze” brucia lentamente, tra voci in sovrapposizione e riverberi, fino al break che in un attimo rilascia tutta la tensione accumulata in precedenza.

Una volta, raccontando di Neil Young e del capolavoro Everybody Knows This Is Nowhere, in cui il musicista canadese si abbandonava per la prima volta a devastanti sfuriate chitarristiche, Carlo Bordone ha scritto che ogni nota suonata, lì, era necessaria, come “una particella in più di sofferenza e di gioia”. Fatte le debite proporzioni, è quello che accade in questo album, troppo breve eppure miracolosamente bastante a sé: c’è bisogno di tutto questo e non serve altro.
Quassù c’è quasi tutto.


Un altro domani – Massimo Volume
Lean out – Crash Of Rhinos
A delicate sense of balance – Pelican
How near how far – And You Will Know Us By The Trail Of Dead

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Crash Of Rhinos

Distal

Triste, 2011
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our favourite part is not how this ends
it’s just how it starts
and just that it starts

Cinque voci, due chitarre, due bassi, una batteria.
E’ semplice, la descrizione che danno di sé i Crash Of Rhinos, amici che da anni suonano insieme, e insieme hanno dato vita all’esordio Distal, album emo-core tra i più esaltanti degli ultimi anni.
Non si può descrivere a parole quel che succede nei sei minuti dell’opener Big Sea: una falsa partenza, poi un urlo liberatorio e la musica letteralmente esplode da ogni parte, con l’uragano della batteria di Oli a dettare il tempo di accelerazioni devastanti e aperture melodiche sospese, tra cori che ti prendono per mano, ti trascinano fino al palco e ti costringono a urlare.
E poi la violenza thrash-punk di Stiltwalker, che si cerca in un rallentamento improvviso e si trova in un epico crescendo; le melodie catartiche di Wide Awake e Lifewood e la cadenza martellante di Gold On Red; la coralità commovente di Closure, tutta spigoli e break a rotta di collo; gli arpeggi malinconici di Asleep, che conducono a un chorus esplosivo prima che la canzone si spenga nella pioggia di un dolce sogno, stringendoti a sé per minuti che vorresti durassero per sempre.
Sette brani iper-strutturati e complessi che nemmeno per un secondo suonano artefatti o costruiti, perché qui sono i mutamenti del cuore a dare un senso a ogni svolta.
Musica che è pura necessità, suonata come fosse l’ultima cosa da fare.
 

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