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Metallica

Hardwired…To Self-Destruct

Blackened, 2016
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Born to lose
No excuse
‘Til the end
Been living to win
Been living to win

a cura di Daniele Bertazzoli

Dopo 8 anni di silenzio discografico (senza contare il progetto più o meno riuscito con Lou Reed, Lulu) finalmente i Metallica fanno uscire la loro ultima fatica: Hardwired…to Self-Destruct, il loro primo doppio album, seguendo forse la tendenza lanciata con Book Of Souls degli Iron Maiden, uscito pochi mesi fa.
I Metallica vogliono subito far capire che sono tornati a suonare ad alto volume, e lo fanno con Hardwired, che si impone come uno dei grandi pezzi d’apertura targati Metallica; veloce, diretta, immediata…perfetto! Fin da subito si capisce che i suoni sono ad ottimi livelli: la produzione del disco è la migliore dai tempi del Black Album.
I successivi pezzi sono molto, molto belli. Si passa da Atlas, Rise!, con sonorità da capelli lunghi anni ’80 e toppe sul giubbotto di jeans con chiare influenze dai colleghi inglesi Iron Maiden, a Now That We’re Dead, dove si cercano sonorità differenti, ma sempre arpionate all’Heavy Metal.
La grande varietà dei pezzi si sente: in Dream No More ci si avvicina allo Stoner Metal, con tempo lentissimo, chitarre abbassate di tono e pesantezza che ricorda Sad But True; in Moth Into Flame ci si lancia in un headbanging che termina solo quando finisce il pezzo; in Halo Of Fire la struttura alterna parti lente e tranquille con parti distorte e più pesanti, con un ottimo finale in crescendo che chiude la prima facciata dell’album.

Il secondo cd, purtroppo, non è allo stesso livello del primo.
L’inizio è promettente, con Confusion che fa sentire le chiare influenze dei Diamond Head, band storica che influenzò e continua ad influenzare i Metallica.
Nei successivi pezzi, invece, si perde l’immediatezza che hanno contraddistinto i precedenti. Da ManUNkind, brano più blueseggiante, a Murder One, dedicata al compianto Lemmy dei Motorhead, i pezzi risultano quasi annacquati e tirati forse un po’ troppo per le lunghe. Pur restando buoni, ascoltandoli, dopo un po’ si pensa “Ma quando finisce?”.
L’ultima canzone, invece, è un ottimo, ma davvero ottimo, pezzo. Spit Out the Bone riapre, dopo le ultime canzoni, la porta dell’attenzione sonora. L’inizio velocissimo, tiratissimo, fa pensare che forse l’ultima canzone sarà bellissima. Ed è così. A tratti ricorda One, ma più moderna. Finalmente il buon vecchio Thrash Metal torna ad uscire dalle casse dello stereo, risollevando la dignità di questo secondo cd e dando la perfetta conclusione a quest’ultima fatica del gruppo californiano.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Book of Souls – Iron Maiden
… leggi anche Ciclo di Cthulhu – H.P. Lovercraft
vedi anche Come un tuono – Derek Cianfrance

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