Archivio tag: Dino Buzzati

Lastanzadigreta

Creature selvagge

Sciopero Records, 2016
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Viva la musica bambina e democratica!

a cura di Claudio D’Errico

Lastanzadigreta
nasce nel 2009, grazie all’incontro di cinque musicisti torinesi – già attivi in diverse formazioni – in occasione di un’iniziativa di solidarietà.

Creature selvagge è il primo album della band che nel 2017 viene premiata con la Targa Tenco nella sezione “Opera Prima”.
“Le canzoni sono creature selvagge: sfuggono, si nascondono, saltano, all’inizio sono piccine ma poi crescono e sporcano tutto in giro”. A queste parole il gruppo affida il compito di descrivere la propria musica, intesa come luogo misterioso e sperimentale.

Sono una dozzina le canzoni del primo disco, tutte con qualcosa di particolare, che entra dalla pelle, non solo dalle orecchie. Un po’ pop, un po’ folk, atmosfere intime, passaggi elettrici e distorti.
Tra le canzoni, oltre al brano di apertura che dà il titolo all’album, si segnalano Erri, brano post-rock su testo di Erri De Luca, gentilmente concesso dallo scrittore napoletano, e la particolarissima Vita di Galileo dedicata al grande astronomo pisano.
Foglia d’autunno colpisce l’ascoltatore partendo dai suoni minimali, che si schiudono in un crescendo electro-rock, e la ballata “Inviti superflui”, ispirata ad un racconto di Dino Buzzati.

Lastanzadigreta è un progetto che fa della sperimentazione una caratteristica peculiare. L’organico del gruppo è anomalo: nessun basso, nessuna batteria, nessun ruolo predefinito fra i componenti.
Come definito dai membri della band, le canzoni dell’album contengono “suoni da cameretta” alternati a sonorità da orchestra rock. Agli strumenti più tradizionali ne vengono spesso affiancati altri, più strani, che paiono recuperati in qualche solaio: marimba, bidoni dell’immondizia, tubi, oggetti di recupero, un vecchio harmonium Farfisa, glockenspiel, un set di didjeridoo, weissenborn, mandolini elettrici e banjolini, cigar box.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche L’improbabile – Bandabardò

e leggi anche Erri De Luca
Inviti superflui – Dino Buzzati

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Adan Zzywwurath

Il matrimonio del mare e dell’inferno

Theoria, 1992, 148 pg
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Ho scritto un’ Odissea che si svolge in un solo punto spaziale…

Sapete già tutto sulla mia spedizione – proseguì Rolle, alzando improvvisamente la voce – e su come scoprii il punto di indifferenza del tempo che io chiamo p. Suppongo, abbiate ancora in mente una miriade di interrogativi. Consentitemi di prevenirli. Dunque: entrati nel punto p, vi si può rimanere in eterno. Come avrete intuito, questa è un’eternità che passa in un’altra dimensione. Un giorno sulla terra può corrispondere a 100 anni nel punto p

Il Saturnia ha nomea di nave maledetta, ma si sa son cose che si dicono… beh in questo caso è solo e soltanto la pura verità. Naviga immobile, fluttua sul mare e nel tempo: da poppa a prua è percorsa da infiniti presenti e l’equipaggio può diventare spettrale quanto un attimo prima era sul ponte indaffarato a spiegar le vele e sistemare il sartiame. Hastings, medico di bordo, deve raccapezzarsi in un insieme di storie che non hanno ne capo ne coda, senza l’aiuto del capitano che c’è di nome ma di fatto non si trova da nessuna parte.
Questa raccolta di racconti (quello relativo allo status del Saturnia predomina sugli altri) compone quasi un omaggio alla letteratura del mistero, del fantastico, dell’avventura con alcune punte di horror. Richiama le trame dei romanzi di Edgar Allan Poe, di Jules Verne, di Howard Phillips Lovecraft per citarne alcuni.
Trame ipnotiche ed oniriche con sviluppi che non ci si aspetta caratterizzano tutti i racconti, con sorprese e colpi di scena inaspettati. Un apice narrativo che porta l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto (Magris).

Ti è piaciuto questo libro? Allora leggi anche…
La boutique del mistero – Dino Buzzati
Drood – Dan Simmons

… e ascolta anche
Welcome to the Black Parade – My Chemical Romance
Under Jolly Roger – Running Wild

… e guarda anche
Paul Greengrass – Captain Phillips: Attacco in mare aperto

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Dino Buzzati

Il deserto dei tartari

Mondadori, 2012, 202pg
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A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.

Questo romanzo di Buzzati venne pubblicato nel 1940 e lo decretò da quell’anno, nella folta schiera dei grandi autori del Novecento italiano; e se ben tuttavia siano passati più di settant’anni da quella data, queste parole e questo racconto restano pur sempre attuali e forti.
Come avrete compreso dalla citazione iniziale si tratta di un romanzo che parla della solitudine dell’uomo, in modo onesto e trasparente: sincero, che per quanto amore esista anche la solitudine esiste, ed è un sentimento pieno e concreto che tutti, di noi, si riesce a toccare.
Ma non è solo quello. Si tratta anche di un racconto di speranza e di attesa, che in fondo altro non sono che componenti fondamentali della nostra vita. La speranza che il meglio debba ancora venire, che qualcosa succederà e che noi saremo pronti ad affrontarlo, ed è per questo che tutti i giorni ci alziamo e combattiamo i “Tartari”; e poi l’attesa. Perchè non c’è speranza senza attesa.
Ci sentiamo dire di smettere di aspettare qualcosa che arriverà, di uscire fuori e prendercelo, eppure, ci sono momenti in cui, e questo racconto ne è la “prova”, la vita non è fatta e non può essere fatta d’altro che d’attesa. Posso raccontarvi dettagli della trama di questo romanzo, se volete. Il protagonista è questo Tenente Giovanni Drogo e il posto in cui aspetterà tutta la vita è la Fortezza Bastiani, ultimo baluardo di un impero molto vasto, che però si trova in un punto strategico e di difficile attacco: il deserto.
Tuttavia la parte davvero interessante del libro, non sta certo nel dove e nel nome dei protagonisti; ma sono le magiche allegorie di Buzzati. Il deserto, il luogo isolato in cui le visioni e la perdita della cognizione del tempo sono abitudine; e appunto la fuga del tempo, il continuo ripetersi di un ciclo di gesti che si perde e riprende sempre uguale a sé stesso. L’angoscia, vista per intero, come se si potesse toccare e conoscere: che probabilmente a conoscerla si è più preparati, alla vita, dico.
Ultima citazione che vorrei leggeste di questo testo, riguarda proprio loro: i Tartari, perchè nel romanzo di questi non si fa altro che parlarne, e tanto, per cui fateci caso, e fate in modo che di quello che è fatta la vostra vita, non si faccia solo che “parlarne tanto”.
I Tartari… I Tartari… Da principio sembra una stupidaggine, naturalmente, poi si finisce a crederci lo stesso, almeno a molti è successo così, effettivamente.

Ascolta anche
Nevermind – Nirvana

Guarda anche
Il deserto dei tartari – Valerio Zurlini

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