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Brad Bird

Il Gigante di Ferro

Warner Bros, 1999
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Tu sei chi scegli e cerchi di essere

Il Gigante di Ferro è un film d’animazione datato (ormai) 1999 e prodotto dalla Warner Bros.

La storia è ambientata in America negli anni ’50, in piena Guerra Fredda. Hogarth Hughes è un bambino di 9 anni che, una sera in cui si trova da solo in casa, si imbatte casualmente nel Gigante di ferro: un robottone gigantesco caduto dallo spazio che, per colpa di una botta in testa, ha perso la memoria. Il governo, credendo in una possibile minaccia, sguinzaglia un paranoico e crudelissimo agente speciale governativo per dare la caccia al robottone, credendolo un’arma di distruzione dell’unione sovietica.
Una splendida amicizia nascerà però tra il Gigante e Hogarth che, insieme ad amici fidati, cercherà di depistare l’agente governativo per dare una vita dignitosa al suo metallico amico, facendogli scoprire la natura e le piccole gioie della Terra.

Un film d’animazione bellissimo che ha fatto storia, adatto a tutti, molto divertente e parecchio toccante sul finale. Impossibile non innamorarsene.

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Se ti è piaciuto guarda anche: Blade Runner – Ridley Scott.
Ritorno al Futuro – Robert Zemeckis
Plane 9 from Outer Space – Edward Wood

Leggi anche: La Guerra dei Mondi – H. G. Wells.
Cronache Marziane – Ray Bradbury.
Guida Galattica per gli Autostoppisti – Douglas Adams

Ascolta anche: Here’s Little Richard – Little Richard.
The Great Twenty-Eight – Chuck Berry
Elvis Presley – Elvis Presley

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Kings Of Leon

Mechanical Bull

Usa, RCA Records, 2013
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I got my hands in my pockets
And I’m crossing my fingers
She’ll find I am simple
Stone washed up and so slow

I Kings of Leon sono un gruppo rock statunitense formatosi a Franklin (Tennessee). Il sound dei loro primi lavori era molto influenzato dal southern rock e dal blues, ma gradualmente hanno incluso nel loro stile una varietà di generi che va dall’alternative rock fino a scivolare verso influenze più melodiche. Dopo l’uscita di Only by the Night nel 2008, sono arrivati ad ottenere per nove volte il disco di platino diventando una band riconosciuta a livello internazionale.

Parliamo del loro sesto album, Mechanical Bull, uscito ormai nel lontano 2013. E’ il disco più maturo della band dove si fondono non solo generi musicali, ma anche temi come la guerra, la spiritualità e le emozioni che attraversano le diverse fasi della vita. Il disco è semplice e chiaro. Scorre veloce alternando momenti ritmati e dichiarazioni intime e romantiche, grazie a una voce sensuale e ruvida divenuta un marchio distintivo e unico. A differenza degli splendidi singoli precedenti come Closer e Sex on fire, che vivevano di ombrosità e tensioni, questo disco è vitale attraverso il quale si possono toccare temi molto delicati e complessi con una leggerezza armonica e un’ironia arrabbiata che però lascia spazio una grande speranza, come sottolinea la magnifica Temple. Non mancano gli assoli di chitarra che sviluppano un vero e proprio concentrato di energia; uno su tutti il compatto ed aspro Don’t Matter o il coinvolgente blues di Family Tree. Non manca lo spazio per l’introspezione che suona quanto mai sincero ed autentico in Wait For Me, l’andamento springsteeniano di Beautiful War o i suggestivi archi della superba Comeback Story. Mechanical Bull sembra essere proprio completo, e come più volte i componenti della band hanno confessato, sembra essere proprio arrivato ciò che aspettavamo: l’album maturo, pacato, l’album perfetto e tranquillo ma anche sofisticato al punto giusto e senza pretese se non quella di regalarvi una vera e pura magia.

Se ti è piaciuto questo album ascolta anche:
The Black Keys – Attack & Release
The White Stripes – Elephant
Cousteau – Cousteau

Leggi anche:
Nick Cave, La morte di Bunny Murno

Guarda anche:
Rob Epstein, Jeffry Friedman – Urlo
Quentin Tarantino – Django Unchained

Corri a prenotare il disco sul nostro Opac

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Takashi Miike

Sukiyaki Western Django

Giappone, 2007
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Alla fine il potente crollerà

Chi poteva dirigere un film unendo l’epica compostezza crepuscolare dei samurai alla disarmonia fangosa e perfettamente calcolata degli spaghetti western? Solo Takashi Miike. E il risultato è qualcosa d’elegantemente surreale e strambo, IL Sukiyaki Western per eccellenza (d’altra parte, il sukiyaki è il perfetto contraltare degli italici spaghetti). Miike dimostra ancora una volta sapienza registica: campiture azzeccate, colori fluidi e movimenti della cinepresa compongono un’estetica che da sola vale la visione. E la storia? I Genji e gli Heike – i bianchi e i rossi – si fanno la guerra per un gran bel mucchio d’oro, in una cittadina spossata dal tempo e dalle pallottole chiamata Nevada (proprio come lo stato americano… che caso vero?).Tutto è raccontato da Piringo, pistolero-narratore interpretato da Quentin Tarantino in uno strabiliante cameo recitativo. Non occorre dirlo, ma tutti i personaggi sono cullati dall’inizio alla fine dall’abbraccio di proiettili che accarezzano la pelle e da katane che trapassano corazze neanche fossero missili. E una domanda si insinua: chissà se Tarantino ha deciso di creare il suo Django Unchained dopo aver recitato in questo film.
Non si sa, ma se 2 colt + 2 colt fanno una squisita sparatoria… non lo si può escludere.

Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche
Django Unchained – Quentin Tarantino
Per un pugno di dollari – Sergio Leone
Yattaman – Takashi Miike

… e leggi anche …
Django Unchained – Opac RBC

… e ascolta anche …
Sukiyaki OST (Django Sasurii) – Koji Endo
Per Un Pugno Di Dollari (Theme) – Ennio Morricone
Wild Wild West – Will Smith

western django

Regia : Takashi Miike
Sceneggiatura : Takashi Miike – Masa Nakamura
Fotografia : Toyomichi Kurita
Musica : Kôji Endô
Durata: 121’

Interpreti e personaggi principali:
Hideaki Ito : Gunman
Kaori Momoi : Ruriko
Yusuke Iseya : Minamoto no Yoshitsune
Yoshino Kimura : Shizuka
Teruyuki Kagawa : Lo sheriffo
Quentin Tarantino : Piringo

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McLusky

McLusky Do Dallas

Too Pure, 2002
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Quando Steve Albini mette le mani sulla produzione di un album si sa che ne verrà fuori un mostro spaventoso e memorabile. E’ il caso di Mclusky Do Dallas, opera seconda di una grande band gallese troppo spesso dimenticata, uscito dodici anni fa, quando indie era già una parola priva di senso che serviva per raccontare dischi quasi sempre insopportabilmente carini e sorridenti.
Qui dentro, invece, niente di tutto ciò: fin dai titoli, ci trovi il ghigno della cattiveria gratuita, del politicamente scorretto, dello sputo sarcastico. Quattordici canzoni formidabili, con il tiro feroce del noise-punk e una sezione ritmica mastodontica, vicina a quella del leggendario Surfer Rosa, travolte dallo scream psicotico di Andy Falkous.
A sorprendere è la qualità melodica di brani ben oltre l’orlo del collasso nervoso, sempre fuori controllo e però capaci di riportare tutto a casa grazie a una scrittura precisa e affilata come un rasoio.
A volte i ritmi rallentano e regalano melodie appiccicose: il caracollare di Collagen Rock, Day Of The Deadringers e Gareth Brown Says, il sussurro di una Fuck This Band da Pavement in una giornata storta, l’inno Alan Is A Cowboy Killer, squarciato dalle convulsioni distorte del ritornello. Ma quasi sempre i Mclusky si abbandonano al puro piacere della distruzione, con anthem che raramente superano i tre minuti, come il terrificante uno-due iniziale Lightsabre Cocksucking Blues/No New Wave No Fun e le nevrosi martellanti di To Hell With Good Intentions (anni dopo ripresa dai Japandroids), What We’ve Learned e The World Loves Us And Is Our Bitch. Per tacere delle micidiali Dethink To Survive e Whoyouknow.
Un capolavoro da disadattati, brutti, sporchi e cattivi. Vivaddio, vien da dire.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Broken Face – Pixies
Boilermaker – Jesus Lizard
Crow – Shellac

…e guarda anche
Kick-Ass – Matthew Vaughn
Django Unchained – Quentin Tarantino

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