Archivio tag: edgar allan poe

Roman Dirge

Lenore, Piccole Ossa

2007, Elliot, 196 p.
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 Ognuno di noi ha un lato oscuro: sono molto felice che il mio si sia materializzato nelle vesti di un’adorabile ragazzina morta! (Roman Dirge)

Lenore è la deliziosa bambina zombie creata nel 1997 dalla fantasia eclettica dell’illusionista Roman Dirge. Il fumetto riesce ad essere gotico ed insieme divertente, macabro senza mai essere diabolico: con Lenore si fa sempre una brutta fine, ma lei sembra esserne del tutto inconsapevole.

Oltre alla piccola Lenore, il cui nome è ispirato ad Edgar Allan Poe,il fumetto di Dirge è costellato da personaggi esilaranti. Gli amici che accompagnano le sue avventure sono un misto di gotico e assurdo: Ragamuffin un feroce vampiro che per punizione è stato trasformato in un pupazzo di pezza così che le sue zanne morbide non possano più mordere nessuno; il vicino di casa Taxidermy  che ha la testa di un cervo impagliato ed è sempre accompagnato da uno strano animaletto chiamato Malakai, Mr. Gosh che ha per Lenore un amore romantico, ossessivo e non corrisposto, Pooty Applewater un piccolo demone mandato dall’Oltretomba per riportare Lenore tra i morti, e tanti altri.

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Ti è piaciuto questo libro?
Allora leggi anche:
Roman Dirge, Lenore-Piccole ossa crescono
Roman Dirge, Lenore-Ossa e frattaglie
Roman Dirge, Lenore Ossa frullate
Edgar Allan Poe, Il corvo

E guarda anche:
Tim Burton, La sposa cadavere

E Ascolta anche:
Tre allegri ragazzi morti, Nel giardino dei fantasmi
The Cranberries, Zombie

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Bob Dylan

Highway 61 Revisited

Columbia Records, 1965
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How does it feel,
to be on your own,
with no direction home,
like a complete unknown,
like a rolling stone?

a cura di Daniele Bertazzoli

Uno sparo che echeggia nel silenzio più assoluto.
Quello sparo è il colpo di rullante con cui inizia Highway 61 Revisited, di Bob Dylan: uno degli album più importanti di tutta la storia della musica; il “cuore della trilogia elettrica” di Dylan, iniziata con Bringing it All Back Home e conclusasi con Blonde on Blonde. Grazie a questi tre album l’artista statunitense stravolge tutta la canzone folk popolare, americana e non.
Le tradizioni, la cultura, il modo di pensare di una generazione prima, di molte altre a seguire poi, vengono prese, accartocciate, ingoiate, risputate e modellate a piacimento da Bob Dylan.
Un buon traguardo per una manciata di canzoni!
Dopo il colpo di rullante della batteria, la canzone che ne segue è tra le più famose e riconoscibili di sempre: Like a Rolling Stone, l’ennesima canzone manifesto di Bob; è tutto ciò che un musicista punta a scrivere e a comporre, una delle canzoni che più si avvicinano al concetto di perfezione.
In molti la pensano così, indovinate quale brano è messo in cima alle migliori canzoni di sempre, dalla rivista Rolling Stone?
La seconda traccia, Tombstone Blues, è un proto-punk veloce ed acido; la batteria scandisce il tempo come un vecchio treno a vapore che macina chilometri sulle rotaie. La canzone è infarcita di situazioni ed immagini surreali come “The sun is not yellow, it’s chicken”.
Con le successive due canzoni, It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry e From a Buick 6 Bob Dylan si cimenta nel più classico blues in 12 battute, con influenze dai grandi bluesman del delta, uno su tutti Robert Johnson.
‘Ballad of a Thin Man’, dove Dylan si cimenta nel pianoforte, calma le acque e porta l’ascoltatore a riflettere. La canzone è strutturata sulla storia di un “Mr. Jones”, un uomo qualunque. Fermo sulle sue idee, con la mente chiusa, perbenista, che, trovandosi faccia a faccia con dei tipi strani ed alternativi, non riesce a vedere, a capire i cambiamenti che la società a quell’epoca affrontava. Le situazioni e i dialoghi sono un crescendo di stranezze e non-sense, dove Mister Jones è sempre più spaesato, non riuscendo a comprendere cosa accade intorno a lui. “Because something is happening here, but you don’t know what it is. Do you, Mister Jones?”
Queen Jane Approximately è un dialogo, una prova di compassione dell’autore verso una Jane, la cui vita sta prendendo una brutta piega, in crisi con la famiglia e con se stessa.
La struttura della canzone ‘Highway 61 Revisited’ è una delle più strane di sempre: un fischietto suonato da Dylan simile ad una sirena della polizia divide le 5 strofe, dove sono presentati problemi più o meno seri (dall’uccidere il proprio figlio allo sbarazzarsi di stringhe per le scarpe e telefoni che non squillano) tra i vari personaggi, presi anche dalla Bibbia, che si concludono o si risolvono sempre sulla Highway 61.
In Just Like Tom Thumb’s Blues l’autore narra di un incubo ambientato a Juarez dove incontra malattia, prostituzione e degrado, decidendo infine di tornare a New York. Il testo è costellato da influenze della letteratura, da Kerouac ad Edgar Allan Poe.
L’album si conclude con una perla nella discografia dell’autore: Desolation Row. Una poesia più che una canzone, lunga 11 minuti e con 10 strofe senza ritornello, dove Bob Dylan chiama alle armi personaggi dai contesti più disparati, da Cenerentola a Einstein, passando per il Fantasma dell’Opera e T.S Eliot, dando loro storie e personalità che vanno ad intrecciarsi nell’ambientazione creata per questa canzone.
Ed è proprio in quest’ultimo brano che il lirismo di Dylan diventa più che una canzone, si trasforma in poesia, come solo il più grande cantautore di sempre poteva fare.
Questa canzone, come tante altre scritte dal nostro menestrello moderno (Tangled up in Blue, Vision of Johanna, Hurricane) possono spiegare perché gli è stato assegnato il Nobel alla Letteratura.

Perché, in fin dei conti, l’unica differenza tra un poeta ed un cantautore è che, quest’ultimo, sa suonare la chitarra.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blonde on blonde – Bob Dylan
Born to run – Bruce Spingsteen
Cosmo’s Factory – Creedence Clearwater Revival

… vedi anche Io non sono qui – Todd Haynes

e leggi anche
Parole nel vento – Ed. Interlinea
Guida ad alcune pubblicazioni su Bob Dylan – Il popolo del Blues

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Alex Proyas

Il Corvo

USA, 1994
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Un tempo la gente era convinta che quando qualcuno moriva un corvo portava la sua anima nella terra dei morti. A volte però accadevano cose talmente orribili, tristi e dolorose che l’anima non poteva riposare in pace. Così a volte ma solo a volte, il corvo riportava indietro l’anima perché rimettesse tutto a posto.

Non può piovere per sempre.

Detroit.
Una Detroit dall’atmosfera cupa, plumbea, distrutta nell’intimo, una Detroit al cui confronto Sin City è un luna park.
Eric e Shelley si amano, vogliono sposarsi, progettano un futuro insieme.
Eric viene ucciso a sangue freddo da un gruppo di balordi durante la “La Notte del Diavolo”, notte di distruzione e depravazione mentre Shelley viene violentata a morte.
Esattamente un anno dopo i fatti il dolore, la rabbia, il ricordo dell’amore vissuto fanno si che Eric torni alla vita, grazie anche al suo spirito guida: un corvo che lo seguirà ovunque durante il compimento della sua vendetta.
(Il cognome di Eric è Draven e si pronuncia The Raven = Il Corvo … Coincidenze? Proprio no.)
“Grigio e disperato, forte come l’acciaio ma fragile dentro, il corvo ride sotto un lampione, il sorriso spettrale di chi è vissuto e morto e vive ancora…”
È sempre difficile trovare le parola giuste per descrivere questa pellicola che ha fatto epoca senza cadere in cliché o in banalità: ogni elemento è incastonato al posto giusto.
L’amore quasi soprannaturale diventato desiderio di giustizia totalizzante, una giustizia dura eppure dolce… La giustizia di un fantasma si direbbe? Tuttavia anche l’amore è la cosa più solidamente impalpabile che esista.
Non si può che parteggiare per il Corvo, tetro eppure lieto della possibilità di poter vivere di nuovo, eroe per necessità alla ricerca del sole anche dove non splende.
Un eroe forse nascosto in ognuno di noi, che almeno una volta nella vita abbiamo sentito urlarci dentro.

Ti è piaciuta questo film? Allora guarda anche…
Francis Lawrence – Constantine
Robert Rodríguez, Frank Miller, Quentin Tarantino – Sin City
Guillermo del Toro – Il labirinto del fauno

… e leggi anche
James O’Barr – Il Corvo
Edgar Allan Poe – Il Corvo
Elektra, assassin – Frank Miller, Bill Sienkiewicz

…e ascolta anche
The Cure – Burn
Stone Temple Pilots – Big Empty
Rage Against the Machine – Darkness

corvo

Regia :  Alex Proyas
Sceneggiatura : David J. SchowJohn Shirley
Fotografia : Dariusz Wolski
Musica : Graeme RevellTrent Reznor
Durata: 102’

Interpreti e personaggi principali:
Brandon Lee : Eric Draven
Ernie Hudson : Il sergente Albrecht
Michael Wincott : Top Dollar
Bai Ling : Myca
David Patrick Kelly : T-Bird
Tony Todd : Grange

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Embryo

Embryo

2015
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I am pure hate

Articolo di Michele Provezza

Prendete un poco di Death metal classico (tipo At the gates o Death), aggiungete un po’ di Meshuggah, delle influenze di Slayer e Testament alla Demonic e infine una spruzzata di più recente Death sul modello degli Amon Amarth, mischiate il tutto e, se pensate che un buon risultato possa venire ormai solo dalle desolate terre del nord Europa… beh, avete sbagliato tutto e dovete ricredervi ascoltando gli Embryo.

Il gruppo cremonese, ormai nel circuito da più di dieci anni, ha raggiunto, con l’omonimo EMBRYO (terzo album da studio dopo il demo The source of hate, l’album Chaotic age e il già ottimo No god Slave) la sua maturità stilistica sfornando un album convincente e compatto, estremamente potente e dal grande impatto sonoro.

L’album scorre che è un piacere su una base ritmica di ottimo livello (impreziosita nell’incisione dalla presenza di Francesco Paoli dei Fleshgod Apocalypse), sostenuto dall’impeccabile lavoro delle tastiere (mai troppo invasive) e dai granitici riff di chitarra di Uge Sambasile (storico fondatore). Il tutto a sfornare una sound aggressivo e ormai marcatamente riconoscibile e caratteristico (altra nota di merito del gruppo), sul quale si innestano alla perfezione i sempre più convincenti passaggi vocali growl di Roberto Pasolini (il Pagno).

Se a questo aggiungete dei testi mai banali e una veste grafica e produttiva di ottimo livello, sarà facile capire perché dopo tanti anni di duro lavoro gli Embryo siano stati scelti per accompagnare in tour europeo i Nile e i Suffocation e perché finalmente ci piaccia pensare che i gruppi in Italia siano in grado di essere altro che delle copie sbiadite degli Iron Maiden. Meditate gente, meditate…

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche…
Nile- What should not be unearthed

…leggi anche
Le poesie di Charles Bukowski
Il gabbiano Jonathan Livingston- Richard Bach
Il ritratto di Dorian Gray- Oscar Wilde
Le poesie di Edgar Allan Poe
Dylan Dog. Caccia alle streghe- Tiziano Sclavi e pietro Dall’Agnol

…e guarda anche
Dexter- Serie tv

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Adan Zzywwurath

Il matrimonio del mare e dell’inferno

Theoria, 1992, 148 pg
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Ho scritto un’ Odissea che si svolge in un solo punto spaziale…

Sapete già tutto sulla mia spedizione – proseguì Rolle, alzando improvvisamente la voce – e su come scoprii il punto di indifferenza del tempo che io chiamo p. Suppongo, abbiate ancora in mente una miriade di interrogativi. Consentitemi di prevenirli. Dunque: entrati nel punto p, vi si può rimanere in eterno. Come avrete intuito, questa è un’eternità che passa in un’altra dimensione. Un giorno sulla terra può corrispondere a 100 anni nel punto p

Il Saturnia ha nomea di nave maledetta, ma si sa son cose che si dicono… beh in questo caso è solo e soltanto la pura verità. Naviga immobile, fluttua sul mare e nel tempo: da poppa a prua è percorsa da infiniti presenti e l’equipaggio può diventare spettrale quanto un attimo prima era sul ponte indaffarato a spiegar le vele e sistemare il sartiame. Hastings, medico di bordo, deve raccapezzarsi in un insieme di storie che non hanno ne capo ne coda, senza l’aiuto del capitano che c’è di nome ma di fatto non si trova da nessuna parte.
Questa raccolta di racconti (quello relativo allo status del Saturnia predomina sugli altri) compone quasi un omaggio alla letteratura del mistero, del fantastico, dell’avventura con alcune punte di horror. Richiama le trame dei romanzi di Edgar Allan Poe, di Jules Verne, di Howard Phillips Lovecraft per citarne alcuni.
Trame ipnotiche ed oniriche con sviluppi che non ci si aspetta caratterizzano tutti i racconti, con sorprese e colpi di scena inaspettati. Un apice narrativo che porta l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto (Magris).

Ti è piaciuto questo libro? Allora leggi anche…
La boutique del mistero – Dino Buzzati
Drood – Dan Simmons

… e ascolta anche
Welcome to the Black Parade – My Chemical Romance
Under Jolly Roger – Running Wild

… e guarda anche
Paul Greengrass – Captain Phillips: Attacco in mare aperto

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Tim Burton, Mike Johnson

La sposa cadavere

2005, Stai Uniti
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Ah, è bellissima la vista da qui, mi toglie sempre il fiato. Uh, be’, certo, se ce l’avessi.

Victor è il figlio di una coppia di ricchi commercianti che vogliono elevarsi socialmente, Victoria l’unica erede di due nobili squattrinati che cercano di rimpolpare l’esausto patrimonio tramite il matrimonio della figlia. I due ragazzi si conoscono la vigilia delle nozze e, nonostante le pessime premesse, si piacciono e si innamorano. Ma la goffaggine di Victor fa sì che venga cacciato dal celebrante durante le prove della cerimonia. Mentre il giovane, scappato in un bosco, tenta di ricordare a memoria la formula con cui potrà sposare Victoria, il giuramento nuziale viene accolto da… una sposa cadavere. Il povero Victor si troverà catapultato agli inferi, in una bella combriccola di trapassati. Malintesi, tentativi di fuga, lacrime, riconoscimenti: c’è un po’ tutto il repertorio del feuilleton ottocentesco in salsa gotica. Sarà possibile un lieto fine?
Tim Burton è il padre di questa favola dark realizzata in stop-motion.

Ti è piaciuto questo film?
Allora guarda anche…
Nightmare before Christmas – Tim Burton

E leggi anche…
Ligeia – Edgar Allan Poe
Vera – Auguste Villiers de l’Isle-Adam

E ascolta anche…
La sposa rubata – Angelo Branduardi

Regia Tim Burton, Mike Johnson
Soggetto John August, Pamela Pettler, Caroline Thompson
Sceneggiatura John August, Pamela Pettler, Caroline Thompson
Art director Nelson Lowry
Fotografia Pete Kozachik
Montaggio Jonathan Lucas, Chris Lebenzon
Effetti speciali Mackinnon & Saunders
Moving Picture Company (MPC)
Musiche Danny Elfman
Scenografia Alex McDowell

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