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I Cani

Il sorprendente album d’esordio de I Cani

42 records, 2011
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I critici musicali ora hanno il blog. Gli artisti in circolo al Circolo degli Artisti. I falsi nerd con gli occhiali da nerd. I radical chic senza radical. Nichilisti col cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi, che appoggiato sul muro parla con la ragazza di qualcuno. Anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche si occupano di moda. Mentre aspiranti DJ aspirano coca, aspiranti attrici sospirano languide con gli autori tv, gli stagisti alla Fox, i registi di clip. I falliti, i delusi, i depressi, i frustrati. Gli emo riciclati. I gruppi hipster, indie, hardcore, punk, electro-pop. I Cani.

Un progetto che nasce senza un volto, quello de I Cani: le prime canzoni di un autore misterioso – che solo in seguito si rivelerà essere Niccolò Contessa, classe 1986 -, I Pariolini di Diciott’Anni e Wes Anderson, esplodono sul web generando discussioni a non finire, per le schiette modalità con cui viene ritratta la borghesia romana più o meno hipster. Lo stesso buzz mediatico accoglierà i singoli-inno Hipsteria e Velleità, perfetta introduzione a Il Sorprendente Album d’Esordio de I Cani.
Aperti da una programmatica Themes From The Cameretta, i trentasei minuti del disco scorrono tra ritmiche ballabili, tappeti di synth e micidiali ritornelli pop. L’insieme dei testi va a costituire una mappatura affilatissima di un ambiente che Contessa racconta con lo sguardo infastidito ma pure partecipe, empatico: la ragazza di diciannove anni con l’ansia da social e l’anarcoide alto-borghese; le feste con le bariste (che ci provano con te), gli studenti (che ci provano con le bariste) e gli amici scrittori (che valgono quanto due esami); i nichilisti, nerd, radical chic ed emo variamente distrutti che affollano la già citata Velleità.
Un album che svela un autore dotato e sensibile, mai soltanto cinico e anzi spesso capace di mostrarsi intenso e vulnerabile nei molti riferimenti autobiografici (la tenera Il Pranzo di Santo Stefano, la devastante Perdona e Dimentica). E infatti, un paio d’anni dopo, svanito l’hype, Contessa saprà uscirsene con un bel secondo album, Glamour: più pulito nei suoni, sempre personale e coinvolgente nelle liriche. Altre storie, per un’altra manciata di pezzi da mandare a memoria.

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Con un deca – 883

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Chvrches

The Bones Of What You Believe

Glassnote, 2013
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hide, hide
I have burned your bridges
now I’ll be a gun
and it’s you I’ll come for

A guardarla, la lista delle grandi band uscite da Glasgow è qualcosa che davvero impressiona: dall’indie-pop delle origini di Aztec Camera e Orange Juice, a quello del decennio successivo dei Belle And Sebastian; dai Primal Scream, maestri della fusione tra rock e dancefloor, ai Franz Ferdinand, vero fenomeno di questi dieci anni. E poi Pastels, Vaselines, Blue Nile, Mogwai.
Ma Glasgow, nel 2013, significa soprattutto Chvrches, arrivati in questi giorni a pubblicare l’atteso esordio The Bones Of What You Believe.
Musica pop suadente, nata con il preciso intento di far ballare il pubblico, con i synth e i bassi profondi dei veterani Iain Cook e Martin Doherty a disegnare soundscapes solari e ombrosi a un tempo, su cui si staglia la voce limpida della fascinosa Lauren Mayberry, vero cuore dell’album.
Dodici pezzi zeppi di ganci melodici, un trittico d’apertura travolgente (The Mother We Share, We Sink, Gun) e poi una serie di perle pensate per un airplay radiofonico da sogno (Lies, Recover, Night Sky, Lungs, By The Throat), che vanno a spegnersi nell’eterea marcia verso il tramonto di You Caught The Light.
Gli anni Ottanta di Laurie Anderson, Depeche Mode e Cocteau Twins costituiscono un imprescindibile riferimento per la band, che spesso cita tra le proprie influenze anche la musica da cinema di quel decennio, particolarmente quello horror.
Ma qui piace pensare a questi suoni come alla tempesta perfetta che s’insinua tra i silenzi infiniti e gli sguardi dolci e persi di Carey Mulligan e Ryan Gosling in Drive.
Un’emozione intensa che si muove appena sotto la pelle e sembra non aver bisogno di parole, ma solo di piccoli gesti per incendiare.
 

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