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Nick Drake

Bryter Layter

Island, 1970
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please tell me your second name
please play me your second game
I’ve fallen so far
for the people you are
I just need your star for a day

Quasi nessuno, quarant’anni fa, si accorse della magia che raccoglieva in sé la musica di Nick Drake.
Non di quella pastorale dell’esordio, Five Leaves Left; non di quella del capolavoro notturno Pink Moon, l’ultimo prima della scomparsa.
Nel mezzo, pubblicato nel novembre 1970 con minimo riscontro commerciale, Bryter Layter.
Forse l’apice assoluto del musicista di Tanworth-in-Arden; certo una delle più memorabili raccolte di canzoni mai concepite.
Lieve come una piuma nonostante le infinite ombre di un’anima troppo sensibile, l’album ci accoglie con uno strumentale barocco per poi abbagliarci con i fiati folk-pop di Hazey Jane II, i versi srotolati come una filastrocca a incastrarsi perfettamente nell’impianto strumentale.
At The Chime Of A City Clock vanta splendidi innesti di sax alto, mentre le spazzole e il pianoforte jazz di One Of These Things First cullano la vocalità gentile di Drake, ispiratissimo in un testo colmo d’ironia e amarezza sull’incapacità, semplicemente, di essere.
In Poor Boy si gioca a sperimentare per oltre sei minuti con cori e sonorità latin-jazz, ma il vero cuore di Bryter Later si svela in due perle d’inarrivabile magnificenza, nascoste sulla seconda facciata.
Se il cielo avesse un suono, se potesse sceglierlo per sé, quello sarebbe l’arpeggio perfetto di Fly, illuminato dalla viola e dal clavicembalo di John Cale, la voce di Drake a tessere un incantesimo immortale.
Prima che cali il sipario sul finale strumentale di Sunday si è rapiti dall’estasi dell’altro grande capolavoro, Northern Sky, contemplazione e meraviglia che si fanno pura gioia; e il volo, anche solo per un breve istante, sembra non presupporre alcuna caduta.
 

Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
May you never – John Martyn
Say yesElliott Smith
Summer dress – Red House Painters
It could have been a brilliant career – Belle and Sebastian
Sisters of mercy – Leonard Cohen
 
…e guarda anche
I Tenenbaum – Wes Anderson

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Elliott Smith

Either/Or

Kill Rock Stars, 1997
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Vincere l’oscurità del male di vivere con la bellezza scintillante di melodie perfette. Questo era Elliott Smith, semplicemente il più grande scrittore di canzoni degli ultimi vent’anni.
Un uomo che, in tempi di sperimentazioni sfrenate, risaliva la corrente armato di una chitarra acustica e parole amare di dipendenza, amori interrotti, sorrisi spezzati. Cronache dal grande niente.
Either/Or è una vita di promesse non mantenute, proprie e altrui; di notti passate con la bottiglia come unica compagna; di piccole cose, di giornate vuote rese metafore memorabili di un animo sensibile, per cui il peso del mondo era un peso d’amore troppo puro da sopportare; ma anche una speranza di un amore vero, infinito, come quello cantato in Say Yes.
E, accanto a lei, l’immortalità raggiunta nelle note di Speed Trials, Ballad Of Big Nothing, Angeles, Between The Bars, Pictures Of Me.
Note che, se non a Elliott, almeno a noi hanno reso il mondo un poco più lieve.
 
Ascolta quattro brani tratti dall’album
Say Yes, Angeles, Ballad Of Big Nothing, Between The Bars
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Nick Drake – Fly
Big Star – Thirteen
The Beatles – Because
 
…e guarda anche
Will Hunting – Gus Van Sant
American Beauty – Sam Mendes

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Gus Van Sant

L’Amore Che Resta

Columbia Pictures, Imagine Entertainment, 360 Pictures, 2011
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E poi c’è questo uccello canoro che pensa di morire ogni volta che cala il sole. E la mattina quando si sveglia è così sconvolto di essere vivo che si mette a cantare la sua melodiosa canzone. Io canto ogni mattina da quando ti conosco…

Enoch ha perso i genitori in un incidente stradale e da molto tempo ormai frequenta i funerali di gente che non ha mai conosciuto; a fargli compagnia c’è uno strano e amichevole fantasma giapponese, Hiroshi, un kamikaze della Seconda Guerra Mondiale con cui si perde in interminabili partite a battaglia navale.
Proprio a uno di quei funerali incontra per caso Annabel, un sorriso splendente e radioso, una passione per le scienze naturali e pochi mesi da vivere ancora, per via di una terribile malattia.
Insieme impareranno ad amare e accettare la morte e, in questo modo, la fragile meraviglia della vita. Come un sogno a occhi aperti, da un regista che come pochi altri sa mettere in immagini il trauma dolce e terribile dell’adolescenza.
 
Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche
Belli e dannati – Gus Van Sant
 
…e ascolta anche
Elliott Smith – Say Yes
 
Locandina di L'amore che resta, film di Gus Van Sant
Regia: Gus Van Sant
Soggetto: Jason Lew
Sceneggiatura: Jason Lew
Musiche: Danny Elfman
Fotografia: Harris Savides
Durata: 95′
 
Interpreti e personaggi
Mia Wasikowska: Annabel Cotton
Henry Hopper: Enoch Brae
Schuyler Fisk: Elizabeth Cotton
Jane Adams: Mable Tell
Lusia Strus: Rachel
Chin Han: Dr.Lee
Ryo Kase: Hiroshi
Kyle Leatherberry: Elliot
Jesse Henderson: Alger Cofax
Colton Lasater: Ozzie

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