Archivio tag: esistenzialismo

Baran bo Odar

Dark

2017, Netflix
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La domanda non è dove ma quando?

Nella cittadina tedesca di Winden un bambino scompare nella notte. La ricerca metterà in moto alcune relazioni tra le diverse famiglie e gli abitanti della comunità, sita nei pressi di una centrale nucleare prossima alla chiusura. Tra tradimenti, misteri, disperazione e alcuni loschi figuri che si aggirano nella notte, la soluzione dell’enigma della scomparsa sembra risiedere in una grotta, al cui interno si manifesta una strana attività spazio-temporale che permette di spostarsi avanti e indietro nel tempo.  Ogni 33 anni l’universo si resetta, motivo per cui la cittadina di Windem ha già visto, nel passato, importanti episodi di rapimenti di bambini (nel 1953, nel 1986 e nel prossimo 2019): quasi tre generazioni, dunque, che hanno vissuto lo stesso dramma e mistero. La scoperta di questo elemento chiave da parte di due tra i tanti protagonisti, Urlich e Jhonas, renderà l’intreccio vivo, e sposterà l’interesse sui paradossi e cicli temporali.

Questo piccolo gioiello non ha nulla da invidiare a un romanzo di Dostoevskij o, addirittura, alle speculazioni metafisiche di Nietzsche, Hegel, Bergson, Spinoza e Heidegger. Di fatto è la filosofia e la fisica a dominare la trama (difficoltosa ebbene si – era ora) in particolare è la teoria dei Whormole detto anche Ponte di Einstein – Rosen  a dare forma a un intreccio spettacolare in un crescendo estetico. Il filosofo Heidegger affermava che l’ambiente e la natura in cui l’uomo è inserito a determinare il carattere e il rapporto con la propria interiorità (se non il proprio destino), infatti, boschi e sentieri aprono a un labirinto di intrecci e rimandi simbolici per tutta la durata della serie. Il filo di Arianna e il labirinto classico sono di fatto le figure archetipiche che ci conducono in una narrazione in cui classicismo, filosofia e fisica si fondono dando forma a un disegno caotico e magistrale in cui ogni personaggio trova collocazione.

Stupenda la fotografia, la regia è ottima anche nei tempi narrativi e gli attori sono estremamente convincenti.

A causa della crudezza delle scene proposte, dell’ambientazione volutamente cupa e ossessiva, la serie è vietata ai minori di 16 anni.

Se ti è piaciuto leggi anche:

La grande storia del tempo – Stephen Hawking

Ascolta anche:

Sleep whit the beast – The national

Guarda anche:

Damon Lindelof, Tom Perrotta - The Leftovers 

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Regia: Baran bo Odar
Genere: Thriller, Horror
Sceneggiatura: Baran bo Odar
Produzione: Netflix
Cast: Louis Hofmann, Oliver Masucci,  Jördis Triebel, Maja Schöne, Sebastian Rudolph, Anatole Taubman, Mark Waschke

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Alessandro Rak

L’arte della felicità

Rai Cinema, Napoli 2013
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Viviamo mille vote e mille volte siamo da buttare

L’arte della felicità ha una trama essenziale, un tour vertiginoso in una Napoli pre (o post) apocalittica fra spazzatura ingestibile,vie congestionate da un traffico opprimente e da una pioggia senza fine il tutto condito da una carovana di personaggi memorabili. Ci troviamo sopra il taxi di Sergio che decide di passare la sua vita sopra l’auto lavorando senza sosta non riuscendo ad affrontare la scomparsa del fratello Alfredo. Alfredo è fuggito da anni in Tibet per farsi monaco Buddista tacendo però alla famiglia la sua malattia che lo avrebbe condotto in pochi anni alla morte. Ai genitori e Sergio non resterà che fare i conti con una realtà che appare molto più grigia e scura senza la luminosa e saggia figura dii Alfredo, ma soprattutto senza la sua musica. I due fratelli erano, infatti, musicisti jazz molto famosi e apprezzati in tutta la città (o il mondo, non è dato saperlo).

L’arte della felicità è un film indipendente e unico in tutto il panorama d’animazione europeo. Realizzato senza alcun fondo statale ma grazie alla collaborazione di tantissimi artisti napoletani e al fumettista (e regista) Alessandro Rak, è un film che traduce in un mondo parallelo la splendida e tormentata città campana al centro ormai della scena culturale europea. Il pregio principale di quest’opera è la sincerità, oltre allo straordinario sogno grafico musicale di Rak. La pellicola traduce  il nostro disorientamento ma con ironia, magia e una profonda nota di speranza- proprio come le note del jazz e del blues suonato dai due fratelli. La separazione, come la morte, la malinconia, la gioia e la rabbia sembrano mescolarsi in un mix irresistibile in questo grande labirinto di strade che rappresenta la vita stessa costellata da milioni di altre esistenze alla ricerca della propria felicità e dei propri sogni. Si sosta con gli altri o si è solo di passaggio, questo non è dato saperlo, quello che è certo è lo scambio e l’arte della meraviglia che possiamo donarci in questi brevi attimi in cui ci conosciamo e ci abbandoniamo alla vita.

In una regia fluida e musicale attraversiamo un film d’animazione che si inserisce a pieno titolo nei migliori prodotti europei degli ultimi anni. Nota di merito alla colonna sonora che segue i personaggi in un mix di sonorità mediterranee travolgenti.

Se ti è piaciuto leggi anche
L’arte della felicità (il fumetto) – Alessandro Rak

Ascolta:
Foja, Dimane torna o sole

Guarda anche

Piccola Patria

 

locandina

 

Genere: Animazione
Regia: Alessandro Rak
Sceneggiatura: Alessandro Rak, PaolaTortora, Nicola Barile
Casa di produzione: Rai Cinema – Big Sur edizoni
Musiche: Antonio Fresa

 

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Albert Camus

La peste

Bompiani 1994, 246 p.
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Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa.

Tutto comincia con una gran moria di topi nelle strade e sulle scale dei palazzi. Poi, totalmente inaspettata, a Orano, prefettura francese della costa algerina, scoppia una pestilenza gravissima che falcia migliaia di vite umane. Mentre le autorità isolano la città dal resto del mondo, un gruppo di uomini tenta di arginare il contagio: il dottor Rieux, che con altri medici presta senza tregua soccorso ai malati cercando disperatamente una cura; il bonario Jean Tarrou, che organizza le squadre di volontari a sostegno di medici e polizia, l’impiegato Grand, che tiene un meticoloso registro dell’andamento del morbo, il giornalista Rambert, che inizialmente cerca di scappare per raggiungere la donna amata. Il panorama urbano si fa sempre più straniante: sotto un sole implacabile che fa bollire i muri e le strade vuote nei lunghi mesi estivi, con un vento gelido che sferza i viali nel desolato autunno e soffia lungo un inverno ormai senza speranze, mentre il bollettino dei decessi si fa sempre più tragico e non si sa più come seppellire i morti, si svolge un dramma che è metafora della condizione umana. La lotta fra la peste e chi la affronta, pur nella consapevolezza della propria fragilità, è il simbolo dell’incessante conflitto fra bene e male vissuto dall’uomo.
Un libro commovente, che fotografa la nostra debolezza, ma anche l’eroismo di chi va avanti nonostante tutto, perché “la grandezza dell’uomo è nella decisione di essere più forte della sua condizione.”

Ti è piaciuto? Allora leggi anche
Lo straniero – Albert Camus
I promessi sposi -Alessandro Manzoni

E guarda anche
La peste – Luis Puenzo

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Iceage

You’re nothing

Matador, 2013
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But bliss is momentary anyhow, yet worth living for

New Brigade, nel 2011, aveva fatto gridare al miracolo: dodici brani dall’ossatura post-punk (le stanze oscure di Wire e Joy Division, per citare due modelli piuttosto evidenti) e hardcore, che rivelavano tutto il talento e l’intensità del giovanissimo quartetto danese Iceage.
You’re Nothing, oggi, è quanto di meglio ci si potesse aspettare a conferma di quelle promesse.
Un vetro rotto di fastidio e disgusto, che degenera in nausea più che in rabbia, tutta proiettata verso l’analisi interiore e non verso la società; in questo, lontana anni luce dallo spirito condivisivo e aperto di tanto hardcore americano, cui pure deve molto in termini di suoni e modi.
Più Germs che Minor Threat, insomma, per rimanere da quella parte dell’Oceano.
Una musica che procede per lacerazioni e spasmi, strappi e conati: il ruggito bestiale delle chitarre degli anthem a precipizio It Might Hit First e Rodfæstet, quasi Motorhead nell’assalto ritmico; il terrificante uno-due d’apertura Ecstasy/Coalition, con la vocalità devastata di Elias Rønnenfelt che barcolla frastornata tra estasi e vuoto, desiderio e alienazione.
Come per l’esordio, l’atmosfera è quella ombrosa del Nord Europa ed echi del post-punk si percepiscono fortissimi nei riff taglienti di In Haze e Everything Drifts o nel basso portante di Burning Hand, dove le sei-corde si fanno quasi noise, e nei cori minacciosi e distanti di Wounded Hearts.
A dare la misura della crescita espressiva della band provvedono quelle che un tempo sarebbero state chiusure di facciata del vinile: il divorante inno esistenziale You’re Nothing e la lucente perla nera Morals, melodia infetta di elettricità cadenzata e sparse note di pianoforte, singolarmente ispirata a L’Ultima Occasione, singolo di Mina degli anni ’60, e dimostrazione di quanto romanticismo covi sotto tanta angoscia.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Mr Marx’s table – Wire
Blank generation – Richard Hell & The Voidoids
Transmission – Joy Division
Manimal – Germs

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