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Riviera

Riviera

To Lose La Track / Fallo Dischi, 2014
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ho fatto i conti
e quello che ti devo non so quanto vale.

L’esordio sulla lunga distanza dei romagnoli Riviera si chiama come loro ed è fatto di undici pezzi e poco più di mezz’ora; uno spazio risicatissimo in cui note e parole sgomitano e scalciano per arrivare a farsi sentire.
Abbiamo a che fare, qui, con un emo-core di qualità assai elevata, dalla produzione scarna ed efficace, in cui le chitarre di Giacomo e Andrea disegnano figure ruvide e melodiche, i ritmi mimano le storture del cuore e la voce pare presa a riflettere ad alta voce, più che ad urlare. In aggiunta, qui e là, dolci inserti di tromba rendono la proposta del quintetto ancora più particolare – e in questo sentiamo più di un richiamo all’unico album degli American Football, opera capitale dell’emo americano di fine anni novanta.
Due strumentali – Aspetto e Calanchi – ad aprire le facciate del vinile, e poi un’onda anomala di ricordi e rimpianti, scuse e prese di coscienza, con il sapore delle cose che proprio non puoi fare a meno di tirar fuori, anche quando non riesci a dar loro una forma regolare, coerente.
Non c’è una canzone che valga più delle altre, qui dentro – anche se i cinque minuti di Piscina certo sono un gran colpo al cuore – perché i ragazzi suonano ogni nota come se fosse l’unico modo per andare avanti. E danno più di una ragione per stare meglio anche a noi che ascoltiamo.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Chitarra – Do Nascimiento
Tire Swing – Warm Thoughts (ex Dad Punchers)
Va Tutto Malone – Verme
Magone – Fine Before You Came

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Fine Before You Came

Quassù c’è quasi tutto

La Tempesta, 2014
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spegniamo tutto, restiamo soli,
non pensiamoci più
ma cerchiamoci ovunque, facciamolo adesso
che domani non c’è

Ogni volta che i Fine Before You Came se ne escono con qualcosa di nuovo, è davvero difficile non restarne scossi. Dall’emotività esplosiva di Sfortuna e Ormai, le loro trame sonore si sono sempre più rarefatte, approdando infine alle cinque tracce di Come Fare A Non Tornare, che ha definito un modo realmente unico di accostare emo-core, post-rock e testi personalissimi eppure sempre capaci di coinvolgere.
Poi, dieci giorni fa, è arrivato un altro dono: come sempre inaspettato, come sempre in free download, Quassù C’è Quasi Tutto è un EP di sole due canzoni che spinge ancora un poco in là i confini di una musica sempre più sfumata e dilatata.

“Angoli” prende forma lungo un’introduzione di chitarre vaghe e colpi minacciosi, prima che un ipnotico arpeggio si faccia strada, preparando il terreno al cantato di Jacopo, ormai dimentico delle urla del passato; a metà del brano, poi, una sognante sospensione apre letteralmente al cielo, sollevata da un coro lieve e distante. Quindi la nebbia, che pareva finalmente soffiata via, torna ad addensarsi e riporta il pezzo alla struttura originaria, trascinandolo ben oltre i dieci minuti.
“Distanze” brucia lentamente, tra voci in sovrapposizione e riverberi, fino al break che in un attimo rilascia tutta la tensione accumulata in precedenza.

Una volta, raccontando di Neil Young e del capolavoro Everybody Knows This Is Nowhere, in cui il musicista canadese si abbandonava per la prima volta a devastanti sfuriate chitarristiche, Carlo Bordone ha scritto che ogni nota suonata, lì, era necessaria, come “una particella in più di sofferenza e di gioia”. Fatte le debite proporzioni, è quello che accade in questo album, troppo breve eppure miracolosamente bastante a sé: c’è bisogno di tutto questo e non serve altro.
Quassù c’è quasi tutto.


Un altro domani – Massimo Volume
Lean out – Crash Of Rhinos
A delicate sense of balance – Pelican
How near how far – And You Will Know Us By The Trail Of Dead

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Massimo Volume

Aspettando i barbari

La Tempesta, 2013
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oh madre,
il vento scuote ciò che cede
le insegne, i rami, le catene
le foglie morte dell’amore
riuniti qui a consumare
il piatto freddo della cena
la vita stinta nell’attesa

Difficile raccontare i Massimo Volume a chi non abbia mai avuto la fortuna di avvicinarli prima.
Tre anni fa il clamoroso ritorno con Cattive Abitudini, nato dopo un silenzio di nove anni.
Oggi, Aspettando I Barbari è una nuova svolta: fuori quelle sonorità eteree, dentro gli spigoli elettrici che là, quando c’erano, erano pur sempre guidati da un calore luminoso.
Dieci brani più vicini al suono lacerato dei capolavori anni ’90 (Lungo i bordi, Da Qui), che ombreggiano di synth le dissonanze delle chitarre di Egle Sommacal e Stefano Pilia e la batteria di Vittoria Burattini, colpi parlanti che sembrano raccontare tutto ciò che i testi non dicono.
Sopra ogni cosa, le riflessioni di Emidio Clementi regalano momenti di poesia assoluta su pezzi che hanno il sapore dei classici: il ricordo di Buckminster Fuller in Dymaxion Song e di Vic Chesnutt nel brano omonimo, “una corona di spine poggiata sul palco tra la chitarra e le spie”; le parole di Danilo Dolci nell’opener Dio Delle Zecche, consacrata all’urlo scomposto di Clementi; le istantanee sulle vite spezzate di La Notte e le atmosfere dell’Africa postcoloniale nelle distorsioni sanguinanti di Il Nemico Avanza; il racconto per immagini della cattura di Osama Bin Laden in Compound, impressionante per potenza sonica e visiva fin dall’attacco: “Gli uccelli sul tetto la notte lasciano impronte di metallo”.
Un’opera scritta per durare, con apici indescrivibili negli orizzonti in fiamme di Aspettando I Barbari, nei nervi tesi allo spasimo del singolo La Cena e nel racconto biografico Silvia Camagni: testimonianze di come nessuno sappia mettere in musica le pieghe oscure della vita con l’intensità drammatica dei Massimo Volume.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Maria Callas – Santo niente
Il pranzo che verrà – Fine Before You Came
Everything I say – Vic Chesnutt
Breadcrumb Trail – Slint
 
…e leggi anche
Uomini e topi – John Steinbeck
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore – Raymond Carver
American dust – Richard Brautigan
 
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La sottile linea rossa – Terrence Malick
America oggi – Robert Altman

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Fast Animals and Slow Kids

Hybris

Woodworm, 2013
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Le speranze a vent’anni
ti chiudono gli occhi ma tu pensi ai tramonti

Un arpeggio delicato e poi l’onda travolgente delle elettriche, in un anthem cadenzato da cantare in coro con Aimone, Alessandro, Alessio e Jacopo nei loro memorabili live: è Un Pasto Al Giorno ad accoglierci in Hybris, secondo album dei perugini Fast Animals and Slow Kids.
Emozioni e canzoni come un ottovolante, le parole e i pensieri dei vent’anni che graffiano la pelle e colpiscono l’anima, mentre la musica si contorce, si quieta, esplode imprevedibile in ogni direzione, colorata in più di una traccia dagli inserti dei fiati e dei violini.
La lama affilata di un punk-rock romantico e melodico penetra a fondo tra la coralità catartica e le strutture fratturate dell’emo-core e l’epica sfacciata del rock alternativo più sincero, quello che non ammette pause tra musica e vita.
Che rallentino in midtempo comunque iper-eccitati (Combattere per l’Incertezza, A Cosa ci serve, Calce), aprano squarci con riff stoner (Farse) o si lancino in cavalcate a precipizio (Fammi Domande, Maria Antonietta, Troia, Canzone per un abete parte II, Treno) , i FASK accendono fuochi di rabbia e sorrisi per tutta la durata di un gran disco, bello e importante.
Da stringerci forte cuore e pugni.
 

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Kids Don’t FollowThe Replacements
E’ finito il caffèGazebo Penguins
VixiFine Before You Came
 
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Raccolta 1992/2012 – Alessandro Baronciani

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Crash Of Rhinos

Distal

Triste, 2011
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our favourite part is not how this ends
it’s just how it starts
and just that it starts

Cinque voci, due chitarre, due bassi, una batteria.
E’ semplice, la descrizione che danno di sé i Crash Of Rhinos, amici che da anni suonano insieme, e insieme hanno dato vita all’esordio Distal, album emo-core tra i più esaltanti degli ultimi anni.
Non si può descrivere a parole quel che succede nei sei minuti dell’opener Big Sea: una falsa partenza, poi un urlo liberatorio e la musica letteralmente esplode da ogni parte, con l’uragano della batteria di Oli a dettare il tempo di accelerazioni devastanti e aperture melodiche sospese, tra cori che ti prendono per mano, ti trascinano fino al palco e ti costringono a urlare.
E poi la violenza thrash-punk di Stiltwalker, che si cerca in un rallentamento improvviso e si trova in un epico crescendo; le melodie catartiche di Wide Awake e Lifewood e la cadenza martellante di Gold On Red; la coralità commovente di Closure, tutta spigoli e break a rotta di collo; gli arpeggi malinconici di Asleep, che conducono a un chorus esplosivo prima che la canzone si spenga nella pioggia di un dolce sogno, stringendoti a sé per minuti che vorresti durassero per sempre.
Sette brani iper-strutturati e complessi che nemmeno per un secondo suonano artefatti o costruiti, perché qui sono i mutamenti del cuore a dare un senso a ogni svolta.
Musica che è pura necessità, suonata come fosse l’ultima cosa da fare.
 

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220 years – Hot Water Music
Little League – Cap’n Jazz
La domenica c’è il mercatoFine Before You Came
DifettoGazebo Penguins

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Gazebo Penguins

Raudo

To Lose La Track, 2013
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Se mi passi il termine, siamo delle “generazioni” con del tempo da perdere e zero soldi da spendere. Se mi passi il gioco di parole, il tempo e i ricordi si perdono una volta sola.

Bisogna aspettare un minuto perché Raudo prenda il volo, il tempo necessario a capire che è di tempo che si parla qui; di quello passato a scegliere il meno peggio, di quello che, a volte, scivola via male.
I Gazebo Penguins tornano a due anni di distanza dallo splendido Legna: i ragazzi parlano di una faccenda piccola, fatta di dieci canzoni; la verità è che non erano mai stati così potenti, così a fuoco.
L’emo-core della band cela strutture splendidamente complesse: lascia con il fiato sospeso nel crescendo inesorabile di Finito Il Caffè, voci che non possono più aspettare e chitarre che tagliano come rasoi; Ogni Scelta E’ In Perdita, invece, si aggira ombrosa tra arpeggi post-punk e ritmiche ossessive, ed esplode infine in un vortice elettrico.
La doppietta Correggio/Trasloco è un vero tuffo al cuore, una sequenza perfetta: la prima è un ricordo lucido e ubriaco, divertito e nostalgico dei quindici anni, tra frontalini rubati e lampioni presi a calci; poi, di colpo, altri quindici anni sono passati, ed è ormai tempo di fare i conti con affitti e contratti, responsabilità sempre nuove e ansie mai sopite.
Raudo si accende di post-hardcore nei proiettili Casa Dei Miei, Non Morirò e Mio Nonno, mentre scintilla nei rallentamenti della bellissima Difetto, suadente onda elettrica di ampiezza oceanica.
Ed è meraviglioso che, dopo tanto parlare di ieri, dopo tanta amara malinconia, tutto si chiuda con un urlo corale, che ha bisogno solo di cinque semplici parole: oggi mi sento piuttosto bene.
 

 
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ListaFine Before You Came
The New Nathan Detroits – Braid
The moon is down – Further Seems Forever

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Fine Before You Came

Ormai

La Tempesta, Triste, 2012
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Mi porto dietro una matassa che non riesco più a sbrogliare: comunque la rigiri pesa e non son più sicuro che sia lì la soluzione, ma che si trovi in fondo al mare come le canzoni tristi quando fuori piove

Le parole di Jacopo, emozioni che cadono a terra in lacrime e si rialzano ridendo; le chitarre di Marco e Mauro, che macinano arpeggi e melodie e poi esplodono all’improvviso; la sezione ritmica di Marco e Filippo, il battito di un cuore mai domo.
I Fine Before You Came sono tornati con le sette canzoni di Ormai, a tre anni dal capolavoro S F O R T U N A, più vitali che mai e pure più accessibili e diretti : il loro emo-core sublima in inni travolgenti come Dublino, Magone, Paese e l’epico finale di La Domenica C’è Il Mercato, cori e urla che esorcizzano ogni paura.
Storie piccole però capaci di mostrare la vita da angoli differenti, dove la tristezza non è mai semplicemente triste e la felicità altrettanto, dove le cose bisogna farle in fretta, chè domani chissà.
Perchè è arrivato il tempo in cui ormai il tempo non c’è più.
 

 
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