Archivio tag: fugazi

Rites Of Spring

End On End

Dischord, 1991
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If there’s nothing here then it’s probably mine

La dimostrazione che ogni idea giusta, anche quella più piccola, può essere importante se portata avanti con la necessaria dedizione. Questo erano i Rites Of Spring, la band di Guy Picciotto e Brendan Canty prima dei Fugazi; la band cui si è soliti risalire per dare un’origine all’emo-core, definizione stretta per musicisti che la ritenevano semplicemente un’etichetta priva di senso.
Un nome ripreso da La Sagra della Primavera del compositore russo Igor Stravinskij, una passione divorante che trovava espressione in un hardcore evoluto, melodico e pieno di stacchi e spigoli vivi, intriso di disperazione e rivalsa e suonato con la foga di una liberazione. I testi di Picciotto, commossi e urlati allo sfinimento, traducevano in parole l’epica dei diciott’anni, agitandosi sui vetri rotti di chitarre rumorose e splendenti.
Poco più di un anno di vita, una quindicina di concerti in tutto e tutti nell’area di Washington DC, anche per la spiacevole tendenza della band a sfasciare la strumentazione in preda alla furia dell’esecuzione (succedeva perfino durante le prove). Soprattutto, diciassette brani che costituiscono un repertorio da riscoprire: oltre all’EP All Through A Life, che uscirà solo dopo lo scioglimento della band, l’album omonimo – tra i più belli di sempre per Kurt Cobain – è un’infilata di ruvide gemme, letteralmente travolgente in Spring e Drink Deep, nelle gloriose melodie di For Want Of e All There Is, nel precipizio dei sette minuti di End On End.
Era il 1985, certo, ma queste canzoni, nate per cogliere l’attimo, hanno saputo vincere lo scorrere del tempo e ancora oggi regalano occhi lucidi e fortissime emozioni.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blueprint – Fugazi
Kid Dynamite – Squirrel Bait
Johnny On The Spot – Texas Is The Reason
Friend To Friend In Endtime – Lungfish

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At The Drive-In

Relationship Of Command

Fearless Records, 2000
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have you ever tasted skin?
sink your, sink your teeth in it

Atto finale dei grandi At The Drive-In, dopo anni di dischi ed EP, tour interminabili e un successo sempre crescente, Relationship Of Command è una bomba innescata che all’inizio del nuovo millennio esplode in tutta la sua potenza; un trauma per la band stessa, che non saprà gestire le nuove tensioni e finirà per sciogliersi in altri progetti.
Musica complessa e melodica, emotiva e politica, in cui post-hardcore ed emo-core si mischiano a sporadiche tentazioni elettroniche e a influenze etniche figlie delle origini assai varie di Cedric Bixler-Zavala, Omar Rodriguez-Lopez, Jim Ward, Paul Hinojos e Tony Hajjar.
Le undici canzoni si contorcono, sbavano rabbia, urlano per dar voce a chi ne sia stato privato, con quella sete di giustizia vera che solo in pochi conservano dopo i vent’anni: ancora oggi l’assalto di Arcarsenal è un colpo terrificante battuto alla porta dei potenti. Pattern Against User, altrimenti velocissima, vanta un prezioso stacco in levare, mentre Rolodex Propaganda si avvale degli interventi vocali di Iggy Pop.
E poi One Armed Scissor, Sleepwalk Capsules, Mannequin Republic, Cosmonaut: tutte devastanti, con il cuore in gola. Solo nella conclusiva Non-Zero Possibility e Invalid Litter Dept. i ritmi sembrano distendersi, ma la seconda è forse il capolavoro del disco, chitarre liquide e cori fluttuanti fino all’esplosione incontenibile del chorus e un finale terremotante.
In Relationship Of Command, pietra miliare del rock moderno, gli At The Drive-In suonano come fosse davvero l’ultima cosa da fare al mondo, i denti affondati nella carne viva.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Public Witness Program – Fugazi
Testify – Rage Against The Machine
Caterwaul – Trail Of Dead
For Want Of – Rites Of Spring

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Fugazi

In On The Kill Taker

Dischord, 1993
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got a lot of questions for me
you got a lot of questions for me
got your finger pointing at me
distrusted
I look for wires when I’m talking to you
you’d make a great cop

I will not lie, dichiarano ripetutamente i Fugazi nell’artwork di In On The Kill Taker, pubblicato nel 1993 a seguito di pietre miliari come 13 Songs, Repeater e Steady Diet Of Nothing.
E l’onestà, qui, è il punto centrale della faccenda, cuore di una musica da sempre davvero indipendente, nella forma e nella sostanza; politica, nel senso nobile del termine.
Distante dalle contorsioni più sperimentali dei precedenti lavori, l’album si apre con l’interferenza di Facet Squared e l’urlo di Ian MacKaye azzanna l’ascoltatore alla gola sovrastando chitarre che squarciano la pelle; a ruota, l’uragano Public Witness Program definisce in due minuti l’intero genere emo-core, con Guy Picciotto a sputare bile nella strofa che anticipa uno spettacolare chorus; più avanti, Smallpox Champion e Walken’s Syndrome ne replicheranno quasi l’impatto terremotante.
Returning The Screw e Instrument ringhiano su tempi medi, tra attimi di quiete appena percettibile e deflagrazioni post-hardcore, laddove Great Cop è forse l’inno punk definitivo di MacKaye.
Ma dietro ogni angolo, in ogni momento, i Fugazi sanno nascondere una sorpresa: Cassavetes, dedicata al regista americano, recupera il groove rumorista di Repeater nelle ritmiche sincopate di Joe Lally e Brendan Canty; 23 Beats Off beccheggia tra arpeggi e distorsioni fino a culminare in quattro minuti di puro delirio noise, un attimo prima dello strumentale Sweet And Low, tenera carezza swing in luce soffusa.
A concludere, la preziosa Last Chance For A Slow Dance, apice di lirismo e poesia, sigillo di un’opera dall’influenza incalcolabile e simbolo di un modo di fare musica divenuto, col tempo, vero modello di vita.

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Arcarsenal – At The Drive-In
It Was There That I Saw You – …And You Will Know Us By The Trail Of Dead
Youth Against Fascism – Sonic Youth
All There Is – Rites Of Spring

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Sleater-Kinney

The Woods

Sub Pop, 2005
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Show me your riffs.
Un fantastico slogan per una maglietta indossata da Corin Tucker ai concerti delle Sleater-Kinney, contro il machismo imperante nel dorato mondo dell’indie-rock americano, ma anche la descrizione perfetta di The Woods, album definitivo del trio di Olympia.
In dieci canzoni pazzesche, il vibrato da battaglia di Corin e le armonie di Carrie Brownstein, le loro chitarre al vetriolo e il drumming fuori controllo di Janet Weiss centrifugano quarant’anni di rock con la foga e l’ironia del garage più lercio: The Fox ed Entertain guariscono dall’artrite il rock degli anni ’70, annegandolo nel frastuono gioioso di urla e distorsioni, che toccano l’apice negli undici minuti della psichedelia devastante di Let’s Call It Love; perfino le melodie pop di Wilderness, What’s Mine Is Yours e Jumpers, il folk di Modern Girl o il surf di Rollercoaster vengono investite da un’energia che esalta. Night Light, poi, è la chiusa dilatata perfetta per accompagnarci fuori da uno dei più grandi album del decennio.
 
Ascolta quattro brani tratti dall’album
Entertain, The Fox, Jumpers, Modern Girl
 
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Jon Spencer Blues Explosion – Black Mold
PJ Harvey – Sheela-Na-Gig
Bikini Kill – Rebel Girl
Fugazi – Turnover
The Gits – Second Skin

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