Archivio tag: gospel

Johnny Cash

Unchained

American Recordings, 1996
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I’ve been everywhere, man
I’ve been everywhere, man
Crossed the deserts bare, man
I’ve breatherd the mountain air, man
Travel, I’ve had my share, man
I’ve been everywhere

La storia tra Johnny Cash e Rick Rubin è assai strana.
Cash, grande cantante country dal passato leggendario è arenato dagli anni ’80 tra pessime scelte artistiche e problemi di salute. Rubin è invece un famoso produttore capace sia di scovare nuovi talenti e sia di resuscitare carriere di artisti ormai allo sbando.
L’unione di questi due personaggi porterà alla creazione, dal 1994 al 2010, di sei album (conosciuti come “American”) in cui Cash interpreta suoi vecchi pezzi e canzoni di artisti contemporanei scelte da Rick Rubin. Tra queste ultime troviamo artisti del calibro dei Soundgarden, gli U2, i Depeche Mode e i Nine Inch Nails.

Il secondo album di questa serie si presenta diversamente dal primo: mentre “American Records” è interamente acustico, “Unchained” vede la partecipazione di una vera e propria band (e ospiti speciali, tra cui Flea). Si passa da pezzi classici come The One Rose (That’s Left in My Heart) o Country Boy a pezzi di pochi anni prima come Rowboat o Spiritual. La vera bravura di Cash è rendere sue queste canzoni così diverse e apparentemente irraggiungibili, creando una successione di ottimi pezzi che sembrano combaciare perfettamente tra di loro. Sembra impossibile che un pezzo come Rusty Cage dei Soundgarden possa precedere l’ascolto di The One Rose di Del Lyon e Lani McIntire (la differenza è di quasi 60 anni!), ma Cash riesce a fare questo, e riesce a farlo bene.

Un connubio tra vecchio e nuovo, tra grunge e gospel, tra Cash e altri grandi artisti.
Un album bello e ispirato, che sarà seguito da altrettanti capolavori.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Hurt – Johnny Cash
leggi anche: L’autobiografia – Johnny Cash
vedi anche: I walk the line – James Mangold

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Aretha Franklin

Greatest Hits

1998, Global Tv
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 You better think (think)
Think about what you’re trying to do to me
Think (think, think)
Let your mind go, let yourself be free

Ci sono alcuni cantanti che rivoluzionano la storia della musica, che  contribuiscono a creare veri e propri generi musicali: possiamo affermare che il Soul, così come lo conosciamo, non esisterebbe senza Aretha Franklin.

Poco più che ventenne Aretha riusciva a coniugare le sue indubbie doti vocali ad una ottima tecnica vocale e ad un’interpretazione emotiva intensa. Essere una giovane donna di colore,nell’America degli anni Sessanta è come fare un poker di discriminazioni, ma con un talento così, era impossibile non sfondare.
La Regina del Soul, colleziona ventuno premi Grammy vinti in carriera, otto dei quali consecutivi, dal 1968 al 1975; è la prima donna ad entrare Roch and Roll Hall of Fame nel 1987 e nel 2010 si classifica prima nella classifica della rivista Rolling Stone sui “100 Greatest Singers” del 2010.

Numerosissimi i successi collezionati in sessant’anni di carriera, tra cui canzoni indimenticabili come Respect, Natural Woman, I say a little prayer, Chain of fools, la cover di Bridge over Troubled Water, la sua apparizione nel film The Blues Brothers con Think e i duetti Sisters Are Doing for Themselves con gli Eurythmics e I Knew You Were Waiting (For Me) con George Michael.

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche:
Steve Wonder, Song revue
Ray Charles, The best of Ray Charles

E guarda anche:
The Blues Brothers

E leggi anche:
Ernesto Assante e Gino Castaldo, Blues, Jazz, Rock, Pop

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JP Cooper

Raised Under Grey Skies

2017, Island Records
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She’s on my mind, she’s on my mind
She’s on my mind, she’s on my mind
I can’t sleep at night
Cause she ain’t by my side

John Paul Cooper è un cantautore autodidatta trentenne di Manchester, che ha sorpreso per la sua voce calda e versatile. L’album d’esordio di J.P. Cooper si è fatto molto attendere, il primo contratto è del 2014, ma dopo alcuni EP, bisogna aspettare il 2017 perchè venga pubblicato Raised Under Grey Skies.

Le canzoni sono piene dei riferimenti all’Indie, al Brit-Pop e ai cori gospel, in cui lo stesso Cooper ha cantato nei primi anni di formazione.
La concezione stessa che sta alla base della sua opera è che la musica sia per l’anima: i testi delle canzoni parlano di amore, amicizia e di quanto sia difficile distaccarsi da chi si è tanto amato.

Ascolta tre brani del disco:
She’s on my mind
September song
Passport Home

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche:
Ed Sheeran, X
Jonas Blue featuring JP Cooper, Perfect Strangers

 

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Violent Femmes

Violent Femmes

Slash Records, 1983
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I take
1 1 1 cause you left me and
2 2 2 for my family and
3 3 3 for my heartache and
4 4 4 for my headaches and
5 5 5 for my lonely and
6 6 6 for my sorrow and
7 7 for no tomorrow and
8 8 I forget what 8 was for and
9 9 9 for a lost god and
10 10 10 10 for everything everything everything everything

Se c’è un disco in grado di spiegare che il punk non è solo rivolta sociale, ma anche e soprattutto il suono perfetto per sputare fuori fame, noia e insoddisfazione, quello è Violent Femmes, disco d’esordio omonimo di tre ragazzi di Milwaukee abituati a suonare per strada, album simbolo per schiere di misfits eternamente fuori posto.
Gordon Gano, nel 1983, ha diciannove anni e le sue dieci canzoni hanno il fuoco di un’età in cui tutto è meraviglia oppure un peso insopportabile, il cielo e gli occhi sono incollati all’asfalto e di ragazze nemmeno l’ombra.
La sua chitarra acustica maltrattata e la sua voce capricciosa si incastrano alla perfezione con le linee acrobatiche e sgrammaticate del basso di Brian Ritchie; Victor DeLorenzo, ghignando, picchia su qualunque cosa possa ricordare uno strumento a percussione.
Ne nascono classici epocali, inni alternativi che uniscono punk, folk, country, gospel e surf in una miscela instabile e incandescente: dall’apertura irresistibile di Blister In The Sun alla folle conta di Kiss Off; dalla pigra battuta in levare di Please Do Not Go alle esplosioni di Confessions e To The Kill; dai micidiali ritornelli di Add It Up e Prove My Love allo xilofono che fa da scheletro a Gone Daddy Gone.
A chiudere, una delle più belle ballate mai scritte: quella Good Feeling che è puro struggimento per un attimo appena trascorso, qualcosa di così dolce e perfetto che pensi, e forse sai, che non potrai afferrarlo mai più.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Roadrunner – The Modern Lovers
The Boy With The Perpetual Nervousness – The Feelies
History Lesson, Pt.II – Minutemen
Vent’anni – Zen Circus & Brian Ritchie
L’equilibristaMarta Sui Tubi

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Maya Angelou

Il canto del silenzio

Frassinelli, 1996, 264 pag.
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Se crescere è doloroso per una bambina nera del Sud, rendersi conto di essere fuori posto è la ruggine sul rasoio puntato alla gola. E’ un insulto superfluo.

In questo romanzo autobiografico, Maya Angelou racconta della propria infanzia e gioventu’ nell’America razzista degli anni ’30. E lo fa con uno stile davvero unico, che alterna humour a drammaticita’, un linguaggio semplice ed elegante. Maya e’ una bambina coraggiosa e sensibile, che attraversa molte difficolta’ e le supera grazie alla propria grande dignita’, agli insegnamenti di una nonna speciale e alla – seppur tardiva – vicinanza di una mamma assolutamente fuori dalle regole.

 

Ti e’ piaciuto questo libro?
Allora leggi anche… Il buio oltre la siepe – Harper Lee

 

ascolta anche … Move on up a little higher – Mahalia Jackson

 

e vedi anche… The help – Tate Taylor

 

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