Archivio tag: hardcore

Fast Animals And Slow Kids

Alaska

Woodworm, 2014
avatar

Postato da
il

ricordatevi di noi fra trent’anni
che avremo bisogno di voi
sarete l’orgoglio di tanti
ma solo un appiglio per noi

Crescono a ogni nuovo passo, i perugini Fast Animals And Slow Kids, ormai uno dei nomi di punta del panorama indie italiano. Crescono e cambiano pelle, con il coraggio e la paura che ogni vera novità porta con sé.
L’attacco di Overture è distantissimo dall’epica ariosa di Un Pasto Al Giorno, che apriva Hybris: arpeggi post-rock narcolettici, una voce distante, stranamente di poche parole. Fino a quando non esplodono le chitarre di Alessandro Guercini, vero centro dell’album, e le cose si fanno più chiare: Il Mare Davanti è un anthem inarrestabile, umore nero e gelida solitudine, reso epico dal predicare invasato di Aimone Romizi. Notte e silenzio assordante, per archi e distorsioni.
Da lì in poi Alaska, da terra desolata, si fa fiume in piena. La gola si gonfia su una sequenza di pezzi che promettono sfracelli anche dal vivo, resi memorabili da liriche che si attardano su passaggi di età, voglia di rintanarsi sotto una coperta e vampate di rabbia: Coperta, appunto, il punk melodico di Calci In Faccia e i pianissimo/fortissimo di Con Chi Pensi di Parlare.
E poi ci sono i rapporti, così difficili da gestire – le ombre lunghe dei genitori, gli amori storti, le dinamiche delle relazioni con i fan.
Alla fine, al di là dei generi – e i ragazzi dimostrano, dietro l’apparente omogeneità stilistica, di saperne padroneggiare parecchi, come attestano gli otto minuti di Gran Final o i due scarsi de Il Vincente, solo piano, voce e magone – quello che davvero colpisce di Alaska è l’intensità che questa band sa donare a ogni singolo passaggio. Qualcosa che ce li farà ricordare, anche fra trent’anni.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Glass Boys – Fucked Up
Titus Andronicus – Titus Andronicus
Take Away These Early Grave Blues – Thee Silver Mt. Zion
Color Me Impressed – The Replacements

Leggi tutto ►

Rites Of Spring

End On End

Dischord, 1991
avatar

Postato da
il

If there’s nothing here then it’s probably mine

La dimostrazione che ogni idea giusta, anche quella più piccola, può essere importante se portata avanti con la necessaria dedizione. Questo erano i Rites Of Spring, la band di Guy Picciotto e Brendan Canty prima dei Fugazi; la band cui si è soliti risalire per dare un’origine all’emo-core, definizione stretta per musicisti che la ritenevano semplicemente un’etichetta priva di senso.
Un nome ripreso da La Sagra della Primavera del compositore russo Igor Stravinskij, una passione divorante che trovava espressione in un hardcore evoluto, melodico e pieno di stacchi e spigoli vivi, intriso di disperazione e rivalsa e suonato con la foga di una liberazione. I testi di Picciotto, commossi e urlati allo sfinimento, traducevano in parole l’epica dei diciott’anni, agitandosi sui vetri rotti di chitarre rumorose e splendenti.
Poco più di un anno di vita, una quindicina di concerti in tutto e tutti nell’area di Washington DC, anche per la spiacevole tendenza della band a sfasciare la strumentazione in preda alla furia dell’esecuzione (succedeva perfino durante le prove). Soprattutto, diciassette brani che costituiscono un repertorio da riscoprire: oltre all’EP All Through A Life, che uscirà solo dopo lo scioglimento della band, l’album omonimo – tra i più belli di sempre per Kurt Cobain – è un’infilata di ruvide gemme, letteralmente travolgente in Spring e Drink Deep, nelle gloriose melodie di For Want Of e All There Is, nel precipizio dei sette minuti di End On End.
Era il 1985, certo, ma queste canzoni, nate per cogliere l’attimo, hanno saputo vincere lo scorrere del tempo e ancora oggi regalano occhi lucidi e fortissime emozioni.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blueprint – Fugazi
Kid Dynamite – Squirrel Bait
Johnny On The Spot – Texas Is The Reason
Friend To Friend In Endtime – Lungfish

Leggi tutto ►

Altro

Sparso

La Tempesta, 2013
avatar

Postato da
il

è tutto il tempo che non ho, è tutto quello che ho per te

Sul finire del bellissimo libro Our Band Could Be Your Life si racconta una storia: nel Settembre del 1992, a Seattle, i Pearl Jam suonano gratis in un parco, davanti a trentamila fan. Dall’altra parte della città, i favolosi Beat Happening tengono un concerto in un magazzino per centocinquanta persone, senza palco ma con un sacco di banchetti di fumetti.
Ecco, gli Altro fanno pensare a quelle cose lì. Ai fumetti, certo: la chitarra e la voce sono di Alessandro Baronciani, e l’approccio minimale alla composizione (quasi mai, qui, si arriva ai due minuti) ricorda quello di certe fulminanti strip. Ma soprattutto hanno a che fare con lo scegliere da che parte stare, quando si parla di musica scritta e suonata per pura passione, pochi mezzi e molte buone idee.
Sparsi sono i tre Altro: Alessandro, Gianni (basso) e Matteo (batteria) vivono tutti in città europee diverse, distanti; ogni incontro, ogni prova, ogni concerto si fanno sempre più complicati con il passare del tempo e gli impegni, ma forse è proprio la difficoltà a far vivere e luccicare queste tenere fantasie punk.
Sparse sono le canzoni che si trovano nel disco: sedici pezzi arrivano dai quattro 45 giri stagionali pubblicati nel corso degli ultimi anni (Autunno, Estate, Primavera, Inverno); due sono inediti, e tra questi la bellissima Paolo, chiusa perfetta che si tinge di un’eterea malinconia, inedita e sognante.
Sparso è l’album che meglio di qualunque parola racconta cosa siano arrivati a essere oggi gli Altro, tra sfuriate (post-) punk/hardcore (Ti Ricordi?, Ottimismo, Precisamente, Stampa, Sangue) e minime pause acustiche (Spesso, Calcoli), spigoli vivi e dissonanze (Lucia, Ingrandimento, Classe, Rico, Melograno) e melodie pop stralunate (Gattini) e rotonde (Nome, cantata con Erica Terenzi dei Be Forest).
Una raccolta di canzoni capaci di costruire un piccolo mondo a sé, fatte apposta per abbracciarsi e ballare.


Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
Holiday song – Pixies
This ain’t no picnic – Minutemen
Mi ami? – CCCP
Ti ringrazio – Wolfango
Indian summer – Beat Happening

…e leggi anche
Raccolta 1992/2012 – Alessandro Baronciani

Leggi tutto ►

Fugazi

In On The Kill Taker

Dischord, 1993
avatar

Postato da
il

got a lot of questions for me
you got a lot of questions for me
got your finger pointing at me
distrusted
I look for wires when I’m talking to you
you’d make a great cop

I will not lie, dichiarano ripetutamente i Fugazi nell’artwork di In On The Kill Taker, pubblicato nel 1993 a seguito di pietre miliari come 13 Songs, Repeater e Steady Diet Of Nothing.
E l’onestà, qui, è il punto centrale della faccenda, cuore di una musica da sempre davvero indipendente, nella forma e nella sostanza; politica, nel senso nobile del termine.
Distante dalle contorsioni più sperimentali dei precedenti lavori, l’album si apre con l’interferenza di Facet Squared e l’urlo di Ian MacKaye azzanna l’ascoltatore alla gola sovrastando chitarre che squarciano la pelle; a ruota, l’uragano Public Witness Program definisce in due minuti l’intero genere emo-core, con Guy Picciotto a sputare bile nella strofa che anticipa uno spettacolare chorus; più avanti, Smallpox Champion e Walken’s Syndrome ne replicheranno quasi l’impatto terremotante.
Returning The Screw e Instrument ringhiano su tempi medi, tra attimi di quiete appena percettibile e deflagrazioni post-hardcore, laddove Great Cop è forse l’inno punk definitivo di MacKaye.
Ma dietro ogni angolo, in ogni momento, i Fugazi sanno nascondere una sorpresa: Cassavetes, dedicata al regista americano, recupera il groove rumorista di Repeater nelle ritmiche sincopate di Joe Lally e Brendan Canty; 23 Beats Off beccheggia tra arpeggi e distorsioni fino a culminare in quattro minuti di puro delirio noise, un attimo prima dello strumentale Sweet And Low, tenera carezza swing in luce soffusa.
A concludere, la preziosa Last Chance For A Slow Dance, apice di lirismo e poesia, sigillo di un’opera dall’influenza incalcolabile e simbolo di un modo di fare musica divenuto, col tempo, vero modello di vita.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Arcarsenal – At The Drive-In
It Was There That I Saw You – …And You Will Know Us By The Trail Of Dead
Youth Against Fascism – Sonic Youth
All There Is – Rites Of Spring

Leggi tutto ►

Iceage

You’re nothing

Matador, 2013
avatar

Postato da
il

But bliss is momentary anyhow, yet worth living for

New Brigade, nel 2011, aveva fatto gridare al miracolo: dodici brani dall’ossatura post-punk (le stanze oscure di Wire e Joy Division, per citare due modelli piuttosto evidenti) e hardcore, che rivelavano tutto il talento e l’intensità del giovanissimo quartetto danese Iceage.
You’re Nothing, oggi, è quanto di meglio ci si potesse aspettare a conferma di quelle promesse.
Un vetro rotto di fastidio e disgusto, che degenera in nausea più che in rabbia, tutta proiettata verso l’analisi interiore e non verso la società; in questo, lontana anni luce dallo spirito condivisivo e aperto di tanto hardcore americano, cui pure deve molto in termini di suoni e modi.
Più Germs che Minor Threat, insomma, per rimanere da quella parte dell’Oceano.
Una musica che procede per lacerazioni e spasmi, strappi e conati: il ruggito bestiale delle chitarre degli anthem a precipizio It Might Hit First e Rodfæstet, quasi Motorhead nell’assalto ritmico; il terrificante uno-due d’apertura Ecstasy/Coalition, con la vocalità devastata di Elias Rønnenfelt che barcolla frastornata tra estasi e vuoto, desiderio e alienazione.
Come per l’esordio, l’atmosfera è quella ombrosa del Nord Europa ed echi del post-punk si percepiscono fortissimi nei riff taglienti di In Haze e Everything Drifts o nel basso portante di Burning Hand, dove le sei-corde si fanno quasi noise, e nei cori minacciosi e distanti di Wounded Hearts.
A dare la misura della crescita espressiva della band provvedono quelle che un tempo sarebbero state chiusure di facciata del vinile: il divorante inno esistenziale You’re Nothing e la lucente perla nera Morals, melodia infetta di elettricità cadenzata e sparse note di pianoforte, singolarmente ispirata a L’Ultima Occasione, singolo di Mina degli anni ’60, e dimostrazione di quanto romanticismo covi sotto tanta angoscia.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Mr Marx’s table – Wire
Blank generation – Richard Hell & The Voidoids
Transmission – Joy Division
Manimal – Germs

Leggi tutto ►

Minutemen

Double Nickels On The Dime

SST, 1984
avatar

Postato da
il

our band could be your life.

Nel 1984 gli Husker Du pubblicano il doppio capolavoro Zen Arcade, immenso concept in cui l’hardcore non è più uno stile limitato, ma un’attitudine creativa che consente di immaginare universi sonori del tutto nuovi.
Double Nickels On The Dime nasce da qui, da un’amichevole sfida interna alla scena alternativa americana. Alla maniera dei Minutemen, però, e ne viene fuori uno dei più grandi album di sempre.
D.Boon e Mike Watt sono amici dall’età di quattordici anni, due fuckin’ corndogs di San Pedro, distretto portuale di Los Angeles: una suburbia proletaria in cui i ragazzi sviluppano presto un idealismo politico che influenzerà ogni scelta musicale, dalle produzioni scarne alla pura gioia di suonare qualcosa di nuovo senza portarsi dietro nemmeno un grammo di posa artistoide, ma solo la forza schietta delle proprie origini working class.
Abituati a dibattere senza sosta su qualunque argomento, i due troveranno un perfetto contraltare nel batterista George Hurley, il groove di una musica eccitante e avventurosa: i toni secchi e stridenti della chitarra di Boon e il basso pizzicato di Watt rimbalzano su fratture ritmiche imprevedibili, in brani che quasi mai arrivano ai due minuti di durata.
Come un Captain Beefheart impegnato in fantasie all’anfetamina al crocicchio tra hardcore-punk, rock’n’roll, funky, blues, jazz, country e tutto il resto.
Double Nickels On The Dime conta oltre quaranta pezzi, magma compresso in singalong memorabili (Viet Nam, Political Song For Michael Jackson To Sing, Corona, This Ain’t No Picnic); si prende inattese pause acustiche (Cohesion) e regala la più bella dichiarazione di fede mai ascoltata in una canzone, nei centoquaranta dolci secondi di History Lesson, Pt.II: la storia di un’amicizia, di una band, di una scelta di vita.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Brave Captain – Firehose
Ice Cream for Crow – Captain Beefheart
Is It Luck? – Primus
Masochism World – Husker Du
 
…e leggi anche
American Indie – Michael Azerrad

Leggi tutto ►

Rage Against The Machine

Rage Against The Machine

Epic, 1992
avatar

Postato da
il

Anger is a gift.

Pochi altri, nell’intera storia rock, hanno avuto il coraggio di far esplodere una rabbia così devastante come i Rage Against The Machine in questo esordio leggendario.
Fuori: un tremendo scatto di Malcolm Browne annuncia l’inferno cui si andrà incontro, l’immagine di un monaco buddista che nel 1963 si diede fuoco a Saigon, estremo gesto di protesta contro il regime sud-vietnamita.
Dentro: dieci inni, dieci bombe scagliate contro l’indifferenza, l’ignoranza, il pensiero unico.
La musica è un magma incandescente che unisce l’hard zeppeliniano alle scansioni sincopate del funk, l’intransigenza del punk-hardcore più violento alla metrica acrobatica delle declamazioni hip-hop.
La chitarra di Tom Morello è un miracolo di inventiva e precisione, un rasoio affilato e multiforme: nel riffarama sferragliante di Bombtrack; nella cadenza sabbathiana di Killing In The Name; nell’epocale scratching di Know Your Enemy e nello stridore metallico di Bullet In The Head; nel fragore di Wake Up e della frenesia urban di Township Rebellion.
Su tutto, l’urlo animalesco dello sciamano Zack De La Rocha, che trova apice nella conclusiva Freedom, un’orgia terrificante di feedback e grida, una chiamata a raccolta per tutti gli oppressi del pianeta, da Johannesburg a South Central.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Kashmir – Led Zeppelin
Bring The Noise – Public Enemy
Kick Out The Jams – MC5
I Against I – Bad Brains
Tool – Stinkfist
 
…e leggi anche
1984 – George Orwell
 
…e guarda anche
District 9 – Neill Blomkamp
Matrix – Lana, Andy Wachowski
 
Scaricatelo gratis e legalmente da MediaLibraryOnLine e, se non sapete di cosa stiamo parlando, correte nella biblioteca più vicina a casa vostra per scoprirlo!

Leggi tutto ►

Converge

All We Love We Leave Behind

Epitaph, 2012
avatar

Postato da
il

Già l’assalto di Aimless Arrow non lascia scampo: la batteria ciclopica di Ben Koller a travolgere ogni cosa, come colpi menati da ogni parte in una stanza buia, e la chitarra di Kurt Ballou ad avvilupparsi mentre Jacob Bannon declama una melodia disperata prima di abbandonarsi al consueto urlo gutturale.
Poi è tutta una discesa in una spirale di ultraviolenza Slayeriana, portata al limite nei riff thrash di Trespasses, Tender Abuse e Sadness Comes Home, tanto più spaventose per precisione e controllo, quando invece Vicious Muse e Veins And Veils ingannano inizialmente con ritmi un poco più lineari, prima di esplodere ipercinetiche dalle casse.
Ma le sorprese maggiori i Converge le riservano per il gran finale, spettacolare in una Coral Blue che ascende dall’oscurità della strofa alla luce di un coro melodico e sorprendente, e in quell’abisso di pura malinconia che è Precipice (clangori ambientali, un pianoforte e una chitarra solista commoventi) che sfociano nella mastodontica All We Love We Leave Behind, ipnotica e progressiva e poi torrenziale e inarrestabile.
 
Ascolta tre brani tratti dall’album
Aimless Arrow, Trespasses, Coral Blue
…e tutto lo streaming di All We Love Can Leave Behind
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Slayer – Angel Of Death
Cave In – Jupiter
At The Drive-In – Arcarsenal
Shellac – Crow
Death – Overactive Imagination

Leggi tutto ►

Fucked Up

David Comes To Life

Matador, 2011
avatar

Postato da
il

Una pioggia di distorsioni lievi annuncia la tempesta. Duecento secondi apparentemente immobili. Poi le casse esplodono in una sequenza di grandiosi riff chitarristici stratificati, melodie che sono gioia per l’anima e le urla scartavetrate di Damian Abraham che scuotono nel profondo, alternandosi a voci angeliche. Così i canadesi Fucked Up ci raccontano la storia di David e Veronica, una storia d’amore e manipolazione, disperazione e rinascita. Una rock opera da cui la vita realmente trabocca in un’ora abbondante di devastanti inni punk che nascondono dietro una cortina di rumore bianco riferimenti a infiniti altri generi (shoegaze, post-hc, indie-rock). David Comes To Life è vita che si accende e accade qui e ora, davanti ai nostri occhi: quando siamo stanchi di recitare una parte; quando non vogliamo avere ragione, ma solo un’altra notte.
 
Ascolta tre brani tratti dall’album
Queen Of Hearts, The Other Shoe, Turn The Season
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Husker Du – Divide And Conquer
Refused – New Noise
Thursday – Fast To The End
 
…e leggi anche…
David Comes To Life “Best Album Of The Year”, articolo di Spin

Leggi tutto ►

Fine Before You Came

Ormai

La Tempesta, Triste, 2012
avatar

Postato da
il

Mi porto dietro una matassa che non riesco più a sbrogliare: comunque la rigiri pesa e non son più sicuro che sia lì la soluzione, ma che si trovi in fondo al mare come le canzoni tristi quando fuori piove

Le parole di Jacopo, emozioni che cadono a terra in lacrime e si rialzano ridendo; le chitarre di Marco e Mauro, che macinano arpeggi e melodie e poi esplodono all’improvviso; la sezione ritmica di Marco e Filippo, il battito di un cuore mai domo.
I Fine Before You Came sono tornati con le sette canzoni di Ormai, a tre anni dal capolavoro S F O R T U N A, più vitali che mai e pure più accessibili e diretti : il loro emo-core sublima in inni travolgenti come Dublino, Magone, Paese e l’epico finale di La Domenica C’è Il Mercato, cori e urla che esorcizzano ogni paura.
Storie piccole però capaci di mostrare la vita da angoli differenti, dove la tristezza non è mai semplicemente triste e la felicità altrettanto, dove le cose bisogna farle in fretta, chè domani chissà.
Perchè è arrivato il tempo in cui ormai il tempo non c’è più.
 

 
Ti è piaciuto questo album? Allora scaricalo gratuitamente qui
 
…e ascolta anche…
Van Pelt – Don’t Make Me Walk My Own Log
Karate – New Martini
Diaframma – Gennaio
Raein – Nirvana

Leggi tutto ►