Archivio tag: heavy metal

Motorhead

No Remorse

Bronze Records - 1984
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Sunrise, wrong side of another day,
Sky high and six thousand miles away,
Don’t know how long I’ve been awake,
Wound up in an amazing state,
Can’t get enough,
And you know it’s righteous stuff,
Goes up like prices at Christmas,
Motörhead, you can call me Motörhead, alright

Solitamente qualsiasi artista inizia la sua carriera in un modo e, man mano che acquisisce esperienza, evolve e matura: Beethoven, Van Gogh, i Metallica, Zerocalcare… Tutti. Eccetto i Motörhead.
Dal primo album, Motörhead (1977) all’ultimo Bad Magic (2015) il gruppo non è cambiato di una virgola, se non per la migliore qualità di registrazione: basso sempre distorto e subito riconoscibile, chitarra sporca suonata con powerchords, batteria velocissima e voce sempre grattata, vero marchio di fabbrica di Lemmy.

In questo primo e definitivo Best Of dei Motorhead si trova la vera essenza del gruppo: niente canzoni di riempimento ma solo puro Rock n’ roll. Ci si imbatte nei grandi classici scolpiti nelle note come Ace of Spades, Overkill, Iron Fist e Stay Clean; altri brani sono presentati nella preziosa versione live importata da No Sleep ’til Hammersmith come Motörhead, Bomber e il medley Iron Horse / Born to Lose. Ad impreziosire ulteriormente questa compilation ci sono anche gli inediti Kill by Death, Snaggletooth, Steal Your Face e Locomotive.

Una scarica di decibel che continua inesorabilmente senza fermarsi un secondo per tutti i 90 minuti che dura.
Sempre gli stessi accordi, sempre lo stesso suono, sempre la stessa rauca voce. Ma, a volte, è la formula di base ad essere vincente. E lo è stata per 40 anni. Born to Lose, Live to Win.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Ace of Spades: Motörhead
Leggi anche: La sottile linea bianca: Lemmy Kilmister
Guarda anche: No sleep ’til Hammersmith: Motörhead

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Judas Priest

Defenders of the Faith

Columbia Records, 1984
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Let’s all join forces
Rule with iron hand
And prove to all the world
Metal rules the land
We’re heavy duty
So come on let’s tell the world

We are defenders of the faith

Con l’incredibile “Screaming for Vengeance“, datato 1982, i Judas Priest sembrano aver toccato l’apice: fu un album travolgente per il mondo Metalche si chiese se fosse possibile replicare tale successo.

Bhe, nel 1984 i Judas Priest non solo lo replicano, ma lo superano anche abbondantemente.

Defenders of the Faith esordisce con la velocissima Freewheel Burning che getta le basi per lo Speed e il Power metal, proseguendo con Jawbreaker, che risulta più ricca di sfumature e armonie. L’inno di Rock Hard Ride Free è subito da cantare a squarciagola, mentre The Sentinel è puro Heavy Metal, niente di più e niente di meno: un classico che sarà sempre attuale.
L’album procede poi con altri brani i quali, considerando quelli appena ascoltati, risultano forse una spanna sotto, ma solo perché si confrontano con canzoni che, come voto, vanno dal 9 al 10. Dall’inquietante Love Bites Some Heads are gonna Roll, scritta da Bob Halligan Jr, fino ad arrivare a Night Comes Down, che riesce comunque a risultare parecchio orecchiabile.
Terminano Heavy Duty Defenders of the Faith, una la conseguenza logica dell’altra, che sono puri inni autocelebrativi da cantare col braccio alzato e le dita a mo’ di corna. Perché si sa, i Judas Priest non sono mai stati sobri e mai nessuno lo vorrebbe mai.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Screaming for Vengeance – Judas Priest
guarda anche: Rock Star – Stephen Herek
leggi anche: Storia del Metal a fumetti – Enzo Rizzi

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ACϟDC

Back in Black

1980, Atco Records
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Back in black
I hit the sack
I’ve been too long I’m glad to be back
Yes, I’m let loose
From the noose
That’s kept me hanging about
I’ve been looking at the sky
‘Cause it’s gettin’ me high
Forget the hearse ’cause I never die
I got nine lives
Cat’s eyes
Abusin’ every one of them and running wild

Il riff della title track Back in Black è uno dei mirabili capolavori di Malcolm Youngscomparso sabato 18 novembre 2017, a soli 64 anni.
Lui e la sua chitarra ritmica, Brian Johnson e la sua voce, Angus Young e la sua chitarra solista, Cliff Williams e il suo basso, Phil Rudd e la sua batteria hanno creato 10 tracce entrate nella leggenda e di conseguenza hanno creato l’album capolavoro degli ACϟDC, indiscutibilmente il miglior album della loro carriera.
Questi “terribili ragazzi” sono sempre stati dei mostri musicali nel creare canzoni dal grande ritmo e in quest’album hanno portato la creazione a livelli mai visti.
Spudoratamente meraviglioso il cantato, con quella voce cartavetrata di Brian, accattivante ed umoristica al tempo stesso, con tratti perfino in tonalità blues.
Si potrebbe concludere dicendo che gli ACϟDC siano la band migliore del mondo (sarebbe sbagliato?) oppure si potrebbe concludere che questo lavoro è un punto di riferimento definitivo nella storia dell’hard rock, un classico indiscusso ed indiscutibile (non sarebbe sbagliato)…
…non si concluderà in nessun modo: la loro musica è infinita e tale continuerà a risuonare.

Ascolta tre brani tratti dall’album:
Back to Black, Hells Bells, You Shook Me All Night Long

Ti è piaciuto quest’album? Allora ascolta anche:
Album degli ACϟDC presenti in Opac RBBC
Motorhead – Ace of Spades
Alice Cooper – Trash
Metallica – Metallica (Black Album)

… e leggi anche
Phil Sutcliffe – ACϟDC
Jesse Fink – La dinastia Young
Murray Engleheart : Arnaud Duriex – ACϟDC

… e guarda anche
Concerti degli ACϟDC presenti in Opac RBBC

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Metallica

Hardwired…To Self-Destruct

Blackened, 2016
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Born to lose
No excuse
‘Til the end
Been living to win
Been living to win

a cura di Daniele Bertazzoli

Dopo 8 anni di silenzio discografico (senza contare il progetto più o meno riuscito con Lou Reed, Lulu) finalmente i Metallica fanno uscire la loro ultima fatica: Hardwired…to Self-Destruct, il loro primo doppio album, seguendo forse la tendenza lanciata con Book Of Souls degli Iron Maiden, uscito pochi mesi fa.
I Metallica vogliono subito far capire che sono tornati a suonare ad alto volume, e lo fanno con Hardwired, che si impone come uno dei grandi pezzi d’apertura targati Metallica; veloce, diretta, immediata…perfetto! Fin da subito si capisce che i suoni sono ad ottimi livelli: la produzione del disco è la migliore dai tempi del Black Album.
I successivi pezzi sono molto, molto belli. Si passa da Atlas, Rise!, con sonorità da capelli lunghi anni ’80 e toppe sul giubbotto di jeans con chiare influenze dai colleghi inglesi Iron Maiden, a Now That We’re Dead, dove si cercano sonorità differenti, ma sempre arpionate all’Heavy Metal.
La grande varietà dei pezzi si sente: in Dream No More ci si avvicina allo Stoner Metal, con tempo lentissimo, chitarre abbassate di tono e pesantezza che ricorda Sad But True; in Moth Into Flame ci si lancia in un headbanging che termina solo quando finisce il pezzo; in Halo Of Fire la struttura alterna parti lente e tranquille con parti distorte e più pesanti, con un ottimo finale in crescendo che chiude la prima facciata dell’album.

Il secondo cd, purtroppo, non è allo stesso livello del primo.
L’inizio è promettente, con Confusion che fa sentire le chiare influenze dei Diamond Head, band storica che influenzò e continua ad influenzare i Metallica.
Nei successivi pezzi, invece, si perde l’immediatezza che hanno contraddistinto i precedenti. Da ManUNkind, brano più blueseggiante, a Murder One, dedicata al compianto Lemmy dei Motorhead, i pezzi risultano quasi annacquati e tirati forse un po’ troppo per le lunghe. Pur restando buoni, ascoltandoli, dopo un po’ si pensa “Ma quando finisce?”.
L’ultima canzone, invece, è un ottimo, ma davvero ottimo, pezzo. Spit Out the Bone riapre, dopo le ultime canzoni, la porta dell’attenzione sonora. L’inizio velocissimo, tiratissimo, fa pensare che forse l’ultima canzone sarà bellissima. Ed è così. A tratti ricorda One, ma più moderna. Finalmente il buon vecchio Thrash Metal torna ad uscire dalle casse dello stereo, risollevando la dignità di questo secondo cd e dando la perfetta conclusione a quest’ultima fatica del gruppo californiano.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Book of Souls – Iron Maiden
… leggi anche Ciclo di Cthulhu – H.P. Lovercraft
vedi anche Come un tuono – Derek Cianfrance

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Black Sabbath

Black Sabbath

Vertigo- 1970
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What is this that stands before me?
Figure in black which points at me
Turn around quick, and start to run
Find out I’m the chosen one

Articolo di Michele Provezza

Fine anni ‘ 60. Immaginate un mondo in cui l’ideale di pace e fratellanza erano le basi della vita. Un mondo felice, colorato e senza barriere e problemi. Immaginatelo e poi guardate meglio e vedrete che questo mondo, questo sogno inizia a creparsi, a mostrare stanchezza, debolezza e incapacità a resistere al suo deteriorarsi, alla spinta della rabbia, dell’eccesso che sono proprie dell’uomo.
Guardate bene perché le crepe ci sono ma rimangono nascoste. Accenni più o meno evidenti, ma pur sempre solo accenni del lato oscuro che sta dietro.

Poi ad un tratto l’abisso si apre e vi si mostra in tutta la sua terribile profondità e vi guarda dentro mostrandovi che la sua oscurità è quella che avete dentro di voi, che avete tentato di nascondere e il suono l’unico suono che udite è quello funereo delle campane e di un temporale poi una voce nell’oscurità…

Ecco io ho sempre immaginato così l’impatto che il primo ascolto di Black Sabbath ha avuto su una generazione che usciva dal periodo hippy e si accingeva a entrare negli anni ’70, perché è innegabile che il primo album della band di Birmingham abbia scavato un solco nella storia della musica. Un solco profondo e tenebroso.

A differenza dei gruppi coevi, anche importanti come Deep Purple e Led Zeppelin, più melodici e con evidenti radici nel rock’n roll e nel blues, i Sabbath, che pure nel blues erano nati, presentavano un suono molto più cupo e pesante, sostenuto magistralmente da un’ottima sezione ritmica affidata al batterista Bill Ward e al bassista Geezer Butler e fondato sulla lugubre chitarra di Tony Iommi che nella title track arriva ad usare la triade del diavolo, un intervallo dissonante proibito nel Medioevo perché ritenuto in grado di evocare le forze oscure (contribuendo ulteriormente ad alimentare la fama oscura del gruppo). Tutto questo, probabilmente, non sarebbe però bastato a fare dei Sabbath i più validi pretendenti per essere ritenuti i padri del metal, se non avessero contribuito testi disturbanti, che citavano il diavolo e l’occultismo in maniera esplicita, ispirando un immaginario che si sarebbe legato indissolubilmente alla produzione heavy metal successiva.

Certo per trasmettere l’angoscia di quei testi non bastava un buon cantante. Anzi ci voleva una voce assolutamente unica. Ma il diavolo, che con i Sabbath amava metterci lo zampino, aveva concesso loro di trovare il front man perfetto Ozzy Osbourne.
La storia era fatta.
Se ascoltate Black Sabbath, The wizard e N.I.B. capirete subito il perché. E, se anche il disco ha qualche pecca, che magari musicalmente lo rende inferiore a Paranoid, non si può prescindere dall’ascoltarlo per capire davvero su cosa poggia il metal.

Un ultimo consiglio allora, spegnete le luci, mettete il disco e poi immaginate l’abisso, quello di cui vi parlavo prima. Guardate bene in fondo ad esso, nel riflesso di fiamme nere e ascoltate, ascoltate attentamente. Magari riuscirete a sentire qualcuno ridere e una voce come un tuono dire “Geniale, campane a morto per festeggiare la nascita di un genere……. neppure io potevo fare meglio”.

Ti è piaciuto questo album? Allora leggi anche…
Dylan Dog- Serie a fumetti
Magdeburg. L’eretico- Alan D. Altieri
I racconti del Necronomicon- H.P. Lovecraft

…e ascolta anche…
La discografia di Ozzy Osbourne

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Pantera

Vulgar display of power

East West Records, 1992
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Revenge

a cura di Daniele Bertazzoli

Vendetta… Questo il primo grido che esce fuori dalle casse quando si ascolta questo album, e fin da subito si mettono in chiaro le condizioni per ascoltarlo: nessuno potrà fermare i Pantera.

I Pantera sono un gruppo americano nato nel 1981, ma che troverà la gloria nell’Olimpo dell’heavy metal solo a partire dagli anni ’90 con l’album Cowboys From Hell. “Vulgar Display of Power” è l’album successivo, datato 1992; sarà qui che la band texana raggiungerà il suo apice in fatto di espressione musicale.

Ritmiche di chitarra serratissime e velocissimi assoli taglienti come rasoi, parole che rigettano rabbia e rancore, pelli della batteria pesanti come macigni e giri di basso rumorosi che amalgamano il tutto; questi sono i caratteri distintivi della band, ed in “Vulgar Display of Power” ci sono tutti. Niente frasi da poeti maledetti pronte per essere scritte su Facebook, solo un muro di suono che spazza via qualsiasi cosa.

Dalla prima traccia, Mouth for War, all’ultima, Hollow, passando per altri must del quartetto come Walk, F*cking Hostile, Rise e This Love, il sentimento che permea è rabbia. Solo rabbia. E viene comunicata in modo eccelso.
Se avete passato una giornata pesantissima e volete scaricare il tutto, ascoltate questo album con un volume adeguatamente alto; sarà un toccasana.
Garanzia texana.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche: l’album Paranoid – Black Sabbath

… leggi anche: L’ombra dello Scorpione – Stephen King

e vedi anche Mad Max: Fury Road – George Miller

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Death

Symbolic

Roadrunner Records, 1995
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I close my eyes
And sink within myself
Relive the gift of precious memories
In need of a fix called innocence

Articolo di Michele Provezza

Da quando ascolto musica ho apprezzato dischi che possono tranquillamente essere definiti storici e fondamentali per la storia della musica Metal ma raramente mi è capitato di poter definire un disco semplicemente perfetto.
Eppure tutte le volte che ho ascoltato Symbolic dei Death, fin dalla prima volta ormai circa venti anni fa, l’unico aggettivo che mi sembra appropriato è proprio perfetto.
Il cd scorre, per tutti i nove pezzi, senza una minima battuta d’arresto (cosa assai rara per un disco) in un mix perfetto di tecnica e aggressività. I riff e gli assoli nell’inconfondibile stile dei Death rispecchiano tutta la maturità stilistica e compositiva raggiunta da Chuck Schuldiner, vero deus ex machina del gruppo, così come le linee vocali cantante nel growl più convincente che lo stesso Schuldiner sia riuscito a proporre in carriera e con testi che, ben lontani dalle trite tematiche sataniste e di violenza del genere, toccano in maniera egregia temi che spaziano dalla politica alla filosofia.
Il tutto sostenuto e impreziosito dal lavoro dietro pelli e piatti di un immenso Gene Hoglan che, invece di proporre il solito tappeto di batteria iperveloce e brutale di tanti suoi colleghi, preferisce giocare di fioretto alternando aggressività a lavori di fino, intessendo un pizzo sonoro da lasciare a bocca aperta (godetevi il lavoro che fa con i piatti per capire cosa intendo).
Certo sono consapevole che la perfezione è concetto assolutamente soggettivo e sono altrettanto conscio del fatto che, a livello puramente tecnico, ci sono dischi probabilmente superiori (Individual Thought patterns degli stessi Death, ad esempio), ma non trovo sinceramente altro modo per definire quanto Symbolic riesca a veicolare a livello istintivo ed emotivo.
Capirete perché allora, ogni volta che ascolto questo gioiello “perfetto” non faccia che crescere il rammarico per aver perso a soli trentaquattro anni per un tumore colui che io non mi vergogno a definire un gigante nella storia di questa musica, Chuck Schuldiner.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche…
Gli altri dischi dei Death
The Fragile Art of Existence- Control Denied

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Scorpions

Comeblack

Sony, 2011
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I’ll fight, babe, I’ll fight
to win back your love again
I will be there, I will be there

Il disco, il diciottesimo nella carriera di questo storico gruppo rock tedesco, raccoglie famosissimi brani registrati nuovamente della band e alcune cover di altri famosi gruppo degli anni Sessanta, come per esempio Beatles e Rolling Stones.
Il titolo dell’album è ironico. Nel 2010 l’album Sting in the tail avrebbe dovuto essere l’ultimo saluto della band dopo quarant’anni di onorata carriera, ma l’affetto dei fan e la partecipazione al tour che accompagnava il disco ha fatto sì che gli Scorpion rivedessero la loro scelta. Da qui nasce Come Black, che gioca con l’assonanza a “come back”, cioè ”ritorno”.
I sette brani scelti tra la sterminata produzione della band in quattro decenni di attività non hanno subito riarrangiamenti; la scelta è stata quella di stare il più vicini possibile agli originali ma utilizzando la strumentazione moderna.
La scelta invece delle Cover si basa sulle canzoni che nel corso degli anni hanno più influenzato lo stile di Klaus Meine e soci: “Tainted Love” di Gloria Jones, “Children Of The Revolution” dei T. Rex, “Across The Universe” dei Beatles, “Tin Soldier” degli Small Faces, “All Day And All Of The Night” dei Kinks e “Ruby Tuesday” dei Rolling Stones.

Ascolta tre brani dell’album:
Still loving you
Wind of change
Rhythm of love

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche:
Scorpion, Return to forever
Metallica, Nothing else matter
Europe, The Final Countdown
Queen, The Show must go on

E guarda anche:
Ari Folman, Valzer con Bashir

E leggi anche:
Martin Popoff, Scorpion Uragano tedesco

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Abysmal Grief

Feretri

Terror From Hell - Horror Records, 2013
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We live hidden from the sun in the mantle of the eternal night
We breath the corpse effluvia from the uncovered graves
Our grim and solemn scorn will take you all to Hell
Come on, show us your pride and try to face our spell

Articolo di Arianna Mossali

Bistrattato, umiliato, insultato ma, con l’aiuto di chissà quale forza oscura, in un modo o nell’altro riesce sempre ad emergere con lo splendore sprezzante di una diva conscia della propria superiorità: stiamo parlando, cari i miei aspiranti occultisti musicali, del doom italiano, che qualora non lo sapeste vanta una tradizione rinomata e prestigiosa. Ciascuno con la propria personale interpretazione, artisti come Alphataurus, Paul Chain, Ojm, Midryasy, Requiem, Antonius Rex, Jacula, Doomsword, Vedova, Forgotten Tomb, ci renderebbero competitivi sul mercato internazionale delle note tenebrose, se solo noi fossimo minimamente in grado di valorizzarli. Preso atto che purtroppo così non è, mettiamoci il cuore in pace e godiamoci dalla prima all’ultima vibrazione questa creazione degli Abysmal Grief, ”Feretri” (standing ovation doverosa per il titolo scelto). Abbiamo a che fare con un filone musicale ancor più misconosciuto di quanto già non sia tutto quel che rientra nella definizione di “underground”, e che da sempre ha un flirt sin troppo evidente con il mondo sommerso dell’occultismo, sia che l’interesse rimanga a livello teorico, sia che comporti effettivamente qualche rimando esoterico.
Ovviamente, questo legame non può che costituire una fonte inesauribile di equivoci non di rado esasperanti.
“Ma come fai ad ascoltare queste cose? Questa non è musica, è la colonna sonora di un film dell’orrore!”
Sicuramente tutti voi che state leggendo conoscete bene questa sentenza (e l’inevitabile corollario Metal=musica per satanisti, incrollabile quanto il teorema di Pitagora), essendovela sentita scagliare contro milioni di volte da esemplari di ‘homo sanremensis’ che più che la compilation dei 20 singoli più venduti dell’anno/mese/settimana non ascoltano. I suddetti sono, nel migliore dei casi, troppo radicati nella ferrea logica del cuore infranto e della canzone impegnata e strappalacrime, per rendersi conto che il punto è questo: il processo creativo degli Abysmal Grief si concentra sulla ricerca dell’energia psichica e mistica della musica, sul suo volto più sfuggente ed inquietante, e solo successivamente, una volta catturata l’essenza di questo mistero, provvede a dargli forma, spesso attraverso passaggi di innegabile pregio tecnico e artistico.

Esiste un’autentica estetica del macabro, che può piacere o non piacere, ma ha oggettivamente delle prospettive languide e attraenti. Il lato visivamente suggestivo dell’eterno binomio Eros/Thanatos lo conosciamo bene proprio grazie alla cinematografia horror, che in Italia non vuol dire solo Dario Argento, ma anche Lucio Fulci, Mario e Lamberto Bava, Ivan Zuccon, Claudio Fragasso, Joe D’Amato, Antonio Margheriti: la morte non può essere il congelamento di un attimo di bellezza suprema e crudele che il tempo avrebbe altrimenti deteriorato? E quelle passioni e sentimenti così forti da farci credere di non poterli reggere, non fanno forse scattare quel mitico e terribile ‘cupio dissolvi’, che altro non è che il desiderio di annullarsi dentro un’emozione, lasciarsi uccidere dall’intensità di un attimo?
Scusate il parallelo azzardato, ma questo è quello che suscita un certo tipo di musica a chi impara ad apprezzarla. E, se non avete mai provato nulla del genere nella vostra vita, per amor del cielo, evitate di ascoltare doom. Molto semplice.

Che gli Abysmal Grief, per ottenere questa catarsi mortifera, facciano ricorso al classico apparato di melodie angoscianti, funebri pattern tastieristici, organi da pelle d’oca e ambientazioni altamente drammatiche in generale, è parte del gioco. Quello grottesco non è che uno dei mille volti della Nera Signora: non abbiamo, qui, un doom essenziale e spartano alla Pentagram o alla Candlemass, è evidente il filtro di un mondo immaginario e stregato. Eviterei di definirlo “gotico”, semplicemente perché ultimamente il termine sembra aver assunto una vaga connotazione pacchiana, grazie alle pestilenziali mode vampiresche che hanno travolto una generazione già sufficientemente compromessa dal punto di vista intellettivo.
“Necromantico” mi pare evochi meglio la potenza oscura e tangibile di questo album. Imbarcarsi in un’analisi traccia per traccia sarebbe sterile e improduttivo, e si perderebbe completamente il senso di questa meraviglia. Date retta, chiudete le imposte, spegnete le luci, mettetevi le cuffie e lasciate che la musa tenebrosa degli Abysmal Grief vi spalanchi il suo universo mesto e sensuale.
Non ve ne pentirete.

Ascolta tre brani dell’album:
Sinister Gleams, Lords of the Funerals, The Gaze Of The Owl

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Iron Maiden – The book of souls
Motorhead – Ace of Spades
Diamanda Galas – The Litanies of Satan

… e leggi anche:
Cristian Campos – Metal & hardcore
Enzo Rizzi – Storia del metal a fumetti
Della Cioppa & Bertoncelli – Heavy metal. I contemporanei

…e guarda anche:
John Carpenter – La Cosa
Dario Argento – Profondo Rosso
Lucio Fulci – Un gatto nel cervello

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Iron Maiden

The book of souls

Parlophone, 2015
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Reef in a sail at the edge of the world
If eternity should fail
Waiting in line for the ending of time
If eternity should fail

Articolo di Michele Provezza

Ci sono gruppi che sanno segnare la storia della musica e che, negli anni, sono assurti alla categoria dei miti.
E’ innegabile che gli Iron Maiden facciano parte di questa ristretta schiera di eletti, per come hanno saputo influenzare la musica metal da 40 anni ad oggi.

Ma è giusto accettare, proprio per la loro storia, tutto quello che pubblicano senza mai avanzare una critica (come sembra essere costume del bel paese e dell’Europa tutta), per paura di essere accusati di lesa maestà? Secondo me no ed è proprio perché ritengo che un disco debba piacere solo se sa trasmettere qualcosa a chi lo ascolta, prescindendo dal nome di chi lo propone, che il sestetto inglese mi aveva un poco fatto disinnamorare.

Le produzioni e i suoni non all’altezza proposti negli ultimi album, dopo Brave New world (non conto per evidenti motivi l’interregno con ), un’eccessiva lunghezza nelle canzoni e una generale fiacchezza riscontrabile nel complesso, pur nascondendo un apprezzabile tentativo di ammodernamento e di ricerca di nuovo sound, mi avevano lasciato parecchio amaro in bocca.

E’ stato, perciò, con un certo scetticismo, considerando proprio le pecche della storia recente del gruppo e il minutaggio dell’album (oltre 90 minuti) per la prima volta proposto in doppio disco, che mi sono riproposto di ascoltare The book of souls, loro sedicesima fatica.

E sono felice di dire che mi sono ricreduto completamente. Il disco è bello e soddisfacente sostenuto da scelte di produzione che finalmente hanno riproposto la vera sonorità degli Iron: potenza delle chitarre e basso e batteria in buona evidenza, come non si sentiva da un bel po’ di tempo.
Le canzoni risultano tutte di ottima qualità, compatte ed equilibrate in ogni loro parte, legando bene nonostante la lunghezza, i segmenti vocali con quelli esclusivamente strumentali. I riff sono convincenti, gli assoli belli e non ripetitivi e il signor Harris e il buon Nicko hanno ripreso le loro cavalcate ritmiche come ai bei vecchi tempi. La tecnica, dopotutto, non è mai stata in discussione ma i modi di esprimerla sì. E, in questo album, c’è n’è più che a sufficienza per soddisfare chiunque.

Discorso a parte merita la voce di Bruce Dickinson, anche considerati i problemi di salute che il frontman ha dovuto affrontare; le linee vocali sono assolutamente di alto livello e, se la canna si è un po’ persa col tempo, l’espressività e le sfumature che il mestiere ha portato, la mettono sempre ai vertici delle mie preferenze.

Certo qualche piccola imperfezione c’è e i rimandi al passato in certi passaggi non mancano. Ma non mancano neppure delle assolute chicche, prima fra tutte la prima traccia, If eternity should fail.
Nel complesso, il primo dei due dischi risulta più vicino alle proposte classiche degli Iron mentre il secondo sembra assorbire di più le influenze dei dischi solisti di Dickinson, senza che questa dicotomia risulti però fastidiosamente evidente a discapito della proposta musicale.
Bella anche la copertina che ci regala finalmente un Black album anche per gli IRON.

In conclusione, possiamo affermare che i vecchi leoni britannici una zampata la sanno ancora tirare e che questo ultimo album, soprattutto se sorbito a piccole dosi, in mezzo alle tante proposte dei giovani gruppi sfornati in serie dall’industria musicale, sembra proprio essere un ottimo esempio di quell’artigianato metal figlio degli anni ottanta che tanto ci mancava.

E come si diceva ai bei vecchi tempi UP THE IRONS!

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Apocalypto- Mel Gibson

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