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Andrè Aciman

Chiamami col tuo nome

Guanda, 2008, 271 p.
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Articolo di Laura Cavallanti

Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera del taxi e hai già salutato gli altri e non c’è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo e chiamami col tuo nome.

Estate 1983. Elio e Oliver. Elio è un ragazzo di 17 anni, figlio di un professore universitario, amante della musica, maturo per la sua età, che trascorre le giornate estive trascrivendo musica, giocando a tennis, pedalando per le viuzze di campagna e nuotando per cercare un po’ di refrigerio dalla canicola estiva. Oliver è uno studente americano di 24 anni, circondato da un’aura di fascino e sicuro di sé, ospite nella villa dei genitori di Elio per alcune settimane per motivi di studio.
Le vite dei due ragazzi all’improvviso si intrecciano e ciò che ne scaturisce è un sentimento spontaneo, vero, dapprima timido che si affaccia in punta di piedi e teme di non essere corrisposto, poi sempre più prorompente che vuole esplorare i risvolti di un amore sconosciuto che li ha colti entrambi impreparati. E alla fine c’è la consapevolezza dell’unicità di ciò che si è vissuto, che non tornerà mai più.
Lo stile e le numerose descrizioni all’interno di questo romanzo riescono a catapultare il lettore in un’atmosfera che sembra appartenere ad un’altra epoca, fatta di estate, caldo, umidità, zanzare, adolescenza, baci rubati e genitori capaci di osservare senza giudicare, capaci di lasciare il giusto spazio senza prevaricare in nessun modo libertà e possibilità di commettere errori. Nel dialogo tra padre e figlio, verso la fine del romanzo, infatti il professore, parlando del sentimento che ha travolto il figlio, gli dice molto apertamente: “Al posto tuo, se il dolore c’è, lo farei sfogare, e se la fiamma è accesa, non la spegnerei. […]. Non provare niente per non rischiare di provare qualcosa… che spreco!

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