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Ermanno Olmi

Il mestiere delle armi

Italia, 2001
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Articolo di Michele Provezza

La guerra è tutta un fastidio.

Italia, novembre 1526. Mentre le truppe Lanzichenecche sciamano verso Roma guidate dal generale Frundsberg, lo stimatissimo capitano dell’esercito pontificio Giovanni dalle Bande Nere, con una abile strategia di improvvise incursioni, tenta di frenarne l’avanzata, finchè il tradimento del marchese di Mantova, che consentirà libero passaggio ai tedeschi, e quello di Alfonso D’Este, che agli stessi fornirà nuove e temibili armi da fuoco, non risulteranno fatali.
Sarà proprio un colpo di falconetto alla coscia a portare alla fine a soli 28 anni del giovane soldato.

Leggendo il plot narrativo e il titolo ci si potrebbe aspettare, considerata anche la strada scelta da tanto cinema di genere, un film magniloquente fatto di continui scontri e eroismo muscolare al limite del credibile. Invece, è proprio il suo essere altro a rendere il film del maestro Olmi, a mio modesto parere, uno dei cinque migliori film di guerra disponibili.

Gli ultimi giorni di vita di Giovanni dalle Bande Nere ci vengono riportati con rigorosa ricostruzione storica e una impeccabile e affascinante resa formale e stilistica che visivamente, in molti passaggi, ricorda la ritrattistica cinquecentesca.

Le durezze della vita militare non ci vengono rese con infinite e sanguinose battaglie, ma con poche maestose pennellate: un bivacco, un’impiccagione, il lento incedere dei soldati nella neve, i silenzi, le crudezze di un inverno padano che la magnifica fotografia rende magistralmente. Pochi accenni che fanno forse intuire meglio di mille scontri l’orrore della guerra.

Una guerra che sta passando, con l’introduzione delle armi da fuoco, ad una fase ancor più spersonalizzante in cui l’onore, il coraggio, lo sfavillio dei racconti cavallereschi, per quanto spesso solo idealizzazioni, sembrano svanire, inesorabilmente, oscurati dall’intrigo, dall’ipocrisia della politica e della logica dell’interesse.

Di questo, la stessa parabola finale della vita di Giovanni dalle Bande Nere, tradito dagli amici e ferito proprio da una di quelle nuove armi da fuoco, diventa allora tragico simbolo. E, se da un lato ci viene mostrato nella sua fierezza e abilità di soldato onorevole e da tutti onorato, tanto coraggioso da tenersi il lume durante l’amputazione della gamba e pronto a chiedere in punto di morte di essere posato sulla sua cuccetta a chiudere una vita da guerriero, solo orizzonte conosciuto, dall’altro, e forse il più toccante, ci viene mostrato nelle sue debolezze di uomo, di marito e di padre, nelle sue semplicità, nella sua grande fede, nella sua voglia di vita.

Il regista sceglie di mantenere la guerra sullo sfondo senza spettacolarizzazioni inutili mostrandoci più l’intimo del soldato di cui Giovanni è espressione, in un rapporto “Uomo- Guerra” che si rovescerà nell’altrettanto importante Torneranno i prati, in cui affronterà il rapporto “Guerra- Uomo” con l’effetto destabilizzante dell’orrore della guerra su un gruppo di soldati durante la Prima Guerra Mondiale, chiudendo un dittico fondamentale di analisi su questo terribile aspetto della esistenza umana.

Chi fu il primo che inventò le spaventose armi?
Da quel momento furono stragi, guerre.
Si aprì la via più breve alla crudele morte.
Tuttavia il misero non ne ha colpa. Siamo noi che usiamo malamente
quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve.
(Incipit del film)

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locandina

Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Musiche: Fabio Vacchi
Fotografia: Fabio Olmi
Durata: 105′

Interpreti e personaggi
Giovanni de Medici dalla Bande Nere: Christo Jivkov
Federico Gonzaga: Sergio Grammatico
Maria Salviati de Medici: Dessy Tenekedjieva
Alfonso d’Este: Giancarlo Belelli

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