Archivio tag: inception

J.J. Abrams, Damon Lindelof

Lost

ABC, 2004
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“Auguri fratello, ad un’altra vita!”

Non puoi dire di essere un amante delle serie tv se non hai mai visto Lost.

Lost è una serie televisiva nata nel 2004 e conclusasi nel 2010 creata da J. J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber e prodotta da Abc.

Il 22 Settembre 2004 l’aereo 815 della compagnia Oceanic Airlines, in volo da Sydney a Los Angeles, precipita su un’isola al largo dell’oceano. I sopravvissuti cercano di resistere in attesa dei soccorsi. Fin da subito vengono però investiti da una serie di inspiegabili eventi.

Sono proprio i misteri la colonna portante di Lost: dagli orsi polari, passando dalla botola sigillata o dai numeri 4 8 15 16 23 42, fino agli “Altri”. In un crescendo di suspance e stranezze, la serie si arrampica su teorie e supposizioni degli spettatori, che verranno alla fine risolti o dalla serie stessa, o da indizi che gli spettatori dovranno cercare da soli (facendosi aiutare la Lostpedia).
Si possono trovare tutte le 114 puntate, distribuite sulle 6 stagioni, anche su Netflix (un ottimo motivo per farsi un account, ve lo garantisco!).

Consigliata soprattutto a chi non ha mai visto una serie tv.
Impossibile non farsi rapire da Lost: la miriade di personaggi ognuno col proprio passato, la storia, le musiche di Michael Giacchino, l’ambientazione (difficile che le Hawaii passino inosservate), i vari riferimenti a letteratura, cinema, filosofia e scienze; ognuno avrà pane per i suoi denti.

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Guarda anche: Inception, di Christopher Nolan
Leggi anche: Il Simbolo Perduto, di Dan Brown
Ascolta anche: Colonna sonora di Up, di Michael Giacchino

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Zack Snyder

Sucker Punch

USA - Canada, 2011
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Se non combatti per qualcosa ti ritroverai con niente!

Hai paura… non devi. Per raggiungere il tuo paradiso, lasciati andare.
Quello che stai immaginando in questo momento? Tu controlli questo mondo.

Articolo di Kastalya von Dunst

Onestamente, io l’ho trovato un film che fa riflettere: ogni cosa è inserita per un motivo ben preciso, nulla è lasciato al caso. Forse è solo la ridondanza barocca dei combattimenti che rischia di depistare, ma è una scelta stilistica fatta consapevolmente, con cognizione di causa.
Andiamo per gradi.
Che ci siano tre livelli di realtà è ben chiaro praticamente a tutti: ma cosa sono questi tre livelli? Come per Inception, è complicato riuscire a tenerli a mente e incastrarli correttamente, rischiando difatti di dare una lettura diacronica invece che sincronica del film, facendo perdere di valore a tutta la costruzione narrativa.

1 – Baby Doll e il Reale
Come diceva Leopardi, in questo livello si parla dello “squallido Vero e del solido Nulla”. Al mancare della figura materna, subentra un paterno deviato e pericoloso che porta all’evento chiave (il Sucker Punch, appunto): per cercare di proteggere la sorellina, Baby Doll si sporca le mani ma, dato che quello che la muove al momento è la disperazione più che la volontà di farcela, distrugge la sua stessa innocenza venendo rinchiusa in un manicomio. Un’emblematica caduta dalla grazia tipica di ogni evoluzione dall’infanzia all’età adulta: la sorellina da lei uccisa è sia un’azione da redimere, sia l’emblema della perdita della sua fanciullezza.
C’è un teatro però, un Teatro dell’anima, dove la terapia psicanalitica cerca di smuovere i rimossi di queste povere anime perdute, facendo loro letteralmente portare in scena quei grandi psicodrammi che le hanno condotte in quel luogo senza futuro. Un’esaltazione del percorso interiore che si compie nei momenti drammatici che si affrontano durante la vita e che se non si trova il coraggio di affrontare non ci renderanno mai liberi.

2 – Baby Doll e la Sublimazione del Reale
Siamo ora al secondo livello, il reale è una prigione e se non possiamo uscirne… beh, cambiamolo!
Come in una fiaba, siamo nel punto in cui si deve cercare di risolvere il problema: si cercano quindi stratagemmi magici, alleanze e spinte motivazionali che permettano di lavorare come un corpus unico contro il nemico comune.
Ecco quindi che il manicomio diventa un bordello, le pazienti delle prostitute, gli inservienti i padroni, la psichiatra una prostituta con la sindrome di Stoccolma e il dottore un cliente facoltoso per il quale è motivato l’ingresso di Baby Doll nella struttura. Sarà infatti il suo regalo, lei è qui solo per lui.
È questo il valore catartico di questo livello: permettere alla nostra psiche di accedere alle soluzioni che ci possono salvare, è un trait d’union tra il Reale e l’Ideale, escamotage volto a dare scacco matto al Reale e saccheggiare l’Ideale per trovare nel fondo della nostra anima le vie di fuga dal Dolore. Spesso il solo modo di combattere la sofferenza è di arrendersi, messi con le spalle al muro, così da poter affrontare tutte le nostre paure. Il vero valore del processo sta proprio in questo: da questo confronto con la nostra Anima.

3 – Baby Doll e l’Ideale
Questo livello fa da contrappunto simmetrico del Reale. E tanto è squallido e doloroso l’uno, tanto è immaginifico e catartico l’altro: il suo essere così barocco e ridondante, sovrabbondante di suoni e colori, serve ad equilibrare il reale. Se nel mondo del manicomio l’individualità è annullata, qui le protagoniste sono ben marcate, ognuna ha una sua caratteristica, una sua unicità, una sua forza e soprattutto una sua capacità di influenzare il mondo. Emblematico il combattimento con i samurai di pietra, immensi ed enormi, apparentemente invincibili per una piccola ragazzina disarmata.
Estremamente importante è la figura del Saggio Maestro che insegna a Baby Doll come combattere e quindi a come essere libera. Se si bada bene, non le mostra come scappare, bensì le dice semplicemente che l’avrebbe aiutata ad essere libera. È questo quello che conta.

In definitiva, Sucker Punch è un viaggio iniziatico.
Essere liberi è il punto di partenza per poter vivere davvero. La prigionia metaforica dell’ospedale e quella sublimata del bordello sono emblemi di una prigionia interiore che non permette di essere quello che vogliamo.
Il Viaggio della Vita ha portato la protagonista a lottare con i propri strumenti: per questo una delle cose che più ha depistato gli spettatori è stata di fatto la fine del film. Bisogna passare oltre i normali schemi narrativi. Baby Doll realizza solo verso la fine che il solo modo per fuggire, quel quinto elemento, la quintessenza necessaria per terminare il rituale magico per la fuga, è lei stessa. In questo modo si offre spontaneamente alle proprio paure. Solo ridendogli in faccia, facendo loro vedere che non sono nulla se non parti di noi stessi che siamo in grado di controllare, possiamo vincerle, e possiamo quindi essere davvero liberi.
Baby Doll è martire a imperitura memoria di una battaglia epocale contro se stessi, dove spesso si impara che quando si perde si vince, perché di fatto, quando si combattono queste battaglie non ci sono sconfitti, ma solo vincitori.

Ti è piaciuta questo film? Allora guarda anche…
James Mangold – Wolverine, L’immortale
Alex Proyas – Il Corvo
Neil Marshall – Doomsday: Il giorno del giudizio

… e leggi anche
Oliver Bowden – Assassin’s Creed : Rinascimento
Kevin Brooks – Bunker Diary
Kazuo Ishiguro – Non lasciarmi

…e ascolta anche
Emily Browning – Sweet Dreams (Are Made of This) [Sucker Punch OST 01]
Lords Of Acid – The Crablouse Instrumental
Queen (feat. Armageddon) – I Want It All / We Will Rock You (Mash-Up) [Sucker Punch OST 04]

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Regia :  Zack Snyder
Sceneggiatura : Zack Snyder – Steve Shibuya
Fotografia : Larry Fong
Musica : Tyler BatesMarius De Vries
Durata: 105’

Interpreti e personaggi principali:
Emily Browning : Baby Doll
Abbie Cornish : Sweet Pea
Jena Malone : Rocket
Vanessa Hudgens : Blondie
Jamie Chung : Amber

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Satoshi Kon

Paprika

Giappone, 2006
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Un’invenzione rivoluzionaria, la DC-Mini: l’idea geniale di uno scienziato mai cresciuto, Tokita, e della dottoressa Atsuko Chiba, permetterà agli psicologi di entrare nei sogni dei pazienti e offrire un adeguato trattamento ai loro disturbi.
Ma prima ancora che vengano immessi sul mercato, alcuni esemplari di Dc-Mini scompaiono dai laboratori e il ladro che ne entra in possesso inizia a rivelare il potenziale devastante del congegno, sconvolgendo dapprima le vite dei protagonisti e poi la realtà stessa, con il folle scopo di renderla una cosa sola con i sogni.
Come un’Alice attraverso lo schermo, in cui lo schermo siamo noi spettatori, il film di Satoshi Kon riflette a profondità abissali sulla capacità illusoria del cinema, piegando i generi cinematografici e i loro ritmi (thriller, giallo, sci-fi) ai propri scopi come pareti di edifici immaginari, in un’opera in cui le infinite rifrazioni della trama sono riflesse come in un prisma e per cui non è eccessivo scomodare il termine capolavoro.
 
Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche
Millennium Actress – Satoshi Kon
Inception – Christopher Nolan
L’Arte del Sogno – Michel Gondry
La città incantata – Hayao Miyazaki
 
…e ascolta anche
Asobi Seksu – Trails
Nine Inch Nails – Wish
Gutevolk – Picnic
 
Locandina di Paprika, film di Satoshi Kon
Regia: Satoshi Kon
Soggetto: Yasutaka Tsutsui
Sceneggiatura: Seishi Minakami, Satoshi Kon
Art director: Nobutaka Ike
Animatori: Masashi Ando
Fotografia: Michiya Katou
Montaggio: Takeshi Seyama
Musiche: Susumu Hirasawa
Durata: 90′

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