Archivio tag: japandroids

Cloud Nothings

Here and Nowhere Else

Wichita Recordings, 2014
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It starts right now, that’s the way I was before
But I can’t be caught how I was those days anymore
I’m learning how to be here and nowhere else
How to focus on what I can do myself

In anni difficili come questi, sembra che il modo migliore per cercare di rimanere in piedi e cacciar fuori l’ansia sia ancora scrivere canzoni da tre minuti e tre accordi, figlie della tradizione urlante che discende dal glorioso indie-rock americano degli anni Ottanta. Lo fanno i Japandroids, i No Age o i Titus Andronicus. Lo fanno i Cloud Nothings da Cleveland.
La musica di Dylan Baldi (cantante, chitarrista, compositore), TJ Duke e Jayson Gerycz è ancora più compatta di quanto ricordassimo dai primi tre album; otto canzoni sgolate e tiratissime, fatte per combattere l’incertezza di una vita che minaccia di diventare monotona e immobile ben prima di iniziare a svanire. La paura e la necessità di muoversi, condensate in un pacchetto di melodie distorte, che bruciano veloci quanto le parole di Baldi, slogan da mandare a memoria più che pensieri strutturati.
Non c’è spazio per rallentamenti, nella mezz’ora scarsa di Here And Nowhere Else, ma solo per pezzi da ricordare: la doppietta iniziale Now Hear In e Quieter Today; il break rumorista e la lunga coda di Pattern Walks, che abbatte il muro dei sette minuti; l’apertura sui tempi medi Psychic Trauma che si risolve nel consueto tornado ritmico.
E poi, in chiusura, il singolo I’m Not Part Of Me: un pezzo che è una sequenza di ritornelli perfetti con cui farsi male al cuore in concerto come nella propria camera o per la strada, a ricordarci che non c’è molta scelta e quello che abbiamo da giocarci è qui e da nessun’altra parte.

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The House That Heaven Built – Japandroids
Titus Andronicus – Titus Andronicus
Fammi Domande – Fast Animals And Slow Kids

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McLusky

McLusky Do Dallas

Too Pure, 2002
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Quando Steve Albini mette le mani sulla produzione di un album si sa che ne verrà fuori un mostro spaventoso e memorabile. E’ il caso di Mclusky Do Dallas, opera seconda di una grande band gallese troppo spesso dimenticata, uscito dodici anni fa, quando indie era già una parola priva di senso che serviva per raccontare dischi quasi sempre insopportabilmente carini e sorridenti.
Qui dentro, invece, niente di tutto ciò: fin dai titoli, ci trovi il ghigno della cattiveria gratuita, del politicamente scorretto, dello sputo sarcastico. Quattordici canzoni formidabili, con il tiro feroce del noise-punk e una sezione ritmica mastodontica, vicina a quella del leggendario Surfer Rosa, travolte dallo scream psicotico di Andy Falkous.
A sorprendere è la qualità melodica di brani ben oltre l’orlo del collasso nervoso, sempre fuori controllo e però capaci di riportare tutto a casa grazie a una scrittura precisa e affilata come un rasoio.
A volte i ritmi rallentano e regalano melodie appiccicose: il caracollare di Collagen Rock, Day Of The Deadringers e Gareth Brown Says, il sussurro di una Fuck This Band da Pavement in una giornata storta, l’inno Alan Is A Cowboy Killer, squarciato dalle convulsioni distorte del ritornello. Ma quasi sempre i Mclusky si abbandonano al puro piacere della distruzione, con anthem che raramente superano i tre minuti, come il terrificante uno-due iniziale Lightsabre Cocksucking Blues/No New Wave No Fun e le nevrosi martellanti di To Hell With Good Intentions (anni dopo ripresa dai Japandroids), What We’ve Learned e The World Loves Us And Is Our Bitch. Per tacere delle micidiali Dethink To Survive e Whoyouknow.
Un capolavoro da disadattati, brutti, sporchi e cattivi. Vivaddio, vien da dire.

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Japandroids

Celebration Rock

Polyvinyl, 2012
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La polvere macinata in chilometri e chilometri di viaggio. Le orecchie che fischiano dopo concerti incendiari su palchi di quarta mano. Gli occhi pesti ma felici rimediati in un pogo alcolico indimenticabile.
A tutto questo fanno pensare le canzoni dei Japandroids, un duo voce-chitarra-batteria di improbabili nerd canadesi che scartavetra l’indie-rock più semplice ed eccitante dai tempi della creazione e regala con Celebration Rock otto nuovi inni da urlare fino a perdere la voce, da un’auto qualunque lanciata su una strada secondaria qualunque di una provincia qualunque.
Musica che non era di moda nemmeno quando andava di moda ascoltare l’alternative rock e, vivaddio!, non lo sarà mai.
Musica che brucia l’anima fin dai titoli: The Nights Of Wine And Roses, Fire’s Highway, Adrenaline Nightshift, Younger Us, The House That Heaven Built, perfino una cover del leggendario classico punk-blues For The Love Of Ivy dei Gun Club.
Per far esplodere la vita, almeno fino al prossimo concerto.

Ascolta tre brani tratti dall’album
The House That Heaven Built, Adrenaline Nightshift, Fire’s Highway

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