Archivio tag: jeffrey eugenides

Shirley Jackson

Abbiamo sempre vissuto nel castello

Adelphi, 2009, 182 p.
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Oggi non ci sarà nessun cambiamento, pensai, è solo la primavera; ho fatto male a spaventarmi tanto. Le giornate si sarebbero fatte più tiepide, zio Julian se ne sarebbe stato seduto al sole, Constance avrebbe riso mentre lavorava in giardino, e tutto sarebbe rimasto uguale. Jonas continuava a raccontare (“E poi ci siamo messi a cantare! E poi ci siamo messi a cantare!”), sopra di noi si muovevano le foglie e tutto sarebbe rimasto uguale.

 
La famiglia Blackwood viene sterminata con l’arsenico. A sopravvivere sono solo lo zio Julian e le sorelle Constance e Mary Katherine. Ma chi è l’assassino? Constance, nonostante abbia cucinato la cena avvelenata, è palesemente incapace di fare del male alla sua famiglia, tanto che viene dichiarata innocente nel processo che segue la strage. Ma gli abitanti del vicino villaggio non riescono a perdonarla e l’antipatia che tutti già provavano per i Blackwood si trasforma in odio vero e proprio nei suoi confronti, spingendola ad una vita da reclusa. La routine e l’apparente serenità nella quale i tre vivono viene spezzata dall’arrivo del cugino Charles, interessato alla cospicua ricchezza ereditata dalle ragazze. Shirley Jackson racconta una storia fatta di piccole tensioni e gesti monotoni compiuti dai protagonisti che, con l’arrivo dell’estraneo cugino sono destinati ad esplodere in un delirio di rabbia e vendetta.
 
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Un gioco da bambini- J.C.Ballard
Le vergini suicide- Jeffrey Eugenides

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Simona Gretchen

Post-Krieg

Disco Dada/Blinde Proteus, 2013
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Quattro anni sono passati da Gretchen Pensa Troppo Forte, folgorante esordio di Simona Darchini che aveva saputo trasfigurare gli spigoli di un cantautorato rock nervoso e multiforme in un esorcismo personalissimo, un invito a sfilarsi la pelle per scoprire cosa ci stesse sotto.
Il presente si chiama Post-Krieg, un pugno di brani memorabili incentrati sui conflitti interiori che lacerano l’identità.
La voce non è più quel nervo scoperto, ma un coro di voci lontane, estasi mistica di riti celebrati in stanze oscure, mentre lo spettro sonoro letteralmente esplode: Post-Krieg apre su cadenze minacciose e bassi lugubri di derivazione post-punk, Hydrophobia scioglie la tensione di un groove maligno in un devastante break post-hardcore; gli archi di Enoch si adagiano su un dolce ritmo ternario e stringono il cuore fino alle lacrime, le chitarre aeree di Pro(e)vocation incrociano arpeggi avvolgenti.
La chiusura spetta al trittico Everted: marziale e ipnotico nell’apertura; sognante, quasi impalpabile, e poi epico e trionfale, in una seconda parte che va a morire là dove era nata; lento e inesorabile nella complessa architettura del finale.
Un album strabiliante per impatto fisico ed emotivo, pensato come un commiato: con Post-Krieg, Gretchen esce di scena.
Tutto quel che farà Simona, ora, differirà inevitabilmente per forma e sostanza; conserverà però per certo quello stesso rigore morale, il medesimo sapore di ruggine e ossa.
 

 
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Jeffrey Eugenides

Le vergini suicide

Mondadori, 1993
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In fondo non contava quanti anni avessero, o che fossero ragazze, ma solo il fatto che le avevamo amate e che loro non avevano udito il nostro richiamo; non ci odono neanche adesso che siamo quassù, nella casa sull’albero, con i capelli radi e un po’ di pancia, e le chiamiamo perché escano dalle stanze in cui sono entrate per trovare la solitudine eterna, la solitudine del suicidio, che è più profondo della morte, le stanze dove non troveremo mai i pezzi per rimetterle insieme.
 

Una voce corale affranta, quella di ragazzi non più ragazzi che a vent’anni di distanza rievocano il suicidio delle cinque sorelle Lisbon; creature tanto desiderate quanto irraggiungibili e distanti, soffocate nella prigione dorata della propria casa da genitori sconvolti dalla morte della più giovane, Cecilia.
Con la consapevolezza di aver visto sparire tanta bellezza poco a poco, proprio davanti agli occhi.
Con la rabbia di non poter dare una spiegazione al terribile finale di storia, quando raggiungerle pareva ormai cosa fatta.
Con la malinconia di non riuscire a riportarle in vita per mezzo di ricordi simili a fotografie sbiadite, a ritrovare pezzi mancanti di un’adolescenza passata.
Le Vergini Suicide, primo romanzo di Jeffrey Eugenides, è la storia toccante e meravigliosa del tentativo tenero e goffo di restituire alla vita il luccichio dei quindici anni, quando tutto ruotava intorno a uno squillo del telefono: all’altro capo, il suono di una canzone che si aspettava da una vita e ora è solo silenzio.
 
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