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Kraftwerk

Autobahn

Philips Vertigo, 1974
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Wir fahr’n fahr’n fahr’n auf der Autobahn

Vor uns liegt ein weites Tal
Die Sonne scheint mit Glitzerstrahl

Die Fahrbahn ist ein graues Band
Weisse Streifen, gruener Rand

Jetzt schalten wir ja das Radio an
Aus dem Lautsprecher klingt es dann:
Wir fah’rn auf der Autobahn

Anche i meno avvezzi alla storia della musica hanno sentito almeno una volta il nome Kraftwerk: gruppo che ha influenzato anni di produzioni musicali in tutto il mondo.
Autobahn, il loro quarto album, è ancora più rivoluzionario dei precedenti.
È un non-luogo (fisico prima di tutto: autobahn significa autostrada in tedesco, cioè qualcosa che serve per spostarsi da un luogo all’altro ma che luogo non è); è un non-luogo dove l’elettronica è impulso di vita nascente, coinvolge in una stasi di problemi, perdurando quasi un’ipnosi sinaptica, impulso ad immergersi nella descrizione musicale.
L’eloquenza quasi stilnovista che compenetra i riff ripetuti dei sintetizzatori e delle chitarre sembra creare un’atmosfera trance ante litteram, quasi un premonitorio omaggio del gruppo ad un genere in voga molti anni dopo.
Basterebbe la title track, ma allarghiamo il pensiero a tutto l’album: un intero lavoro che ha gettato i semi dell’elettronica come oggi l’intendiamo, dell’electro-funk, della musica ambient, del synth pop solo per citarne alcuni.
Wirh far’n far’n far’n auf der autobahn” (andiamo andiamo andiamo per l’autostrada) assume una doppia valenza: oltre ad essere parte della canzone, assume il significato di andare oltre, sperimentare, creare unioni di sacro e profano.

Ascolta l’album:
Autobahn

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Offlaga Disco Pax

Socialismo Tascabile

Santeria, 2005
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Hai lasciato: piazze piene, urne vuote, tremori gentili, tracce sottili, tracce profonde sugli zerbini dei miei pianerottoli.
Mancano: le tue parole sul niente, il calore bagnato e sporco che avevo, il dispiacermi di non bastare.
Siamo rimasti a guardare un desiderio qualche volta noioso e non sarai mai un’emozione da poco.

Un battito elettronico da due soldi, pigro come una mattina di primavera e un giro di chitarra che in sé racchiude tutta la bellezza e la malinconia di un ricordo; poi la voce di Max Collini, a raccontare un anno scolastico agrodolce, passato nel terrore di un insegnante all’apparenza spietato, tanto da essere soprannominato Kappler.
Le immagini che incontriamo in Socialismo Tascabile creano uno spaccato commosso e tagliente sulla realtà della provincia emiliana socialista degli anni Settanta-Ottanta, che si parli di formazione sentimentale (il valzer robotico di Khmer Rossa) o di rigidi alternativi (Tono Metallico Standard, post-rock rumorista), di amori finiti (l’incalzare ritmico di Enver) e finiti male (DeFonseca) o di chewing-gum fuori produzione (l’ipnotica Cinnamon) e wafer di nicchia rilevati da una multinazionale a simboleggiare la fine di un’epoca (Tatranky, otto minuti drammatici di moog e chitarre sfarinate).
Gli oggetti e i simboli dell’ideologia diventano per gli Offlaga Disco Pax l’unico mezzo per narrare un passato seppellito dal crollare dei muri; canzoni politiche che diventano questioni private e viceversa, e che letteralmente esplodono nell’elenco di citazioni dell’inno electro-punk Robespierre.
 
Ascolta quattro brani tratti dall’album
Kappler, Robespierre, Tono Metallico Standard, Tatranky
 
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