Archivio tag: la commedia umana

Dino Buzzati

Il deserto dei tartari

Mondadori, 2012, 202pg
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A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.

Questo romanzo di Buzzati venne pubblicato nel 1940 e lo decretò da quell’anno, nella folta schiera dei grandi autori del Novecento italiano; e se ben tuttavia siano passati più di settant’anni da quella data, queste parole e questo racconto restano pur sempre attuali e forti.
Come avrete compreso dalla citazione iniziale si tratta di un romanzo che parla della solitudine dell’uomo, in modo onesto e trasparente: sincero, che per quanto amore esista anche la solitudine esiste, ed è un sentimento pieno e concreto che tutti, di noi, si riesce a toccare.
Ma non è solo quello. Si tratta anche di un racconto di speranza e di attesa, che in fondo altro non sono che componenti fondamentali della nostra vita. La speranza che il meglio debba ancora venire, che qualcosa succederà e che noi saremo pronti ad affrontarlo, ed è per questo che tutti i giorni ci alziamo e combattiamo i “Tartari”; e poi l’attesa. Perchè non c’è speranza senza attesa.
Ci sentiamo dire di smettere di aspettare qualcosa che arriverà, di uscire fuori e prendercelo, eppure, ci sono momenti in cui, e questo racconto ne è la “prova”, la vita non è fatta e non può essere fatta d’altro che d’attesa. Posso raccontarvi dettagli della trama di questo romanzo, se volete. Il protagonista è questo Tenente Giovanni Drogo e il posto in cui aspetterà tutta la vita è la Fortezza Bastiani, ultimo baluardo di un impero molto vasto, che però si trova in un punto strategico e di difficile attacco: il deserto.
Tuttavia la parte davvero interessante del libro, non sta certo nel dove e nel nome dei protagonisti; ma sono le magiche allegorie di Buzzati. Il deserto, il luogo isolato in cui le visioni e la perdita della cognizione del tempo sono abitudine; e appunto la fuga del tempo, il continuo ripetersi di un ciclo di gesti che si perde e riprende sempre uguale a sé stesso. L’angoscia, vista per intero, come se si potesse toccare e conoscere: che probabilmente a conoscerla si è più preparati, alla vita, dico.
Ultima citazione che vorrei leggeste di questo testo, riguarda proprio loro: i Tartari, perchè nel romanzo di questi non si fa altro che parlarne, e tanto, per cui fateci caso, e fate in modo che di quello che è fatta la vostra vita, non si faccia solo che “parlarne tanto”.
I Tartari… I Tartari… Da principio sembra una stupidaggine, naturalmente, poi si finisce a crederci lo stesso, almeno a molti è successo così, effettivamente.

Ascolta anche
Nevermind – Nirvana

Guarda anche
Il deserto dei tartari – Valerio Zurlini

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Sergei Dvortsevoy

Tulpan – La ragazza che non c’era

Germania - Kazakhistan - Polonia - Russia - Svizzera, 2006
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Anche Carlo d’Inghilterra ha le mie stesse orecchie!

Dall’immensa steppa kazaka arriva una storia sui desideri e sulle aspirazioni della vita.
Terminato il servizio militare nella marina, Ashkat torna dalla sua famiglia dedita alla pastorizia, lavoro che vuole portare avanti con la stessa dedizione dei suoi genitori e dei suoi nonni. Per prima cosa però, vuole pensare al futuro e cercare moglie: Tulpan è la ragazza ideale… tuttavia lei non ne vuole sapere. Lei ha in mente solo la città dove aspira ad andare per dedicarsi allo studio e la famiglia di lei non è da meno: Ashkat non piace perché ha le orecchie a sventola (!) e viene considerato un idealista e sognatore. Toccato dal rifiuto si rifugia ad accudire il suo amato gregge e riflette su come davvero vuole costruire il suo destino.
Lungometraggio che affronta e studia l’animo umano con maestria e realismo (non a caso ha vinto la sezione Un Certain Regard del Festival del Cinema di Cannes) affrontandolo come se fosse comprimario della steppa, protagonista anch’essa come eterna compagna senza confini in contrasto con i confini dell’esistenza dei personaggi.
Da guardare gustando la vita a piccoli sorsi.

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Sul lago Tahoe di Fernando Eimbcke
Vita di Pi di Ang Lee

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Tutto per una ragazza di Nick Hornby

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Amici Mai di Antonello Venditti
Hide and Seek di Imogen Heap

Locandina Tulpan 

Regia: Sergei Dvortsevoy
Sceneggiatura: Sergey Dvortsevoy – Gennady Ostrovsky
Fotografia: Jolanta Dylewska
Durata: 100’

Interpreti e personaggi principali:
Ondas Besikbasov : Ondas
Samal Esljamova : Samal
Askhat Kuchencherekov : Ashkat
Tolepbergen Baisakalov : Boni
Bereke Turganbayev : Beke
Nurzhigit Zhapabayev : Nuka

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Richard Brautigan

American dust

Isbn, 2005
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Articolo di Silvia Ranzetti

Prima che il vento si porti via tutto
Polvere… d’America… polvere

La polvere, si sa, è ciò che contraddistingue le storie dimenticate e tutti quegli oggetti che in esse hanno avuto un ruolo più o meno decisivo. Come può allora la polvere dare il titolo a una confessione, al tentativo di tenere un ricordo il più vivo possibile? È questa la missione di American Dust, l’ultimo capolavoro che Richard Brautigan scrisse nel 1982, due anni prima della sua morte, e che uscì per la prima volta Italia nel 2005 per ISBN. Il protagonista di questo piccolo, grande libro è un ragazzino che affida al narratore (che altri non è se non lo stesso personaggio adulto) il suo ricordo più tormentato: era il 17 febbraio del 1948 quando, davanti alla scelta fra una scatola di proiettili e un hamburger, preferì investrire i propri pochi spiccioli nella prima determinando l’evento che gli sconvolse la vita.
La scenografia e i personaggi che la animano sono più americani che mai: un piccolo lago dell’Oregon in cui pescare e coltivare sogni di giochi incredibili, adolescenti che accolgono la fine della 2^ guerra mondiale imbracciando fucili, vuoti di bottiglie raccolti e restituiti ai negozi in cambio di qualche monetina. La tinta che avvolge ogni dettaglio è quella dell’ocra bruciata, il colore della terra polverosa, la stessa che campeggia nella California narrata da Steinbeck e Fante.
 
Ti è piaciuto questo libro? Allora leggi anche
Il giovane Holden – J.D.Salinger
La commedia umana – William Saroyan
Vicolo Cannery – John Steinbeck
 
…e guarda anche
Chiedi alla polvere – Robert Towne
Stand by me – Ricordo di un’estate – Rob Reyner

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