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Loreena McKennitt

The Mask and Mirror

QuinlanRoad, 1994
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Attraverso la Galizia, giù nell’Andalusia, oltre la Gibilterra fino al Marocco, Le Crociate, il pellegrinaggio per Santiago. Chi era Dio? E che cos’è la religione, la spiritualità? Che cos’è stato rivelato e che cos’è stato nascosto, qual era la maschera e quale lo specchio?

The Mask and Mirror è il quinto album della cantante canadese Loreena McKennitt, pubblicato nel 1994. E’ un viaggio nella spiritualità più antica, un percorso epico tra le culture monoteiste (cristiana, ebraica e islamica), quelle pagane (celtica e nordica) dove ancestrali poemi cavallereschi incontrano le notti infuocate di Marrakesh.

Loreena è da sempre considerata l’icona della musica celtica e della spiritualità fatta incanto. In questo lavoro la McKennit si interroga sulle diverse  culture spirituali e sui modi con cui le popolazioni, nel corso del tempo, hanno adorato le proprie divinità e quali forme di arte ne hanno tratto. The Mask and Mirror è, proprio per queste ragioni, ambientato nella Spagna del XV secolo crocevia di culture diverse ricca e meravigliosamente feconda.

Il disco si apre sulle note di The Mystic’s Dream, il coro dei monaci, squarciato d’improvviso da lontanissime percussioni, dal sitar, e dall’eco fugace del flauto. The Bonny Swans evoca la leggenda delle due sorelle, del cigno e dell’arpa, fra violoncelli, la chitarra elettrica e il ritmo del bodhran celtico. The Dark Night Of The Soul si basa sull’omonima poesia del sacerdote spagnolo San Giovanni della Croce e traccia il sentiero per la ricerca spirituale che accompagna tutto il disco. Marrakesh Night Market è, invece, dipinta da una litania appassionata, accompagnata da percussioni arabe, balalaika e dalla perdizione di un violino tzigano spingendoci verso il capolavoro del disco Santiago; una vera e propria perla: un saltarello medievale che unisce i profumi arabi, e l’armonia occidentale in un ritmo quasi tribale. E’ importante segnalare che il testo di Cé Hé Mise le Ulaingt? The Two Trees è del poeta irlandese William Butler Yeats mentre Prospero’s Speech è dialogo finale con cui si chiude La tempesta shakespeariana  confezionando così un prodotto magistrale, unico nel suo genere, indispensabile per la storia della musica mondiale. Un disco che per sua natura è portato a cambiarti.

Se ti è piaciuto leggi anche:
Le nebbie di Avalon, Marion Zimmer Bradley
Le cronache di Narnia, C.S. Lewis
L’arpa celtica, Belson Hal

Ascolta anche:
Il canto degli Alberi, Lingalad

Guarda anche:
Il signore degli anelli, J.R.R Tolkien
Le crociate, Ridley Scott

 

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Fine Before You Came

Quassù c’è quasi tutto

La Tempesta, 2014
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spegniamo tutto, restiamo soli,
non pensiamoci più
ma cerchiamoci ovunque, facciamolo adesso
che domani non c’è

Ogni volta che i Fine Before You Came se ne escono con qualcosa di nuovo, è davvero difficile non restarne scossi. Dall’emotività esplosiva di Sfortuna e Ormai, le loro trame sonore si sono sempre più rarefatte, approdando infine alle cinque tracce di Come Fare A Non Tornare, che ha definito un modo realmente unico di accostare emo-core, post-rock e testi personalissimi eppure sempre capaci di coinvolgere.
Poi, dieci giorni fa, è arrivato un altro dono: come sempre inaspettato, come sempre in free download, Quassù C’è Quasi Tutto è un EP di sole due canzoni che spinge ancora un poco in là i confini di una musica sempre più sfumata e dilatata.

“Angoli” prende forma lungo un’introduzione di chitarre vaghe e colpi minacciosi, prima che un ipnotico arpeggio si faccia strada, preparando il terreno al cantato di Jacopo, ormai dimentico delle urla del passato; a metà del brano, poi, una sognante sospensione apre letteralmente al cielo, sollevata da un coro lieve e distante. Quindi la nebbia, che pareva finalmente soffiata via, torna ad addensarsi e riporta il pezzo alla struttura originaria, trascinandolo ben oltre i dieci minuti.
“Distanze” brucia lentamente, tra voci in sovrapposizione e riverberi, fino al break che in un attimo rilascia tutta la tensione accumulata in precedenza.

Una volta, raccontando di Neil Young e del capolavoro Everybody Knows This Is Nowhere, in cui il musicista canadese si abbandonava per la prima volta a devastanti sfuriate chitarristiche, Carlo Bordone ha scritto che ogni nota suonata, lì, era necessaria, come “una particella in più di sofferenza e di gioia”. Fatte le debite proporzioni, è quello che accade in questo album, troppo breve eppure miracolosamente bastante a sé: c’è bisogno di tutto questo e non serve altro.
Quassù c’è quasi tutto.


Un altro domani – Massimo Volume
Lean out – Crash Of Rhinos
A delicate sense of balance – Pelican
How near how far – And You Will Know Us By The Trail Of Dead

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Altro

Sparso

La Tempesta, 2013
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è tutto il tempo che non ho, è tutto quello che ho per te

Sul finire del bellissimo libro Our Band Could Be Your Life si racconta una storia: nel Settembre del 1992, a Seattle, i Pearl Jam suonano gratis in un parco, davanti a trentamila fan. Dall’altra parte della città, i favolosi Beat Happening tengono un concerto in un magazzino per centocinquanta persone, senza palco ma con un sacco di banchetti di fumetti.
Ecco, gli Altro fanno pensare a quelle cose lì. Ai fumetti, certo: la chitarra e la voce sono di Alessandro Baronciani, e l’approccio minimale alla composizione (quasi mai, qui, si arriva ai due minuti) ricorda quello di certe fulminanti strip. Ma soprattutto hanno a che fare con lo scegliere da che parte stare, quando si parla di musica scritta e suonata per pura passione, pochi mezzi e molte buone idee.
Sparsi sono i tre Altro: Alessandro, Gianni (basso) e Matteo (batteria) vivono tutti in città europee diverse, distanti; ogni incontro, ogni prova, ogni concerto si fanno sempre più complicati con il passare del tempo e gli impegni, ma forse è proprio la difficoltà a far vivere e luccicare queste tenere fantasie punk.
Sparse sono le canzoni che si trovano nel disco: sedici pezzi arrivano dai quattro 45 giri stagionali pubblicati nel corso degli ultimi anni (Autunno, Estate, Primavera, Inverno); due sono inediti, e tra questi la bellissima Paolo, chiusa perfetta che si tinge di un’eterea malinconia, inedita e sognante.
Sparso è l’album che meglio di qualunque parola racconta cosa siano arrivati a essere oggi gli Altro, tra sfuriate (post-) punk/hardcore (Ti Ricordi?, Ottimismo, Precisamente, Stampa, Sangue) e minime pause acustiche (Spesso, Calcoli), spigoli vivi e dissonanze (Lucia, Ingrandimento, Classe, Rico, Melograno) e melodie pop stralunate (Gattini) e rotonde (Nome, cantata con Erica Terenzi dei Be Forest).
Una raccolta di canzoni capaci di costruire un piccolo mondo a sé, fatte apposta per abbracciarsi e ballare.


Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
Holiday song – Pixies
This ain’t no picnic – Minutemen
Mi ami? – CCCP
Ti ringrazio – Wolfango
Indian summer – Beat Happening

…e leggi anche
Raccolta 1992/2012 – Alessandro Baronciani

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Massimo Volume

Aspettando i barbari

La Tempesta, 2013
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oh madre,
il vento scuote ciò che cede
le insegne, i rami, le catene
le foglie morte dell’amore
riuniti qui a consumare
il piatto freddo della cena
la vita stinta nell’attesa

Difficile raccontare i Massimo Volume a chi non abbia mai avuto la fortuna di avvicinarli prima.
Tre anni fa il clamoroso ritorno con Cattive Abitudini, nato dopo un silenzio di nove anni.
Oggi, Aspettando I Barbari è una nuova svolta: fuori quelle sonorità eteree, dentro gli spigoli elettrici che là, quando c’erano, erano pur sempre guidati da un calore luminoso.
Dieci brani più vicini al suono lacerato dei capolavori anni ’90 (Lungo i bordi, Da Qui), che ombreggiano di synth le dissonanze delle chitarre di Egle Sommacal e Stefano Pilia e la batteria di Vittoria Burattini, colpi parlanti che sembrano raccontare tutto ciò che i testi non dicono.
Sopra ogni cosa, le riflessioni di Emidio Clementi regalano momenti di poesia assoluta su pezzi che hanno il sapore dei classici: il ricordo di Buckminster Fuller in Dymaxion Song e di Vic Chesnutt nel brano omonimo, “una corona di spine poggiata sul palco tra la chitarra e le spie”; le parole di Danilo Dolci nell’opener Dio Delle Zecche, consacrata all’urlo scomposto di Clementi; le istantanee sulle vite spezzate di La Notte e le atmosfere dell’Africa postcoloniale nelle distorsioni sanguinanti di Il Nemico Avanza; il racconto per immagini della cattura di Osama Bin Laden in Compound, impressionante per potenza sonica e visiva fin dall’attacco: “Gli uccelli sul tetto la notte lasciano impronte di metallo”.
Un’opera scritta per durare, con apici indescrivibili negli orizzonti in fiamme di Aspettando I Barbari, nei nervi tesi allo spasimo del singolo La Cena e nel racconto biografico Silvia Camagni: testimonianze di come nessuno sappia mettere in musica le pieghe oscure della vita con l’intensità drammatica dei Massimo Volume.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Maria Callas – Santo niente
Il pranzo che verrà – Fine Before You Came
Everything I say – Vic Chesnutt
Breadcrumb Trail – Slint
 
…e leggi anche
Uomini e topi – John Steinbeck
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore – Raymond Carver
American dust – Richard Brautigan
 
…e guarda anche
La sottile linea rossa – Terrence Malick
America oggi – Robert Altman

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