Archivio tag: l’amore che resta

Jessica Hernandez & The Deltas

Secret Evil

Instant Records, 2014
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Live my life like all good people; but I was in never to tell.
God puts yours you got your fever but ended up giving them out.
If you keep your smile unsulking wonder what you’ll advance; to hell…
No! Take me or leave me,
go wise your going to find out somehow and get in my way
When the sun shines don’t cry them brown eyes,
he’s leaving you baby and coming for me.

Jessica Hernandez & The Deltas sembrano quasi invitarci dentro le loro canzoni, come vecchi amici che ci accolgono in casa propria: diretti ed aggressivi come sempre, orecchiabili e con punte di vitalità emozionante sottolineate sia dai testi che dal ritmo.
Secret Evil raggiunge il giusto mix tra indie e pop (c’è persino qualche spruzzata di dance music): percussioni azzeccate, melodie espanse plasmate dalla band e la voce di Jessica che controlla tutto.
Voce che ricorda a tratti Amy Winehouse e a tratti Patty Smith, ma ha la sua identità: suggestiva, sorprendente, incantevole, cambia totalmente da un brano all’altro.
Molto intelligentemente Jessica non strafa, gioca con i toni e si diverte.
Diciamocelo: la sua voce è un motivo più che sufficiente per ascoltare l’album e noi non ci facciamo certo pregare.

Ascolta tre brani dell’album
Sorry I Stole Your Man, Caught Up, Run Run Run

Se ti è piaciuto questo album ascolta anche
Gogol Bordello – Wonderlust King
Eels – Shootenanny!
Alvvays – Alvvays

E leggi anche
Joseph O’Connor – Il gruppo
Lucy Maud Montgomery – Anna dai capelli rossi

E guarda anche
Gus Van Sant – L’Amore Che Resta
Joel ed Ethan Coen – A proposito di Davis

 

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Eels

Electro-Shock Blues

DreamWorks, 1998
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life is funny
but not ha-ha funny

Non si contano, nella storia della musica, le opere che hanno tentato di trasformare in arte il dolore della perdita. Poche, però, l’hanno saputo fare con la grazia e l’intensità di Electro-Shock Blues, secondo album degli Eels, creatura nata alla metà degli anni Novanta dal genio lunatico di Mark Oliver Everett.
Dopo il gran successo dell’esordio Beautiful Freak – zeppo di canzoni memorabili come Novocaine For The Soul, Susan’s House e Flower -, il suicidio della sorella e il cancro terminale diagnosticato alla madre del musicista sono il seme da cui germogliano sedici piccoli capolavori di eccentrico songwriting, l’unica maniera possibile per superare la scomparsa dell’intera famiglia.
Che si tratti di formidabili ritornelli pop, sinistri e canticchiabili (Going To Your Funeral, My Descent Into Madness, i clangori industriali di Cancer For The Cure e l’avvitarsi jazzy di Hospital Food), o di ballate cristalline (il dolcissimo carillon di 3 Speed e il racconto degli effetti della radioterapia nella straziante Dead Of Winter), i brani raccontano la morte con schiettezza e amara ironia e, al contempo, il dolore di chi è rimasto a fare i conti con i ricordi e la solitudine.
Apici di una raccolta straordinaria sono il perfetto marchingegno pop Last Stop: This Town (tastiere giocattolo, chitarre limpide e poi distorte e sample di un coro di soprano a costruire un’indimenticabile melodia) e l’arioso crescendo di Climbing To The Moon, prima che il sipario cali, lieve, sull’orchestrazione di P.S. You Rock My World: il momento in cui, dopo tanto penare e con il cuore trepido, arriva il momento di ricominciare a vivere.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Devils Haircut – Beck
Hundreds Of Sparrows – Sparklehorse
Two – Antlers
Sword Of Damocles – Lou Reed
Borrowed Tune – Neil Young

…e guarda anche…
Beginners – Mike Mills
L’amore che resta – Gus Van Sant

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The Hotelier

Home, like noplace is there

Tiny Engines, 2014
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I searched for a way out. Don’t we all?

Ci vogliono tre minuti e mezzo di chitarre soffuse e pianoforte, prima che An Introduction To The Album lasci esplodere la disperazione nella voce di Christian Holden. E sono tre minuti e mezzo di pura teatralità melodica che rappresentano, come da titolo, una perfetta introduzione al rollercoaster emozionale Home, Like Noplace Is There, secondo album degli americani Hotelier.
Così tanto da dire che il tempo non sembra mai abbastanza e ogni parola porta con sé l’attesa ansiosa della successiva: tutte le lettere mai spedite e le telefonate mai fatte, tutte le persone perdute e le ferite ancora aperte, condensate in nove tracce capaci di sposare immediatezza punk-pop e catarsi emo.
Canzoni come The Scope Of All Of This Rebuilding, la struggente Your Deep Rest o il malinconico cullare di Among The Wildflowers scuotono nel profondo: puoi far finta di non percepire l’intensità dei testi, ma in certi casi è il suono a farsi parola e a raccontarti tutto, portando la tensione all’estremo e poi rilasciandola in dolcissime sospensioni, come accade in ogni buona storia.
Per capirlo, basta ascoltare l’uno-due conclusivo: Discomfort Revisited tesse sognanti arpeggi di chitarra prima di abbandonarsi alle scariche elettriche del ritornello, mentre un’agile batteria sembra imitare un cuore agitato; Dendron, a chiudere, è un crescendo pop in cui la voce vola tanto alta da bruciarsi le ali, per poi ripiegarsi nel tenero bozzolo di un finale sottovoce.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Picture Of A Tree That Doesn’t Look Okay – The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid To Die
Rory – Foxing

…e leggi anche…
Addio, Chunky Rice – Craig Thompson

…e guarda anche
Noi Siamo Infinito – Stephen Chbosky
L’Amore Che Resta – Gus Van Sant

L’album è pubblicato su Bandcamp con una licenza libera, questa, che dice che potete condividere e riutilizzare liberamente il materiale secondo quanto stabilito dalla licenza, semplicemente attribuendolo all’autore.

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Veronica Falls

Veronica Falls

Bella Union, 2011
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I’m broken hearted, dearly departed

Già la copertina racconta più di qualcosa dell’immaginario evocato dall’esordio omonimo dei Veronica Falls: una casa abbandonata che potresti dire pescata da qualche pellicola horror figlia di Evil Dead, ma che dà pure qualche indizio del suono di queste dodici splendide tracce, traboccanti romanticismo e malinconie da cameretta e spire di ragnatele melodiche.
Non è un caso che il programma sia inaugurato dal primo singolo della band guidata dalla cantante-chitarrista Roxanne Clifford, una Found Love In A Graveyard che dispiega puro jangle-pop britannico anni ’80 e racconta di amore e fantasmi, con qualche cosa delle infatuazioni cimiteriali del Morrissey di Cemetry Gates, ma senza quell’approccio letterario.
Se ne può parlare come di un manifesto programmatico, dato che le medesime atmosfere vengono riprese con ottimi esiti anche in The Fountain, Bad Feeling e Come On Over.
E però c’è molto altro, qui dentro: i ragazzi mostrano di aver ascoltato tutti i grandi classici di genere, guardando da una parte (la semplicità a cuore aperto della C86) e dall’altra (l’approccio DIY dei Beat Happening, i Velvet Underground e i tamburi di Maureen Tucker) dell’Oceano e dando al tutto un’impronta moderna e personale.
Right Side Of My Brain e Beachy Head si muovono frenetiche sull’onda di chitarre che diresti surf-punk e splendide armonie vocali, mentre Misery è forse il vertice dell’album, edificata su arpeggi e accordi in maggiore curiosamente appaiati a liriche intrise di ironica malinconia.
Stephen e la title-track sono gli unici veri mid-tempo, sognanti ed eterei, laddove invece i duecentoquaranta secondi della micidiale doppietta The Box (basso Jesus And Mary Chain, coro celestiale)/Wedding Day (racconto di un sentimento mai superato), racchiudono il nocciolo melodico e lirico di un’opera adorabile. Blue. Always blue. Why so blue?
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Wussy void – Joanna Gruesome
Velocity girl – Primal Scream
Shattered Shine – Crystal Stilts
In between – Beat Happening
You’ve got everything now – The Smiths
 
…e guarda anche
Noi siamo infinito – Stephen Chbosky
Juno – Jason Reitman
L’amore che resta – Gus Van Sant

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Daughter

If You Leave

4AD, 2013
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And if you’re in love, then you are the lucky one
’cause most of us are bitter over someone
Setting fire to our insides for fun
to distract our hearts from ever missing them
But I’m forever missing him

Atteso dopo due interessanti EP, If You Leave è l’album suadente e fascinoso che segna l’esordio sulla lunga distanza di Daughter.
La poesia di Elena Tonra, il suo raggomitolarsi lontano dalle luci, si sposa alla perfezione con la dolcezza di una voce moltiplicata come un canto di sirene, incrinata da un’intensità capace di far male; la sua chitarra e quella del compagno Igor Haefeli disegnano paesaggi sonori rarefatti, ombrosi e lucenti insieme, ravvivati dagli interventi percussivi di Remi Aguilella.
Ne nascono dieci tracce di strabiliante impatto emotivo, un continuum sonoro che è puro incanto, in cui raramente le battute aumentano: accade nell’opener Winter o in Human, l’ossatura di una ritmica circolare e di una chitarra acustica che lasciano alla nuda voce di Elena una chiusura raggelante.
Più spesso i crescendo assumono la forma di un tentativo vano ma necessario di raggiungere le stelle in aperture maestose, a partire dal cuore dell’album, quella Youth che toglie il fiato con una melodia epica e drammatica. Una delle cose più belle ascoltate quest’anno.
E poi, sulla medesima linea, altre meraviglie: Still, parente stretta delle elegie di Soap&Skin, e Touch, vicina ai migliori XX; la coralità di Tomorrow e le reminiscenze folk di Amsterdam, che conducono al finale struggente di Shallows.
If You Leave è il suono di una notte di fine estate, passata sotto un cielo che ci sta stretto, a medicare le ferite di cuori infranti; il racconto della malinconia di occhi troppo timidi per guardare in alto.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
The Wolves (Act I And II) – Bon Iver
Irene – Beach House
Angels – The xx
Cynthia – Soap & Skin
 
…e guarda anche
Blue Valentine – Derek Cianfrance (VM 14)
L’amore che resta – Gus Van Sant

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Big Star

#1 Record

Stax, 1972
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Canzoni che racchiudono intere vite in tre minuti di melodie immortali.
Questo è il segreto che nasconde #1 Record dei Big Star, semplicemente uno dei più grandi album che la Storia ricordi; forse, quello che meglio di ogni altro ha saputo raccontare l’età di passaggio in cui la vita è gioia luccicante eppure i ricordi già si allungano in un’ombra imprendibile.
Alex Chilton e Chris Bell, songwriter ventenni e anime ombrose, scrivono veri capolavori con gli occhi e il cuore colmi d’amore per le melodie dei Beatles, gli arpeggi dei Byrds e i cori luminosi della West Coast, investendoli di un’energia irresistibile e del tutto nuova.
Feel e When My Baby’s Beside Me sono rock’n’roll raffinati e scintillanti, In The Street e Don’t Lie To Me graffiano ruvide stringendo a sé la stella di Marc Bolan; ma il disco ricama pure arazzi acustici fatti della materia dei sogni (Give Me Another Chance, Try Again, Watch The Sunrise).
Con The Ballad Of El Goodo e Thirteen, poi, i Big Star raggiungono l’Infinito: un’armonia ariosa e corale che esplode in mille rifrazioni e un incantesimo per sole voci e chitarre, in cui si eterna la dolce malinconia dell’adolescenza, che fa di ogni tristezza un sorriso lieve.
 
Ascolta quattro brani tratti dall’album
The Ballad Of El Goodo, In The Street, Thirteen, Feel
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Chris Bell – You And Your Sister
The Beatles – And Your Bird Can Sing
The Byrds – My Back Pages
Teenage Fanclub – Don’t Look Back
The Replacements – Alex Chilton
 
…e guarda anche
L’amore che resta – Gus Van Sant

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Lukas Moodysson

Fucking Amal

Svezia, 1998
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di solito mi viene una bomba… perchè ci metto 2 grammi di latte e 5000 chili di cioccolato e così… diventa quasi nero e così allora… allora di solito ci devo mettere dentro più latte, ma il bicchiere non basta più… e allora lo devo versare in un altro bicchiere, un bicchiere più grande, e se il bicchiere grande non c’è… lo verso in un altro bicchiere… e il cioccolato diventa fortissimo… ma non me ne frega niente!

Una vera tortura.
Ecco com’è la vita ad Åmål, il più noioso e grigio paesino della provincia svedese che si possa immaginare.
Elin è la ragazza più bella e complicata della scuola, mal sopporta le continue attenzioni dei ragazzi e odia essere trascinata per i piedi a quelle feste rumorose in cui la gente non fa che parlare di nulla.
Agnes è solitaria, dolce, innamorata della poesia e, soprattutto, di Elin e per questo è vittima di pesanti scherzi da parte dei compagni di scuola e della sua stessa musa.
Una sera, però, Elin si accorge di quanto Agnes sia diversa da chiunque abbia mai incontrato e da quel momento le cose cambiano…anche se la vita continuerà a sembrarle complicata da far quadrare come la ricetta del latte al cioccolato.
 
Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche
L’Amore Che Resta – Gus Van Sant
 
…e ascolta anche…
Broder Daniel – Whirlwind
Perfume Genius – All Waters
 
…e leggi anche…
Il Giovane Holden – J.D. Salinger
 
Locandina di Fucking Amal, film di Lukas Moodysson
Regia: Lukas Moodysson
Sceneggiatura: Lukas Moodysson
Fotografia: Ulf Brantås
Musiche: Tomaso Albinoni, Per Gessle, Håkan Hellström
Durata: 89′
 
Interpreti e personaggi principali
Alexandra Dahlström: Elin
Rebecka Liljeberg: Agnes
Erica Carlson: Jessica

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