Archivio tag: Led Zeppelin

Greta van Fleet

From the Fires

Republic Records, 2017
avatar

Postato da
il

And the black smoke rises
From the fires, we’ve been told
It’s the new age crisis
And we will stand up in the cold
Stand up in the cold

I Greta Van Fleet sono un gruppo rock statunitense nato nel 2012, fondata dai fratelli Kiszka. I tre giovani ragazzi (annata ’96) insieme al batterista Daniel Wagner, stanno facendo parlare molto di sé nel campo rock. Belle parole sono state spese dai Miti del rock; più di tutti Robert Plant che ha detto di odiare il cantante da quanto è bravo.
Il loro doppio Ep (il loro primo album dovrà essere pubblicato a fine 2018) contiene otto canzoni, di cui quattro erano già pubblicate in un primo Ep.

Fin da subito si può capire perché stanno facendo discutere: Safari song verrà scambiata spesso per una nuova canzone dei Led Zeppelin: la distorsione della chitarra e la voce fanno ritornare alla mente gli Zep ai loro tempi d’oro. Fresca e immediata, il primo pezzo scorre liscio e lascia ottime impressioni. Con Edge of darkness il tempo rallenta, ma è qui che si può assaporare al meglio le notevoli qualità canore di Joshua: estensione notevole e grande timbro, senza però tralasciare l’emotività. Con la successiva Flower power si passa all’acustico, con una bellissima canzone d’atmosfera. Proseguendo con l’ascolto si incontra le dirette Highway tune, Talk on the street, e le cantabili Meet on the ledge e Black smoke rising.

Su otto canzone si salvano tutte; magari non sono tutte eccellenti, ma la qualità accomuna tutte le tracce.
Ragione a dire che, forse, assomigliano troppo ai Led Zeppelin, ma la speranza è che i Greta Van Fleet riescano ad evolversi e a staccarsi dai loro principali idoli per creare un loro personale suono e, perché no, risollevare le sorti del moderno Rock n’ roll.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Led Zeppelin II – Led Zeppelin
leggi anche: Stagioni diverse – Stephen King
guarda anche: Glow - Liz Flahive, Carly Mensch

Leggi tutto ►

The Beatles

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Apple Records, 1967
avatar

Postato da
il

We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
We hope you will enjoy the show
We’re Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
Sit back and let the evening go
Sgt. Pepper’s lonely, Sgt. Pepper’s lonely
Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

1° Giugno 1967
I The Beatles lanciano sul mercato un nuovo album.
La copertina è un po’ strana: ci sono un sacco di personaggi, qua e là sbucano le facce di Bob Dylan, Oscar Wilde, Marlon Brando e Karl Marx; in prima fila ci sono i Beatles, tutti e quattro, con abiti tanto colorati quanto improbabili; davanti a loro una grancassa con scritto “Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band”; davanti a tutto la scritta BEATLES fatta con dei fiori.
Così, 50 anni fa, la canzone pop diventava arte.

L’inizio è un brusio indistinto di un pubblico mentre un’orchestra accorda gli strumenti. La canzone che segue è una presentazione della Lonely Hearts Club Band.
Il viaggio dell’album prosegue tra canzoni che una volta ascoltate è impossibile dimenticare: Lucy In The Sky With Diamonds e Fixing a Hole solo a citarne un paio.
Con Being For the Benefit of Mr Kite!, scritta da Lennon, prende ispirazione da una locandina di uno spettacolo circense dell’800 che John aveva appeso a casa sua. In questo brano Lennon volle dargli “l’odore della segatura per terra” e grazie al produttore George Martin, l’atmosfera è proprio da fiera paesana.
Con Within You Without You, George Harrison approfondisce le sonorità indiane suonando strumenti tipici quali il Sitar, Tabla e Dilruba.
Altre perle dell’album sono Lovely Rita, che prende spunto dai parchimetri, o Good Morning Good Morning ispirata da una pubblicità dei cereali Kellogg’s.
Il pezzo successivo è la conclusione di questo folle quanto bellissimo album. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise), che riprende la prima traccia, la band del Sergente Pepper saluta e ringrazia il proprio pubblico sperando di averlo intrattenuto e divertito.

Ma l’album non manca di stupire.
Dopo l’ultima canzone sembrava tutto finito, invece inizia A Day in the Life, uno dei punti artistici più alti raggiunti dai The Beatles.
Ispirati da vari articoli di stampa, Lennon e McCartney la scrissero insieme, influenzandosi a vicenda. Per la registrazione fu ingaggiata un’orchestra di 45 elementi (inizialmente erano 90) che, alla fine del brano, suonano tutti insieme la nota più bassa del pentagramma e man mano salgono di tono e volume fino alla nota più alta, un secondo di pausa, e l’accordo di Mi Maggiore di 3 pianoforti a coda registrati contemporaneamente fino al loro naturale esaurimento sonoro.
Un ultimo frammento sonoro è una specie di jam vocale di spezzoni di voci mandati in loop, incorniciato da un sibilo di un fischietto per cani usato dalla polizia non udibile dall’essere umano perché di frequenza troppo alta.
La conclusione perfetta per un album perfetto.
Spegnete telefoni, televisioni e computer, sedetevi su una buona poltrona e usate 40 minuti della vostra vita per ascoltare questo album senza farvi distrarre da niente. Mi ringrazierete dopo.

Buon compleanno Sergente Pepper.

Se ti è piaciuto ascolta anche Led Zeppelin I
guarda anche Sgt. Pepper & Beyond
leggi anche Norwgian Wood – Murakami Haruki

Leggi tutto ►

Led Zeppelin

Led Zeppelin IV – Led Zeppelin

Atlantic Records, 1971
avatar

Postato da
il

When all are one and one is all
To be a rock and not to roll.
And she’s buying a stairway to heaven.

I primi due album hanno creato un genere musicale.
Il terzo è esattamente il loro opposto.
Tutti e tre sono uno più bello dell’altro, ma i Led Zeppelin non sono ancora contenti. Vogliono ancora cercare di creare l’album perfetto.
E registrano il loro quarto.
Non gli danno neanche un nome. Verrà chiamato in tanti modi differenti dai fan.
Non mettono neanche il nome della band in copertina.
Sarà infarcito di messaggi, stranezze, simboli e metafore, musicali e non.
Sarà anche oggetto di pesanti critiche per presunti messaggi satanici.
L’apice della più grande rock band di sempre è raggiunto qui.

IV si apre con Black Dog, un hard-blues tutto accelera e frena con la voce di Plant che riempie bene le orecchie e prosegue con Rock and Roll, il brano che tira avanti come un treno grazie alla batteria di Bonham che non si riposa neanche un secondo.
Si passa poi alla tranquilla The Battle of Evermore, un bellissimo brano folkeggiante incorniciato da mandolini con testi che richiamano le ambientazioni Tolkeniane, che lascia il posto alla ormai tanto agognata e mai raggiunta artisticamente Stairway to Heaven: l’apice della musica rock in otto minuti. (Vi linko anche la versione delle Heart che hanno suonato in onore ai Zeppelelin al Kennedy Center Honors: ascoltala premendo qui)
Con Misty Mountain Hop John Paul Jones mette in mostra il suo polistrumentismo passando alle tastiere, mentre in Four Sticks è Bonham a sperimentare, usando quattro bacchette della batteria invece delle canoniche due.
Con Going to California si ritorna alle sonorità folk e a dediche a Joni Mitchell, mentre When the Levee Breaks, che conclude l’album, vede la batteria perfettamente ispirata di Bonham che spiana la via per l’ultima canzone di questo album capolavoro.

Da qui in poi i Led Zeppelin continueranno a sfornare ottimi album, senza mai però riuscire ad eguagliare la bellezza e l’importanza del loro quarto lavoro.
E noi rockettari stiamo ancora aspettando chi sarà in grado di farlo.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Led Zeppelin, Led Zeppelin II, Led Zeppelin III

Guarda anche: The Song Remains the Same, Led Zeppelin

Leggi anche: Mattatoio n. 5 o la Crociata dei Bambini, Kurt Vonnegut

Leggi tutto ►

Led Zeppelin

Led Zeppelin III

Atlantic Records, 1970
avatar

Postato da
il

We come from the land of the ice and snow,
From the midnight sun where the hot springs blow
The hammer of the gods
Will drive our ships to new lands,
To fight the horde, singing and crying,
Valhalla, I am coming.

Dopo due album pubblicati uno dopo l’altro e una tournée di 15 mesi, i Led Zeppelin decidono di respirare e rilassarsi.
Mentre John Bonham e John Paul Jones passano le vacanze in famiglia, Robert Plant e Jimmy Page decidono di prendersi una vacanza presso lo sperduto villaggio di Bron-Yr-Aur, in Galles. L’ispirazione dei due musicisti però non dà loro tregua, e in poco tempo compongono e registrano quello che sarà l’esoscheletro del terzo album dei Led Zeppelin: data la mancanza di elettricità nella casa dove soggiornavano, Plant e Page furono costretti a riscoprire le chitarre acustiche, il banjo, il mandolino, il contrabbasso e, in generale, la cultura folk.

L’album però si apre con una canzone che definirla rock è ancora troppo poco: Immigrant Song è un brano che pone le basi per la nascita del Thrash Metal circa un decennio dopo: veloce e diretta, giusto un paio di accordi e testi che parlano di vichinghi urlati nel microfono: perfetto.
Friends e Celebration Day iniziano a far assaporare la campagna del Galles.
La canzone successiva è il vero capolavoro del gruppo (me ne perdoni Stairway to Heaven): Since i’ve Been Loving You. Un blues di quelli lenti, struggenti e nostalgici che fanno venire i brividi; uno degli assoli di chitarra più belli di sempre; tutti e quattro i Led Zeppelin nella miglior forma possibile che fanno incantare chiunque ascolti questa canzone. Un gioiello.
Gallows Pole, canzone tradizionale riarrangiata, precede Tangerine, dolcissima ballata che fa innamorare.
Ancor più delicata è la seguente That’s the Way; Bron-Y-Aur Stomp è un festoso tributo di Plant al paese di campagna, mentre Hats Off to (Roy) Harper chiude l’album con il blues che i Zeppelin amano tanto.

Ultimo album dei Zeppelin prima del capolavoro, che riunirà in 8 canzoni il meglio dei tre album precedenti.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Led Zeppelin II, Led Zeppelin
Guarda anche: Into the Wild, Sean Penn
Leggi anche: Uomini e topi, John Steinbeck

Leggi tutto ►

Led Zeppelin

Led Zeppelin II

Atlantic Records, 1969
avatar

Postato da
il

If the sun refused to shine, I would still be loving you.
When mountains crumble to the sea, there will still be you and me.

Esiste un attacco migliore per un album del riff di chitarra di Whole Lotta Love?
Se esiste, io non l’ho ancora trovato.

Dopo l’entusiasmante debutto, i Led Zeppelin vengono costretti dalla casa discografica a registrare un secondo album, tra una pausa del tour e l’altra, di città in città. Il risultato è considerato, ancor più del primo, una pietra miliare nella musica.
Whole Lotta Love è una delle grandi canzoni rock, di quelle immortali, di quelle che hanno chiarito la stessa definizione di rock, di quelle che a distanza di quasi 50 anni continuano a far innamorare i ragazzi della musica (compreso il sottoscritto).
What Is and What Should Never Be è un brano che si discosta dalle sonorità tipiche degli anni ’70, risultando quasi spagnoleggiante.
The Lemon Song è abbellita dall’assolo di basso di John Paul Jones, mentre Thank You è una bellissima e romanticissima ballad scritta da Robert Plant e dedicata alla moglie.
Con Heartbreaker è Jimmy Page a diventare protagonista, con un assolo pieno di virtuosismi che ha fatto scuola (Eddie Van Halen ha scoperto e reinterpretato la tecnica del tapping cercando di emularne l’assolo da ragazzino)
Living Loving Maid (She’s Just a Woman) è un tipico pezzo hard rock che trova nel blues le sue radici, mentre Ramble On alterna parti soffici e folkloreggianti con pezzi più hard rock. Questo brano è altrettanto famoso per il testo, basato sul capolavoro di Tolkien Il Signore Degli Anelli.
Con Moby Dick finalmente è la batteria di John Bonham a diventare la protagonista. Un assolo destinato a rimanere negli annali: la versione studio dura 4 minuti, ma, in vero stile Led Zeppelin, dal vivo poteva essere allungato fino a mezzora. La più chiara dimostrazione di cosa vuol dire suonare la batteria.
La canzone che chiude l’album è un blues di Willie Dixon, Bring It on Home, riproposto dai Zeppelin in chiave più hard rock.

I Led Zeppelin raddoppiano il successo del già primo amato album, dimostrando a tutti che vogliono fare sul serio.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Led Zeppelin I
Disraeli Gears – Cream

Leggi anche: Il Signore Degli Anelli – J.R.R. Tolkien

Guarda anche: Led Zeppelin Live 1970

Leggi tutto ►

Led Zeppelin

Led Zeppelin I

Atlantic Records, 1969
avatar

Postato da
il

Communication breakdown
It’s always the same
I’m having a nervous breakdown.
Drive me insane!

Correva l’anno 1968 quando Jimmy Page, chitarrista degli Yardbird, decise di prendere con se un paio di amici per rifondare il gruppo, chiamandolo Led Zeppelin

Dopo appena 36 ore di lavoro in studio, il loro primo album è già scritto, registrato e mixato.
Fu così che quattro ragazzi cambiarono la musica.

L’album, chiamato semplicemente Led Zeppelin, è un miscuglio ben riuscito di generi quali rock, blues e folk popolare, più un pizzico di psichedelia : canzoni come I Can’t Quit You o You Shook Me risaltano per la loro natura fortemente blues e dimostrano che i quattro hanno compreso chiaramente le lezioni dei musicisti del Mississippi; Black Mountain Side è un rifacimento di Jimmy Page di una canzone popolare irlandese; per la prima volta un prototipo di Heavy Metal fa la comparsa nelle casse degli stereo grazie al riff trascinante di Communication Breakdown; Dazed and Confusion passerà alla storia soprattutto per l’assolo di chitarra allucinogeno suonato con un archetto da violino che dal vivo veniva allungato fino a mezzora.

Tra i riff di Jimmy Page e le linee vocali trasgressive di Robert Plant, si incastra perfettamente il suono del basso di John Paul Jones, mentre John Bonham picchia sulle pelli della batteria talmente forte mettendo quasi in secondo piano gli altri membri del gruppo.

Il primo album di un gruppo che fin dalla prima canzone ha deciso di rivoluzione la musica rock.
Da qui in poi, la maturazione artistica dei Led Zeppelin andrà sempre in crescendo fino al loro quarto album: il capolavoro indiscusso della miglior band rock di sempre.

Se ti è piaciuto ascolta anche: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, Beatles
Leggi anche: Il Martello degli Dei, Stephen Davis
Guarda anche: Celebration Day, Dick Carruthers

Leggi tutto ►

Creedence Clearwater Revival

Cosmo’s Factory

Fantasy Records , 1970
avatar

Postato da
il

Heard the singers playin’, how we cheered for more.
The crowd had rushed together tryin’ to keep warm.
Still the rain kept pourin’, fallin’ on my ears
And I wonder, still I wonder who’ll stop the rain.

Correva l’anno 1970. L’ambiente musicale ribolliva come mai prima d’ora. I Beatles si sciolgono, e Paul McCartney fa uscire il suo primo album da solista. I Led Zeppelin fanno uscire il loro terzo album e suonano nel famoso concerto tenutasi alla Royal Albert Hall. Si intromettono anche i Black Sabbath, con il loro primo album che terrorizza il mondo con il diabolus in musica.Il Festival dell’isola di Wight attira circa 600.000 persone. Qui si riuniscono decine di artisti per quello che sarà l’ultimo grande festival di musica. Jimi Hendrix e Janis Joplin muoiono l’uno a pochi giorni dall’altra.
In questo mosto di artisti immortali spuntano anche i Creedence Clearwater Revival, che a Luglio del 1970 fanno uscire, grazie alla inesauribile vena artistica di John Fogarty, cantante e chitarrista del gruppo, il loro quinto album in tre anni: Cosmo’s Factory.
L’album, come i predecessori, è un miscuglio eterogeneo di generi musicali: si passa dal Rock n’ Roll classico anni ’50 di matrice Little Richard con Travellin’ Band, al Folk americano miscelato saggiamente con il Country di Lookin’ Out My Back Door; dall’hard rock di Ramble Tamble che accelera e rallenta come un cavallo che dal trotto passa al galoppo ed ancora al trotto, al Soul appassionato, ricco di un assolo al sassofono suonato dallo stesso Fogarty, di Long As I Can See the Light.
C’è spazio anche per grandi del passato grazie alle quattro cover, tra cui spiccano Before You Accuse Me di Bo Diddley e I Heard It Trough The Grapevine, divenuta famosa grazie alla versione di Marvin Gaye, riproposta dai Creedence in una versione che tocca gli 11 minuti.
La Guerra del Vietnam è un tema caro ai Creedence, che decidono di parlarne con due canzoni: Run Trought the Jungle, una protesta diretta e schietta che rende perfettamente l’atmosfera umida, selvaggia e stagnante della giungla vietnamita; e Who’ll Stop the Rain, una delle canzoni più riuscite in assoluto del gruppo: un folk acustico che cela dietro il testo un velatissimo quanto potente messaggio, ancora oggi attuale, di malessere delle generazioni di giovani in balia degli eventi.
Tra tutti gli album dei Creedence questo è forse il migliore, quello che spicca di più. La varietà dei generi rende impossibile non trovare una canzone che piaccia, che sia muovere i fianchi a tempo ricordando gli anni ’50, riascoltare i grandi classici del blues, ascoltare il suono delle corde di bronzo della chitarra acustica folk, concentrarsi sugli ottoni che fanno da cornice a un soul lento, o semplicemente ascoltare una bella canzone.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Born to run – Bruce Springsteen
… guarda anche
Good Morning Vietnam – Berry Levinson
Forrest Gump – Robert Zemeckis
e leggi anche Una passeggiata nei boschi – Bill Bryson

Leggi tutto ►

The Black Keys

Attack & Release

V2 Cooperative Music, 2008
avatar

Postato da
il

Attack & Release è il quinto studio album dei Black Keys e ha l’aspetto di un’istantanea di una cosa piccola che sta per esplodere: dopo questo, arriveranno album milionari e singoli spettacolari come Tighten Up, Lonely Boy e Fever, che faranno ballare folle oceaniche per mesi e mesi.
In Attack & Release, invece, il duo dell’Ohio suona ancora rauco e loud, e la produzione affidata a Danger Mouse non è invadente come a volte sarà in seguito: le chitarre di Dan Auerbach tagliano il giusto e la sua voce effettata ghigna d’ironia e vibra di soul, mentre Patrick Carney batte sui tamburi con precisione e intensità.
Più di tutto brillano le canzoni, un viaggio per gli anni ’70 lungo quaranta minuti: ci sono i riff cafoni di due gran singoli come I Got Mine e Same Old Thing, le sparate garage-r’n'r di Strange Times e Remember When (Side B), ma c’è tempo pure di perdersi tra le paludi di Psychotic Girl e Lies e godersi l’epica progressione di Things Ain’t Like They Used To Be – che par di stare in qualche classico perduto del cinema Blaxploitation.
Di certo, dopo questo disco, le cose non saranno più quelle di prima per i Black Keys, ma questi undici brani potrebbero essere la migliore introduzione a uno dei più divertenti e imprevedibili fenomeni commerciali degli ultimi anni. Alla faccia della critica più modaiola e noiosa.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blue Orchid – White Stripes
What Is And What Should Never Be – Led Zeppelin
Black Mold – The Jon Spencer Blues Explosion

…e guarda anche
Jackie Browne – Quentin Tarantino
Django Unchained – Quentin Tarantino

Leggi tutto ►

David O. Russell

American Hustle

Usa, 2013
avatar

Postato da
il

Le persone credono a quello a cui vogliono credere

Irving Rosenfeld ha imparato a conoscere l’arte dell’inganno fin da piccolo, quando, per favorire gli affari della vetreria di famiglia, si divertiva a sfondare le vetrine dei negozi della sua città per dare lavoro al padre. Col tempo ha avviato una propria attività perfettamente legale, che in realtà è una copertura per una truffa ben più redditizia: insieme all’amante Sydney Prosser finge di poter rimediare prestiti per clienti tanto disperati da pagare loro una somma non rimborsabile per l’incarico. Colti sul fatto, vengono costretti da Richie DiMaso, psicotico agente dell’FBI, a prendere parte a un’operazione dei servizi segreti per incastrare politici corrotti. Da qui in poi si svilupperà un intreccio intricato e caracollante, che vedrà entrare in scena Rosalyn, moglie di Irving e scheggia impazzita del film, e il sindaco Carmine Polito, uomo apparentemente tutto d’un pezzo che, come ogni altro qui dentro, svelerà più di un lato oscuro.
La nuova opera di David O.Russell prende le mosse da fatti realmente accaduti e li rielabora ampiamente per dar vita alla consueta girandola di eventi imprevedibili e imprevedibili personaggi, vero fulcro del lavoro del regista: la trama cammina e rotola, corre e inciampa, soprattutto sul finale, quando tutto pare risolversi fin troppo in fretta rispetto alle premesse e lo spettatore sarebbe pronto ad attendersi altro ancora. A far la differenza è una strepitosa galleria di caratteri strambi e infiammabili, interpretati alla perfezione da un cast che, oltre a un Christian Bale splendidamente fuori forma e a un Bradley Cooper di nuovo tendente al bipolare e agghindato con bigodini, vanta un’elegantissima Amy Adams e la solita, incontenibile Jennifer Lawrence.
Tra scene realmente esilaranti e un sorriso amaro rivolto a un decennio di lustrini e promesse ormai al tramonto, American Hustle è intrattenimento di qualità purissima e, insieme, riflessione agrodolce e partecipe sulle maschere che ogni giorno scegliamo d’indossare finché non incontriamo qualcuno che ci permetta di essere noi stessi.

Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche
Il lato positivo – David O. Russell
The Fighter – David O. Russell

…e ascolta anche
Good Times Bad Times – Led Zeppelin
Live And Let Die – Paul McCartney & Wings
Jeep’s Blues – Duke Ellington
Goodbye Yellow Brick Road – Elton John

American Hustle

Regia: David O.Russell
Sceneggiatura: David O.Russell, Eric Warren Singer
Fotografia: Linus Sandgren
Musiche: Danny Elfman
Durata: 138′

Interpreti e personaggi
Christian Bale: Irving Rosenfeld
Bradley Cooper: Richie DiMaso
Amy Adams: Sydney Prosser
Jeremy Renner: Carmine Polito
Jennifer Lawrence: Rosalyn Rosenfeld

Leggi tutto ►

Tool

Lateralus

Volcano Entertainment, 2001
avatar

Postato da
il

There was a time that the pieces fit, but I watched them fall away.
Mildewed and smoldering, strangled by our coveting
I’ve done the math enough to know the dangers of a second guessing
Doomed to crumble unless we grow, and strengthen our communication

Lateralus è uno snodo chiave nella musica pesante del nuovo millennio, punto d’arrivo e apice della ricerca dei Tool, iniziata una decina di anni prima con l’EP Opiate e il compatto esordio Undertow, passando per il capolavoro Aenima.
La voce di Maynard Keenan si fa ancora più duttile e inquietante, alternando litanie da incubo e melodie stranianti a urla di spaventosa violenza, elemento umano e imprevedibile nell’impressionante meccanismo dei vortici strumentali dei compagni.
Il metal e il progressive crimsoniano, il post-hardcore e la psichedelia, un nero magma che avvolge e soffoca a partire dalla terrificante The Grudge, nove minuti di ritmiche tribali, pause ambientali ed esplosioni heavy, appaiata per violenza dalla rabbia cieca di Ticks & Leeches e dall’altrettanto impressionante Parabola.
The Patient è multiforme, post-grunge psicologico che molto deve alle titaniche distorsioni dei Melvins, mentre i sette minuti di Schism, toccante analisi sull’incomunicabilità, offrono decine di cambi di tempo senza mai perdere di vista la struttura complessiva.
Lateralus, il brano, segue la successione di Fibonacci nella scansione, prima con una serie di ipnotici arpeggi e poi sfoderando un crescendo di devastante potenza comunicativa; la voce, quasi un sibilo nella strofa, si fa piena e intensa nell’apertura melodica.
Al trittico Disposition/Reflection/Triad, unicum sonoro dai toni oppiacei di oltre venti minuti, e all’infernale sample di Faaip De Oiad spetta il compito di chiudere un’opera epocale, che come poche altre sa trovare bellezza nella dissonanza.
 
Ascolta tre brani tratti dall’album
Schism, Parabola, The Grudge
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Judith – A Perfect Circle
Starless – King Crimson
No Quarter – Led Zeppelin
Passenger – Deftones
 
…e guarda anche
Alien – Ridley Scott
La mosca – David Cronenberg (vm 14)

Leggi tutto ►