Archivio tag: leonard cohen

Aurora

All My Demons Greeting Me as a Friend

2016, Decca Records
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A gift, a curse,
They track and hurt
Say can you dream
In nightmares seems
A million voices inside my dreams
My heart is left so incomplete

I’m running with the…
I’m running with the wolves

 

Aurora,  al secolo Aurora Aksnes, è una giovane cantautrice norvegese. Impara a suonare da autodidatta all’età di sei anni e nel 2015 si fa notare nel panorama  musicale con il suo primo EP Running with the Wolves.

Questa giovane artista,  che cerca sempre di raccontare una storia in ogni canzone, è cresciuta ascoltando  Bob Dylan, Leonard Cohen e Johnny Cash. La sua musica si fonde con i paesaggi dei fiordi norvegesi in cui la  è nata e da cui trae costante ispirazione. Anche i video che accompagnano le melodie sono permeati dall’elemento della natura, con foreste e luci fredde che ricordano i paesaggi nordici e da toni malinconici.

Alcuni singoli tratti da quest’album hanno fatto da colonna sonora ad alcune serie tv: Running with the wolf è comparsa nella quinta stagione serie tv Teen Wolf e nella sigla della quarta stagione di Wolfblood, Runaway ha concluso la serie televisiva statunitense The Following e Conqueror fa parte delle musiche di FIFA 16.

Ascolta tre brani:
Running with The Wolf
Runaway
Conqueror

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche:
Shakira, She Wolf
Tove Lo, Habits (Stay High)
Sia, Chandelier

E leggi anche:
Nicholas Evans, Insieme coi lupi
Giovanni Festa, La luna è dei lupi
Kafka, La Metamorfosi

E guarda anche:
Kevin Costner, Balla coi lupi
Catherine Hardwicke, Cappuccetto rosso sangue

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Jeff Buckley

Grace

1994, Columbia
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This is our last goodbye
I hate to feel the love between us die
But it’s over
Just hear this and then i’ll go
You gave me more to live for
More than you’ll ever know
(Last Goodbye)

Well I feel too young to hold on
And i’m much too old to break free and run
Too deaf, dumb, and blind to see the damage i’ve done
Sweet lover, you should’ve come over
(Lover, you should’ve come over)

Grace, primo e unico album in studio del musicista americano Jeff Buckley, ci racconta, nei suoi dieci brani ricchi di passione e malinconia, di amori travolgenti ma fragili, delle difficoltà di stare accanto ad una persona o di affrontare il mondo per qualcuno che non ha ancora compreso del tutto se stesso.

Tra i brani spicca la splendida e struggente interpretazione di Hallelujah di Leonard Cohen, forse la più nota cover di questa canzone, entrata ormai nella storia della musica.
Ad essa, si affiancano brani emozionanti, come So real e Last Goodbye, nei quali viene esaltata la voce angelica di Jeff Buckley.

La sua prematura morte ha certamente privato il mondo della musica di un grande artista che avrebbe potuto regalare altri brani indimenticabili.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche…
Popular Problems- Leonard Cohen
Cousteau- Cousteau
Chaos and the calm- James Bay

…leggi anche
Raccontami di un giorno perfetto- Jennifer Niven
La ragazza delle arance- Jostein Gaarder

…guarda anche
Romeo+Giulietta- Baz Luhrmann
Bright Star- Jane Campion

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Leonard Cohen

Popular Problems

Columbia - Sony Music, 2014
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Articolo di Arianna Mossali

I’m slowing down the tune
I’ve never liked it fast
You wanna get there soon
I wanna get there last
It’s not because I’m old
It’s not the life I led
I always liked it slow
That’s what my mamma said

Silenzio e raccoglimento, parla Leonard Cohen. Ed è dannatamente d’obbligo ascoltare. Perché qui non è solo il poeta (e che poeta) ad avere qualcosa da raccontare, ma in primis l’uomo. E capitemi, se dietro l’uomo c’è una storia di vita difficile da raccontare, il poeta e l’uomo finiscono inevitabilmente per coincidere.
Cohen è uno che, quando si esibisce dal vivo, alla sua rispettabilissima età dà ancora l’impressione di voler strafare. E’ noto per non essersi mai adagiato su un suo “sound” definito, errando instancabilmente tra generi e stili e puntando tutto sulla sincerità e sul parlare al cuore dell’ascoltatore. Si ha quasi l’impressione che, se la musica è istinto e le parole sono ragionamento con se stessi e radicamento delle emozioni, per lui la musica sia una scusa per dire quello che ha da dire. E infatti, le sue composizioni in ‘Popular Problems‘ sono essenziali, minimaliste, ridotte all’osso, quasi dimesse, e spaventosamente intime e universali al tempo stesso. Un ossimoro, ma al quale lui ci ha abituato abbastanza bene.
Alla base di tutto ci sono ritmi rilassatissimi e attese indefinite e ultramondane, quasi a voler gettare uno sguardo ironico sulla quotidiana giostra folle e ridicola fatta di impegni e di corse che tutti ben conosciamo, un’ammiccante esortazione a lasciar fare al Fato (che tanto fa quello che vuole comunque). Attenzione: Cohen non è diventato zen e men che meno si è dimenticato di appartenere al mondo reale. Semplicemente, lui lo guarda dalla sua prospettiva, che è quella di un uomo che si adatta, fluido come acqua, agli spostamenti millimetrici della sua anima.
Slow con le sue tonalità blues è il perfetto esempio di tutto questo; anche in questo album, come di consueto, le atmosfere sono mutevoli, da quelle sofisticate e moderne di Nevermind a quelle country di Did I Ever Love You, al contrappunto tastieristico di A Street; ma è nella semplicità e nella linearità di Almost Like The Blues che il lirismo un po’ burbero di Cohen trova la sua massima esaltazione.
L’idea del destino universale si delinea abbastanza chiaramente dietro questi 9 brani, ma forse non è solo una questione di avanzamento degli anni: ci si percepisce piuttosto un qualcosa che non si sa se definire accettazione, o piuttosto rassegnazione all’impossibilità di vivere serenamente gli anni della sua vecchiaia, senza porsi troppe domande. Forse questo anziano e signorile eroe dei sentimenti, della vita e dell’intelletto ha semplicemente fatto pace col fatto che è inutile lottare contro il bisogno d’amore.

Ascolta tre brani dell’album:
Slow, Did I Ever Love You, Born in Chains

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Red House Painters – Red House Painters
Cousteau – Cousteau
Nick Drake – Bryter Layter

… e leggi anche:
David Grossman – Qualcuno con cui correre
Nick Cave – La morte di Bunny Murno
Lorenzo Licalzi – Non so

… e guarda anche:
Tomas Alfredson – Lasciami Entrare
Jim Jarmusch – Solo gli amanti sopravvivono
Joel & Ethan Coen – A proposito di Davis

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Red House Painters

Red House Painters

4AD, 1993
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without you what does my life amount to?

In parecchie classifiche di fine anno capiterà di imbattersi in Benji, ultimo album di Mark Kozelek pubblicato a nome Sun Kil Moon. Un’opera splendida, animata da una sincerità brutale e viva di un’intensità quasi insostenibile; solo l’ultimo tassello, però, di una discografia sterminata, che si stende ormai lungo quasi venticinque anni.
E all’inizio di tutto ci sono le ombre lunghe dei Red House Painters, la sofferenza che prende corpo in spiriti di canzoni lente, nerissime, emozionali. Slow-core, in una parola.

Dopo l’esordio Down Colorful Hill – titolo perfetto, sensazione perfetta – l’album omonimo del 1993 rende definitivamente manifesto l’enorme talento del songwriter dell’Ohio, assecondato alla perfezione da musicisti – Gorden Mack alla chitarra, Jerry Vessel al basso e Anthony Koutsos alla batteria – attenti all’effetto di ogni singola sfumatura.
Maestoso ed evocativo sin dalla copertina, Red House Painters è un colosso di settantasei minuti e quattordici tracce, nessuna meno che straordinaria: non l’autunno folk-pop di Grace Cathedral Park o quello dolcissimo di Take Me Out; non l’epico vortice shoegaze di Mistress, presente anche in una toccante versione per pianoforte; non il dipanarsi quasi immobile degli arpeggi di Funhouse, Mother e Katy Song, canzone tra le più belle dell’intero decennio; non le aperture melodiche di Dragonflies e Things Mean A Lot o la catarsi ariosa, commossa, di Strawberry Hill.
Appena ventiseienne, Kozelek maneggia le emozioni e il silenzio con grazia inarrivabile, con la poesia di versi tra i più toccanti mai messi in musica. Raggelanti, a volte – “le cose contano molto, per un attimo, poi non contano più nulla” – ma in qualche modo capaci di regalare luminosa bellezza alla desolazione dell’esistenza.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Sunflower – Low
New Year’s – Codeine
Sick Of Food – American Music Club
Suzanne – Leonard Cohen

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Nick Drake

Bryter Layter

Island, 1970
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please tell me your second name
please play me your second game
I’ve fallen so far
for the people you are
I just need your star for a day

Quasi nessuno, quarant’anni fa, si accorse della magia che raccoglieva in sé la musica di Nick Drake.
Non di quella pastorale dell’esordio, Five Leaves Left; non di quella del capolavoro notturno Pink Moon, l’ultimo prima della scomparsa.
Nel mezzo, pubblicato nel novembre 1970 con minimo riscontro commerciale, Bryter Layter.
Forse l’apice assoluto del musicista di Tanworth-in-Arden; certo una delle più memorabili raccolte di canzoni mai concepite.
Lieve come una piuma nonostante le infinite ombre di un’anima troppo sensibile, l’album ci accoglie con uno strumentale barocco per poi abbagliarci con i fiati folk-pop di Hazey Jane II, i versi srotolati come una filastrocca a incastrarsi perfettamente nell’impianto strumentale.
At The Chime Of A City Clock vanta splendidi innesti di sax alto, mentre le spazzole e il pianoforte jazz di One Of These Things First cullano la vocalità gentile di Drake, ispiratissimo in un testo colmo d’ironia e amarezza sull’incapacità, semplicemente, di essere.
In Poor Boy si gioca a sperimentare per oltre sei minuti con cori e sonorità latin-jazz, ma il vero cuore di Bryter Later si svela in due perle d’inarrivabile magnificenza, nascoste sulla seconda facciata.
Se il cielo avesse un suono, se potesse sceglierlo per sé, quello sarebbe l’arpeggio perfetto di Fly, illuminato dalla viola e dal clavicembalo di John Cale, la voce di Drake a tessere un incantesimo immortale.
Prima che cali il sipario sul finale strumentale di Sunday si è rapiti dall’estasi dell’altro grande capolavoro, Northern Sky, contemplazione e meraviglia che si fanno pura gioia; e il volo, anche solo per un breve istante, sembra non presupporre alcuna caduta.
 

Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
May you never – John Martyn
Say yesElliott Smith
Summer dress – Red House Painters
It could have been a brilliant career – Belle and Sebastian
Sisters of mercy – Leonard Cohen
 
…e guarda anche
I Tenenbaum – Wes Anderson

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Tomas Alfredson

Lasciami Entrare

EFTI, 2008
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Oskar: “Sei un vampiro?”
Eli: “Ti piaccio lo stesso?”

Non c’è giorno in cui Oskar, biondissimo dodicenne, non venga maltrattato dai compagni di classe, che si mostrano sempre più spietati aguzzini.
Ma un giorno è diverso dagli altri, e tutto cambia : è il giorno in cui conosce Eli, una misteriosa nuova vicina di casa che non si concede mai alla luce del sole e si palesa solo la notte.
Eli nasconde un segreto : deve uccidere per poter vivere e nessun altro può conoscere questa verità al di fuori di Oskar, l’unica persona di cui possa fidarsi.
Entrambi impareranno a voler bene e a lasciar entrare nelle proprie vite altre vite.
Lasciami Entrare è un mare rosso che colora di passioni una neve che tutto ricopre.
 
Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche
Blood Story – Matt Reeves (remake americano)
 
…e leggi anche
Skellig – David Almond
 
…e ascolta anche
Leonard Cohen – Avalanche
 
Locandina di Lasciami Entrare, film di Tomas Alfredson
Regia: Tomas Alfredson
Soggetto: John Ajvide Lindqvist
Sceneggiatura: John Ajvide Lindqvist
Musiche: Johan Söderqvist
Fotografia: Hoyte Van Hoytema
Durata: 114′
 
Interpreti e personaggi
Kåre Hedebrant: Oskar
Lina Leandersson: Eli
Per Ragnar: Håkan
Henrik Dahl: Erik
Karin Bergquist: Yvonne
Peter Carlberg: Lacke
Ika Nord: Virginia
Mikael Rahm: Jocke

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