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Verily So

Islands

V4V Records, 2014
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Partire dalla fine, per raccontare una cosa tanto bella, può sembrare ingiusto. Ma oggi, a pochi mesi dall’uscita di Islands, i Verily So hanno smesso di essere una band, e a noi non resta che celebrare questi otto pezzi, che sviluppano in senso elettrico le intuizioni dell’esordio – che era molto più folk, ma altrettanto memorabile – con le chitarre shoegaze finalmente lasciate libere di saturare lo spazio di rumore, incontaminato.
Sul pulsare scuro della ritmica splende la voce bellissima di Marialaura Specchia, che in diversi episodi si stringe a quella di Simone Stefanini: accade nell’epica Never Come Back e nella suadente Nothing In The Middle; accade in quel piccolo capolavoro di dolcezza – e gelo e calore, insieme – che è Not At All, un’indimenticabile pioggerella di pianoforte.
Il dono dei Verily So per la melodia pop raggiunge il vertice nel battere insistente di To Behold, ma il disco si fa ricordare anche per il lento incendiare di cuori di Cold Hours e Sudden Death e, soprattutto, Islands – sei minuti e poco di malinconie e chitarre vertiginose.
Che dire, ci mancheranno, come tutte le cose fragili e fiere, piccole e forti.

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Last Snowstorm Of The Year – Low
Vapour Trail – Ride
Pearly-dewdrops’ Drop – Cocteau Twins

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Lei – Spike Jonze
Another Earth – Mike Cahill

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Red House Painters

Red House Painters

4AD, 1993
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without you what does my life amount to?

In parecchie classifiche di fine anno capiterà di imbattersi in Benji, ultimo album di Mark Kozelek pubblicato a nome Sun Kil Moon. Un’opera splendida, animata da una sincerità brutale e viva di un’intensità quasi insostenibile; solo l’ultimo tassello, però, di una discografia sterminata, che si stende ormai lungo quasi venticinque anni.
E all’inizio di tutto ci sono le ombre lunghe dei Red House Painters, la sofferenza che prende corpo in spiriti di canzoni lente, nerissime, emozionali. Slow-core, in una parola.

Dopo l’esordio Down Colorful Hill – titolo perfetto, sensazione perfetta – l’album omonimo del 1993 rende definitivamente manifesto l’enorme talento del songwriter dell’Ohio, assecondato alla perfezione da musicisti – Gorden Mack alla chitarra, Jerry Vessel al basso e Anthony Koutsos alla batteria – attenti all’effetto di ogni singola sfumatura.
Maestoso ed evocativo sin dalla copertina, Red House Painters è un colosso di settantasei minuti e quattordici tracce, nessuna meno che straordinaria: non l’autunno folk-pop di Grace Cathedral Park o quello dolcissimo di Take Me Out; non l’epico vortice shoegaze di Mistress, presente anche in una toccante versione per pianoforte; non il dipanarsi quasi immobile degli arpeggi di Funhouse, Mother e Katy Song, canzone tra le più belle dell’intero decennio; non le aperture melodiche di Dragonflies e Things Mean A Lot o la catarsi ariosa, commossa, di Strawberry Hill.
Appena ventiseienne, Kozelek maneggia le emozioni e il silenzio con grazia inarrivabile, con la poesia di versi tra i più toccanti mai messi in musica. Raggelanti, a volte – “le cose contano molto, per un attimo, poi non contano più nulla” – ma in qualche modo capaci di regalare luminosa bellezza alla desolazione dell’esistenza.

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Sunflower – Low
New Year’s – Codeine
Sick Of Food – American Music Club
Suzanne – Leonard Cohen

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