Archivio tag: massimo volume

Fine Before You Came

Quassù c’è quasi tutto

La Tempesta, 2014
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spegniamo tutto, restiamo soli,
non pensiamoci più
ma cerchiamoci ovunque, facciamolo adesso
che domani non c’è

Ogni volta che i Fine Before You Came se ne escono con qualcosa di nuovo, è davvero difficile non restarne scossi. Dall’emotività esplosiva di Sfortuna e Ormai, le loro trame sonore si sono sempre più rarefatte, approdando infine alle cinque tracce di Come Fare A Non Tornare, che ha definito un modo realmente unico di accostare emo-core, post-rock e testi personalissimi eppure sempre capaci di coinvolgere.
Poi, dieci giorni fa, è arrivato un altro dono: come sempre inaspettato, come sempre in free download, Quassù C’è Quasi Tutto è un EP di sole due canzoni che spinge ancora un poco in là i confini di una musica sempre più sfumata e dilatata.

“Angoli” prende forma lungo un’introduzione di chitarre vaghe e colpi minacciosi, prima che un ipnotico arpeggio si faccia strada, preparando il terreno al cantato di Jacopo, ormai dimentico delle urla del passato; a metà del brano, poi, una sognante sospensione apre letteralmente al cielo, sollevata da un coro lieve e distante. Quindi la nebbia, che pareva finalmente soffiata via, torna ad addensarsi e riporta il pezzo alla struttura originaria, trascinandolo ben oltre i dieci minuti.
“Distanze” brucia lentamente, tra voci in sovrapposizione e riverberi, fino al break che in un attimo rilascia tutta la tensione accumulata in precedenza.

Una volta, raccontando di Neil Young e del capolavoro Everybody Knows This Is Nowhere, in cui il musicista canadese si abbandonava per la prima volta a devastanti sfuriate chitarristiche, Carlo Bordone ha scritto che ogni nota suonata, lì, era necessaria, come “una particella in più di sofferenza e di gioia”. Fatte le debite proporzioni, è quello che accade in questo album, troppo breve eppure miracolosamente bastante a sé: c’è bisogno di tutto questo e non serve altro.
Quassù c’è quasi tutto.


Un altro domani – Massimo Volume
Lean out – Crash Of Rhinos
A delicate sense of balance – Pelican
How near how far – And You Will Know Us By The Trail Of Dead

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Massimo Volume

Aspettando i barbari

La Tempesta, 2013
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oh madre,
il vento scuote ciò che cede
le insegne, i rami, le catene
le foglie morte dell’amore
riuniti qui a consumare
il piatto freddo della cena
la vita stinta nell’attesa

Difficile raccontare i Massimo Volume a chi non abbia mai avuto la fortuna di avvicinarli prima.
Tre anni fa il clamoroso ritorno con Cattive Abitudini, nato dopo un silenzio di nove anni.
Oggi, Aspettando I Barbari è una nuova svolta: fuori quelle sonorità eteree, dentro gli spigoli elettrici che là, quando c’erano, erano pur sempre guidati da un calore luminoso.
Dieci brani più vicini al suono lacerato dei capolavori anni ’90 (Lungo i bordi, Da Qui), che ombreggiano di synth le dissonanze delle chitarre di Egle Sommacal e Stefano Pilia e la batteria di Vittoria Burattini, colpi parlanti che sembrano raccontare tutto ciò che i testi non dicono.
Sopra ogni cosa, le riflessioni di Emidio Clementi regalano momenti di poesia assoluta su pezzi che hanno il sapore dei classici: il ricordo di Buckminster Fuller in Dymaxion Song e di Vic Chesnutt nel brano omonimo, “una corona di spine poggiata sul palco tra la chitarra e le spie”; le parole di Danilo Dolci nell’opener Dio Delle Zecche, consacrata all’urlo scomposto di Clementi; le istantanee sulle vite spezzate di La Notte e le atmosfere dell’Africa postcoloniale nelle distorsioni sanguinanti di Il Nemico Avanza; il racconto per immagini della cattura di Osama Bin Laden in Compound, impressionante per potenza sonica e visiva fin dall’attacco: “Gli uccelli sul tetto la notte lasciano impronte di metallo”.
Un’opera scritta per durare, con apici indescrivibili negli orizzonti in fiamme di Aspettando I Barbari, nei nervi tesi allo spasimo del singolo La Cena e nel racconto biografico Silvia Camagni: testimonianze di come nessuno sappia mettere in musica le pieghe oscure della vita con l’intensità drammatica dei Massimo Volume.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Maria Callas – Santo niente
Il pranzo che verrà – Fine Before You Came
Everything I say – Vic Chesnutt
Breadcrumb Trail – Slint
 
…e leggi anche
Uomini e topi – John Steinbeck
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore – Raymond Carver
American dust – Richard Brautigan
 
…e guarda anche
La sottile linea rossa – Terrence Malick
America oggi – Robert Altman

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Bachi Da Pietra

Quintale

La Tempesta, 2013
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Marcio, perso, insignificante e solo,
ma per voi adesso sono il Dio del suolo.
Perchè mi fa sentire bene,
darvi l’amore e la morte insieme.

Quintale, quinta opera a firma Bachi da Pietra, è un macigno pesantissimo che abbandona il suono strisciante e disidratato dei lavori passati per deflagrare in un’elettricità iper-satura.
Meno personale, forse, ma davvero travolgente.
Il riff stoner che apre Haiti è una porta per l’inferno, con un finale dalla presenza sonica impressionante.
Brutti Versi, Paolo Il Tarlo e Pensieri Parole Opere sono puro rock’n’roll metallizzato, mentre Coleotteri è un post-hardcore che lambisce il metal nel possente growl di Giovanni Succi.
La cadenza hip-hop di Fessura lascia intravedere scenari sonori futuri per il duo, laddove Mari Lontani prende realmente la forma di un legno alla deriva nella nebbia, canto di marinai senza speranza.
Sangue coagula dall’improvvisazione iniziale in un riff atonale e un predicare invasato come quello di Io Lo Vuole, spietate analisi di un male sempre più facile e radicato.
Poi, improvvisamente, è come se i Bachi decidessero di lasciar andare tutta quella tensione nella meraviglia della poesia sonora Dio Del Suolo.
A quel punto, non resta che prendersi gioco dell’ermetismo nella contemplativa Ma Anche No e in un acido finale che ricorda come non vi sia nulla di gratuito per chi vive e respira musica.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Gardenia – Kyuss
Fausto – Massimo Volume
We all rage in gold – Neurosis
Don Calisto – Verdena

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Simona Gretchen

Post-Krieg

Disco Dada/Blinde Proteus, 2013
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Quattro anni sono passati da Gretchen Pensa Troppo Forte, folgorante esordio di Simona Darchini che aveva saputo trasfigurare gli spigoli di un cantautorato rock nervoso e multiforme in un esorcismo personalissimo, un invito a sfilarsi la pelle per scoprire cosa ci stesse sotto.
Il presente si chiama Post-Krieg, un pugno di brani memorabili incentrati sui conflitti interiori che lacerano l’identità.
La voce non è più quel nervo scoperto, ma un coro di voci lontane, estasi mistica di riti celebrati in stanze oscure, mentre lo spettro sonoro letteralmente esplode: Post-Krieg apre su cadenze minacciose e bassi lugubri di derivazione post-punk, Hydrophobia scioglie la tensione di un groove maligno in un devastante break post-hardcore; gli archi di Enoch si adagiano su un dolce ritmo ternario e stringono il cuore fino alle lacrime, le chitarre aeree di Pro(e)vocation incrociano arpeggi avvolgenti.
La chiusura spetta al trittico Everted: marziale e ipnotico nell’apertura; sognante, quasi impalpabile, e poi epico e trionfale, in una seconda parte che va a morire là dove era nata; lento e inesorabile nella complessa architettura del finale.
Un album strabiliante per impatto fisico ed emotivo, pensato come un commiato: con Post-Krieg, Gretchen esce di scena.
Tutto quel che farà Simona, ora, differirà inevitabilmente per forma e sostanza; conserverà però per certo quello stesso rigore morale, il medesimo sapore di ruggine e ossa.
 

 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Robert Lowell – Massimo Volume
Vater – Soap&Skin
Esco – C.S.I.
Backlit – Isis
 
…e leggi anche
Middlesex – Jeffrey Eugenides
Fight Club – Chuck Palahniuk
 
…e guarda anche
Boys don’t cry – Kimberly Peirce
L’enigma di Kaspar Hauser – Werner Herzog
 
Scaricatelo gratis e legalmente da MediaLibraryOnLine e, se non sapete di cosa stiamo parlando, correte nella biblioteca più vicina a casa vostra per scoprirlo!

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Offlaga Disco Pax

Socialismo Tascabile

Santeria, 2005
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Hai lasciato: piazze piene, urne vuote, tremori gentili, tracce sottili, tracce profonde sugli zerbini dei miei pianerottoli.
Mancano: le tue parole sul niente, il calore bagnato e sporco che avevo, il dispiacermi di non bastare.
Siamo rimasti a guardare un desiderio qualche volta noioso e non sarai mai un’emozione da poco.

Un battito elettronico da due soldi, pigro come una mattina di primavera e un giro di chitarra che in sé racchiude tutta la bellezza e la malinconia di un ricordo; poi la voce di Max Collini, a raccontare un anno scolastico agrodolce, passato nel terrore di un insegnante all’apparenza spietato, tanto da essere soprannominato Kappler.
Le immagini che incontriamo in Socialismo Tascabile creano uno spaccato commosso e tagliente sulla realtà della provincia emiliana socialista degli anni Settanta-Ottanta, che si parli di formazione sentimentale (il valzer robotico di Khmer Rossa) o di rigidi alternativi (Tono Metallico Standard, post-rock rumorista), di amori finiti (l’incalzare ritmico di Enver) e finiti male (DeFonseca) o di chewing-gum fuori produzione (l’ipnotica Cinnamon) e wafer di nicchia rilevati da una multinazionale a simboleggiare la fine di un’epoca (Tatranky, otto minuti drammatici di moog e chitarre sfarinate).
Gli oggetti e i simboli dell’ideologia diventano per gli Offlaga Disco Pax l’unico mezzo per narrare un passato seppellito dal crollare dei muri; canzoni politiche che diventano questioni private e viceversa, e che letteralmente esplodono nell’elenco di citazioni dell’inno electro-punk Robespierre.
 
Ascolta quattro brani tratti dall’album
Kappler, Robespierre, Tono Metallico Standard, Tatranky
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Kraftwerk – The Model
Mùm – Green Grass Of Tunnel
Massimo Volume – Stagioni
CCCP – Io sto bene
Suicide – Dream Baby Dream
 
…e guarda anche…
Good Bye Lenin! – Wolfgang Becker

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