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Minutemen

Double Nickels On The Dime

SST, 1984
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our band could be your life.

Nel 1984 gli Husker Du pubblicano il doppio capolavoro Zen Arcade, immenso concept in cui l’hardcore non è più uno stile limitato, ma un’attitudine creativa che consente di immaginare universi sonori del tutto nuovi.
Double Nickels On The Dime nasce da qui, da un’amichevole sfida interna alla scena alternativa americana. Alla maniera dei Minutemen, però, e ne viene fuori uno dei più grandi album di sempre.
D.Boon e Mike Watt sono amici dall’età di quattordici anni, due fuckin’ corndogs di San Pedro, distretto portuale di Los Angeles: una suburbia proletaria in cui i ragazzi sviluppano presto un idealismo politico che influenzerà ogni scelta musicale, dalle produzioni scarne alla pura gioia di suonare qualcosa di nuovo senza portarsi dietro nemmeno un grammo di posa artistoide, ma solo la forza schietta delle proprie origini working class.
Abituati a dibattere senza sosta su qualunque argomento, i due troveranno un perfetto contraltare nel batterista George Hurley, il groove di una musica eccitante e avventurosa: i toni secchi e stridenti della chitarra di Boon e il basso pizzicato di Watt rimbalzano su fratture ritmiche imprevedibili, in brani che quasi mai arrivano ai due minuti di durata.
Come un Captain Beefheart impegnato in fantasie all’anfetamina al crocicchio tra hardcore-punk, rock’n’roll, funky, blues, jazz, country e tutto il resto.
Double Nickels On The Dime conta oltre quaranta pezzi, magma compresso in singalong memorabili (Viet Nam, Political Song For Michael Jackson To Sing, Corona, This Ain’t No Picnic); si prende inattese pause acustiche (Cohesion) e regala la più bella dichiarazione di fede mai ascoltata in una canzone, nei centoquaranta dolci secondi di History Lesson, Pt.II: la storia di un’amicizia, di una band, di una scelta di vita.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Brave Captain – Firehose
Ice Cream for Crow – Captain Beefheart
Is It Luck? – Primus
Masochism World – Husker Du
 
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American Indie – Michael Azerrad

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Violent Femmes

Violent Femmes

Slash Records, 1983
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I take
1 1 1 cause you left me and
2 2 2 for my family and
3 3 3 for my heartache and
4 4 4 for my headaches and
5 5 5 for my lonely and
6 6 6 for my sorrow and
7 7 for no tomorrow and
8 8 I forget what 8 was for and
9 9 9 for a lost god and
10 10 10 10 for everything everything everything everything

Se c’è un disco in grado di spiegare che il punk non è solo rivolta sociale, ma anche e soprattutto il suono perfetto per sputare fuori fame, noia e insoddisfazione, quello è Violent Femmes, disco d’esordio omonimo di tre ragazzi di Milwaukee abituati a suonare per strada, album simbolo per schiere di misfits eternamente fuori posto.
Gordon Gano, nel 1983, ha diciannove anni e le sue dieci canzoni hanno il fuoco di un’età in cui tutto è meraviglia oppure un peso insopportabile, il cielo e gli occhi sono incollati all’asfalto e di ragazze nemmeno l’ombra.
La sua chitarra acustica maltrattata e la sua voce capricciosa si incastrano alla perfezione con le linee acrobatiche e sgrammaticate del basso di Brian Ritchie; Victor DeLorenzo, ghignando, picchia su qualunque cosa possa ricordare uno strumento a percussione.
Ne nascono classici epocali, inni alternativi che uniscono punk, folk, country, gospel e surf in una miscela instabile e incandescente: dall’apertura irresistibile di Blister In The Sun alla folle conta di Kiss Off; dalla pigra battuta in levare di Please Do Not Go alle esplosioni di Confessions e To The Kill; dai micidiali ritornelli di Add It Up e Prove My Love allo xilofono che fa da scheletro a Gone Daddy Gone.
A chiudere, una delle più belle ballate mai scritte: quella Good Feeling che è puro struggimento per un attimo appena trascorso, qualcosa di così dolce e perfetto che pensi, e forse sai, che non potrai afferrarlo mai più.
 

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