Archivio tag: noise

McLusky

McLusky Do Dallas

Too Pure, 2002
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Quando Steve Albini mette le mani sulla produzione di un album si sa che ne verrà fuori un mostro spaventoso e memorabile. E’ il caso di Mclusky Do Dallas, opera seconda di una grande band gallese troppo spesso dimenticata, uscito dodici anni fa, quando indie era già una parola priva di senso che serviva per raccontare dischi quasi sempre insopportabilmente carini e sorridenti.
Qui dentro, invece, niente di tutto ciò: fin dai titoli, ci trovi il ghigno della cattiveria gratuita, del politicamente scorretto, dello sputo sarcastico. Quattordici canzoni formidabili, con il tiro feroce del noise-punk e una sezione ritmica mastodontica, vicina a quella del leggendario Surfer Rosa, travolte dallo scream psicotico di Andy Falkous.
A sorprendere è la qualità melodica di brani ben oltre l’orlo del collasso nervoso, sempre fuori controllo e però capaci di riportare tutto a casa grazie a una scrittura precisa e affilata come un rasoio.
A volte i ritmi rallentano e regalano melodie appiccicose: il caracollare di Collagen Rock, Day Of The Deadringers e Gareth Brown Says, il sussurro di una Fuck This Band da Pavement in una giornata storta, l’inno Alan Is A Cowboy Killer, squarciato dalle convulsioni distorte del ritornello. Ma quasi sempre i Mclusky si abbandonano al puro piacere della distruzione, con anthem che raramente superano i tre minuti, come il terrificante uno-due iniziale Lightsabre Cocksucking Blues/No New Wave No Fun e le nevrosi martellanti di To Hell With Good Intentions (anni dopo ripresa dai Japandroids), What We’ve Learned e The World Loves Us And Is Our Bitch. Per tacere delle micidiali Dethink To Survive e Whoyouknow.
Un capolavoro da disadattati, brutti, sporchi e cattivi. Vivaddio, vien da dire.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Broken Face – Pixies
Boilermaker – Jesus Lizard
Crow – Shellac

…e guarda anche
Kick-Ass – Matthew Vaughn
Django Unchained – Quentin Tarantino

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The Jesus And Mary Chain

Psychocandy

Wea Records, 1985
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and I tried and I tried
but you looked right through me
knife to my head when she talks so sweetly
knife in my head when I think of Cindy
knife in my head is the taste of Cindy

Dolci malinconie sixties e puro nichilismo punk, filtrati attraverso la noia tossica della provincia e una spaventosa orgia di elettricità: Psychocandy non è solo l’epocale esordio dei The Jesus And Mary Chain dei fratelli Jim e William Reid, ma anche il disco che riportò a forza nel rock’n’roll un senso fisico di pericolo ed eccitazione, con l’incoscienza dei vent’anni e una violenza che non si sentiva dall’avvento dei Sex Pistols.
Ad aprire le danze il sognante singolo Just Like Honey, uno dei brani più belli dell’intero decennio: Sofia Coppola la farà conoscere a schiere di twenty-something del nuovo millennio, traendone una splendida cartolina per il finale di Lost In Translation; ne coglierà tuttavia solo la pelle romantica, dimenticandone il cuore intriso di dolce perversione.
Poi l’album squaderna un ventaglio di soluzioni che rivelano un ampio spettro sonoro: a un estremo terrificanti colate di feedback e adrenalina (le tiratissime The Living End e In A Hole), all’altro caramelle acustiche degne del giovane Lou Reed e solo apparentemente innocue (Cut Dead, il singolo Some Candy Talking incluso nella successiva stampa in cd); da una parte i Beach Boys centrifugati di Never Understand e My Little Underground, dall’altro spettacolari noise-pop che letteralmente inventano interi sottogeneri (The Hardest Walk, You Trip Me Up e Taste Of Cindy, come ascoltare Blitzkrieg Bop suonata al rallentatore dai Suicide e sommersa da tonnellate di clangori e fischi di ogni foggia). A chiudere, il buco nero di It’s So Hard, unica traccia guidata dalla voce di William Reid che pare emergere dal buio di una stanza senza luce.
Oggi fanno quasi trent’anni dall’uscita di Psychocandy, eppure quel suono di miele e metallo fuso esalta come fosse il 1985. Un’idea di musica, annoiata e incidentalmente geniale, che ha cambiato il corso della storia.
 

Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
You made me realiseMy Bloody Valentine
Here she comes nowThe Velvet Underground
I wanna be your dog – The Stooges
Little Honda – The Beach Boys
 
…e guarda anche
Lost Translation – Sofia Coppola

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My Bloody Valentine

m b v

Self, 2013
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Bastano pochi secondi dell’opener She Found Now per essere di nuovo stretti al cuore dalla magia My Bloody Valentine.
Chitarre sognanti e voci soffici come neve arrivano da un passato remoto che suona ancora come il futuro, quel Loveless che nel 1991 segnò un punto di non ritorno per la storia della musica e la band stessa.
MBV non è quell’epocale rivoluzione, non può esserlo; eppure nelle sue nove tracce non sentiamo solo lo straordinario shoegaze che è stato, ma pure quel che di nuovo potrebbe venire da un linguaggio che si pensava irripetibile.
Only Tomorrow, Who Sees You e In Another Way sono puro Shields, un’emozione profondissima con le sei-corde che s’intrecciano proiettandosi ad altezze vertiginose.
Ma sono l’organo paradisiaco di Is This And Yes e le due agili pop-song If I Am e New You a schiudere le porte all’innovazione dell’incredibile dittico finale: il drone di Nothing Is, frastornante figlia dei Loop più radicali, e quella Wonder 2 che entra di diritto fra le loro cose migliori di sempre, sei minuti di pura estasi, un canto astrale di mille chitarre sulle rasoiate di una ritmica drum’n'bass che vale un volo nella stratosfera.
 
Ascolta tre brani tratti dall’album
She Found Now, Wonder 2, Who Sees You
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Spiritualized – Smiles
Loop – Soundhead
Talk Talk – New Grass
A.R.Kane – When You’re Sad

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