Archivio tag: novecento

Maurizio Pollini

Chopin. Etudes.

Deutsche Grammophon, 1980
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Pollini è il primo pianista che riesce, con questa sua interpretazione, a rabbrividirmi mentre ascolto il suono di un pianoforte! Studio pianoforte e organo da quando avevo 9 anni, ma non avevo mai provato emozioni cosi intense nell’ascoltare o riprodurre melodie…
[commento ad un concerto]

Fryderyk Franciszek Chopin è difficile sia da ascoltare che da suonare.
Maurizio Pollini fa sembrare facilissima la seconda parte: mefistofelicamente bene.
Energia, virtuosismo, tecnica, precisione, immedesimazione nelle note alle prese con questi studi per pianoforte che hanno scoraggiato parecchi esecutori.
Acrobazie sonore incantano gli astanti mentre le mani danzano sul bianco e nero della tastiera: detto in altri termini si esalta la melodia esaltando al tempo stesso l’esecuzione dei brani.
A detta di molti, moltissimi, la migliore performance di sempre degli studi del compositore e pianista polacco naturalizzato francese.
Non resta che ascoltare e rendersene conto di persona.

Ascolta tre brani tratti dall’album:
OP. 10 No. 3 in E major, “Tritesse” – “L’intimite”
OP. 10 No. 12 in C minor, “Revolutionary” – “Fall of Warsaw”
OP. 25 No. 23 in A minor, “Winter Wind”

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Ludovico Einaudi – Divenire
Wim Martens Ensemble – Struggle for pleasure
Ludovico Einaudi – In a time lapse

… e leggi anche
La pianista – Elfriede Jelinek
Alessandro Baricco – Novecento
Manuela Stefani – La stanza del pianoforte

… e guarda anche
Scott Hicks – Shine
La leggenda del pianista sull’oceano – Giuseppe Tornatore
Il pianista – Roman Polanski

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Keith Haring. About Art

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Sono stato un preminente artista statunitense, i cui lavori rappresentano la cultura di strada della New York degli anni ’80. Non ho mai smesso di credere che l’arte fosse capace di trasformare il mondo, poiché attribuivo un’influenza positiva sugli uomini.

Dal 22 febbraio al 28 giugno Palazzo Reale ospita la mostra “Keith Haring. About Art”, una fantastica retrospettiva dedicata al padre del graffitismo.

La mostra si compone di 110 capolavori, alcuni mai esposti in Italia e di dimensioni monumentali. Nelle opere di Keith Haring oltre a percepire il suo impegno sociale nel portare alla luce temi quali droga, razzismo, aids, alienazione giovanile, discriminazione si possono notare forti influenze avute da altri artisti sia contemporanei che del passato. Per questo si è deciso di suddividere la mostra in “stanze tematiche” dove argomenti come la tradizione classica, l’arte tribale, i cartoons vengono affrontati affiancando le opere dell’artista con altre di epoche e autori diversi. Possiamo così trovare dipinti di Jackson Pollock, Paul Klee e Jean Dubuffet, ma anche calchi della Colonna Traiana, le maschere delle Culture del Pacifico e i dipinti del Rinascimento Italiano.

Keith Haring, nato a Kutztown (Pennsylvania, USA) il 4 maggio 1958, dimostra fin da subito una particolare predilezione per il mondo dell’arte. Dopo la scuola superiore frequenta l’Ivy School of Professional Art di Pittsburgh; nel ’76 decide di girare gli Stati Uniti in autostop per confrontarsi con il movimento culturale dell’epoca. Rientrato  frequenta l’università e tiene la sua prima importante esposizione al Pittsburgh Arts and Crafts Center. Nel 1978 entra alla School of Visual Arts di New York, diventando noto per i suoi murales realizzati nelle metropolitane e per i suoi lavori esposti in vari club e locali della città. Keith Haring, figlio della cultura di strada, inventa un nuovo linguaggio urbano. Nelle sue immagini semplici e molto colorate, che ricordano i cartoons, unisce tematiche sociali quali razzismo, droga, aids, alienazione giovanile con altre correnti artistiche sia del passato che contemporanee. Nel 1988 scopre di avere l’AIDS e decide di annunciarlo al mondo con un intervista alla rivista Rolling Stone. Prima della sua morte fonda la Keith Haring Foundation, che si propone tuttoggi di continuare la sua opera di supporto alle organizzazioni a favore dei bambini e della lotta all’aids.

Keith Haring muore il 16 febbraio 1990 all’età di 32 anni. Il successo delle sue opere ha indubbiamente contribuito al diffondersi dell’arte negli spazi pubblici. Immediate, semplici e dirette, le sue composizioni attirano facilmente l’attenzione del pubblico e si possono leggere a più livelli, che possono andare da quello superficiale del semplice umorismo e divertimento ad uno più profondo di riflessione.

Per maggiorni informazioni sulla mostra clicca qui.

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Bill Evans

Piano Poet

Verve, 2015
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Mi infastidisce quando la gente cerca di analizzare il jazz come un teorema intellettuale. Non lo è, non lo è.

Il jazz non lo puoi spiegare a qualcuno senza perderne l’esperienza perché è sentimento, non parole.

Bill Evans è stato definito il maggiore esponente del jazz dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nella sua lunga e ricca carriera, tra il 1958 e il 1980, ha inciso più di cinquanta album.

Piano Poet è una raccolta in tre dischi di brani da lui interpretati. Il titolo scelto non potrebbe essere più adeguato a questo incredibile artista, in grado di far cantare il pianoforte.
Il suo stile è unico, nato dalla fusione dello studio approfondito della musica classica con l’ebbrezza da lui provata nel fare aggiunte, cambiare e improvvisare i brani eseguiti.
La musica da lui composta e interpretata è evidentemente una questione intima e personale, tanto che afferma: “Nonostante il fatto che io sia un esecutore professionista, è vero che ho sempre preferito suonare senza un pubblico“.

Piano Poet, strutturato come una vera e propria carrellata dell’opera di Bill Evans, dai suoi esordi alla sua scomparsa, è un album perfetto per scoprire un artista essenziale per la storia della musica del ’900. I brani che lo compongono, imprescindibili per chi vuole conoscere il jazz, risultano ancora oggi all’ascolto estremamente moderni. Sono, quindi, perfetti anche per chi non è appassionato o non conosce a fondo il genere.

Una menzione particolare merita il brano Blue in Green, ricordo della lunga collaborazione con Miles Davis, che ha segnato profondamente la carriera di Bill Evans, portando alla creazione dell’album Kind of blue (considerato un pilastro della musica jazz).

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche…
In a time lapse- Ludovico Einaudi
Joy- Giovanni Allevi
Divenire- Ludovico Einaudi
Come away with me- Norah Jones

… guarda anche…
L’arte della felicità- Alessandro Rak

…e leggi anche…
Novecento- Alessandro Baricco

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Escher – Palazzo Reale di Milano

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Dal 24 giugno fino al 22 gennaio 2017 Palazzo Reale di Milano, ospita una grande mostra monografica dedicata all’incisore e grafico olandese Maurits Cornelis Escher.

Escher ( 1898 – 1972 ), nato in Olanda, non è mai stato uno studente modello, ma si è da sempre distinto nel disegno.

Trasferitosi in Italia con la moglie, rimane affascinato dal Bel Paese, dove rimarrà fino al 1935. A causa del clima fascista, che tollera poco, decide di andare in Svizzera, in Belgio e poi in Olanda. E’ proprio in Olanda dove ” non trova nulla di così bello ad ispirarlo” che inizia a rappresentare il suo mondo interiore, la matematica e il calcolo diventano elementi chiave delle sue opere.

La mostra comprende oltre 200 opere ed è divisa in sei sezioni, un vero e proprio percorso all’interno dello sviluppo creativo dell’artista: a partire dalla radice della storia dell’arte per arrivare al Liberty, soffermandosi sull’amore per Roma e l’Italia e individuando nel viaggio a l’Alhambra e a Cordova la causa scatenante di un forte interesse per le forme geometriche.

Scale che non hanno inizio né fine, uccelli in volo vhe si fondono fra loro, mondi impossibili e deformazioni spaziali lo hanno reso noto e molto apprezzato. La sua influenza è percepibile nel mondo dei fumetti, della pubblicità, dei video musicali, del cinema.

M.C. Escher, Vincolo d’unione Aprile 1956

M.C. Escher, Convesso e concavo Marzo 1955

M.C. Escher, Mano con sfera riflettente 1935

Orario di apertura:

Lunedì dalle 14.30 alle 19.30
Martedì, mercoledì, venerdì e domenica dalle 9.30 alle 19.30
Giovedì e sabato 9.30 – 22.30
(La biglietteria chiude un’ora prima)

Per informazioni e biglietti visita il sito.

 

 

 

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Il Museo del Novecento

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Il Museo del Novecento, aperto nel dicembre 2010, nasce dalla volontà di dedicare un intero spazio all’arte italiana del XX secolo. La collezione è composta dalle opere delle civiche raccolte artistiche, donazioni lasciate al Comune di Milano da una serie di collezionisti del territorio. Il museo vuole restituire ai cittadini le proprie collezioni e conferire il giusto riconoscimento a quei collezionisti, galleristi e istituzioni che nel corso di più di un secolo hanno collaborato a formare una delle più importanti raccolte di arte italiana del XX secolo.
La visita si apre con la visione del capolavoro di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, simbolo dell’orgoglio popolare italiano.
Si continua poi nelle sale dedicate al Futurismo, corrente nata e sviluppatasi a Milano e che ha influenzato l’intero panorama culturale dell’epoca.
Centrale è la visita alla sala dedicata a Lucio Fontana e alle sue opere, sala che vanta di una meravigliosa vetrata che si affaccia su Piazza Duomo e sulla celeberrima Madonnina.
La visita si conclude nelle sale dedicate all’arte cinetica e all’arte povera dove il visitatore può “giocare” con l’arte e con le installazioni.
Attualmente è in corso la mostra Yves Klein Lucio Fontana Milano Parigi 1957-1962 (fino al 15 marzo 2015) ottimo spunto per ragionare sul concetto di arte, di utilizzo dei materiali, e del genio degli artisti.

Tre motivi per visitare Il Museo del Novecento?
• Riscoprire l’importanza dell’arte italiana nel XX secolo.
• Ogni prima domenica del mese l’entrata è gratuita.
• Affacciandosi su piazza Duomo, finita la visita, ci si può lanciare nello shopping!

ORARI:
LUN. 14.30 – 19.30
MAR. MER. VEN. e DOM. 9.30 – 19.30
GIO. e SAB. 9.30 – 22.30
Per ulteriori informazioni visita il sito del museo.

Se ti è piaciuto puoi visitare anche:
Mart – Museo d’arte di Trento e Rovereto
Hangar Bicocca
GAMeC
Guggenheim a Venezia

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Alessandro Baricco

Mr. Gwyn

Feltrinelli, 2011, 158 pp.
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Articolo di Valentina Cipriani

Ma io ho letto i suoi libri, disse, di lei mi fido.

Mr Gwyn è uno scrittore che smette di scrivere libri. Non perché gli manchi l’ispirazione, ma perché… beh, perché che senso ha scrivere libri, quando puoi scrivere ritratti? Quando hai il dono di attingere alla più profonda essenza di una persona soltanto guardandola, e poi di scrivere qualcosa in cui lei si riconoscerà perfettamente e completamente?
Rebecca, invece, è una donna grassa e bellissima. È anche la prima modella di Mr. Gwyn, nonché colei che diventerà la sua segretaria e la sua assistente. Legata a lui da un’incomprensibile forma di tenerezza, a Rebecca spetterà infine il compito di rimettere insieme i pezzi, quando Mr. Gwyn sparirà da un momento all’altro senza lasciare traccia.
Un libro sul potere e la poesia della scrittura, sulle storie che galleggiano appena sotto la superficie di ognuno di noi, costruito con l’eterea leggerezza di scrittura a cui Baricco ha abituato i suoi lettori.
Un libro che lascia intravedere qual è il vero sogno di ogni scrittore. Del resto, lo aveva già detto in Novecento: “Sapeva leggere Novecento, non i libri. Quelli sono buoni tutti. Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso, posti, rumori, odori. La loro terra, la loro storia, tutta scritta addosso”.
Così due personaggi profondamente esatti e allo stesso tempo profondamente misteriosi ci portano alla scoperta di una piccola, grande magia.

Ti è piaciuto questo libro? Allora leggi anche
Norwegian Wood – Haruki Murakami
Novecento – Alessandro Baricco

…e guarda anche
La Leggenda del Pianista sull’Oceano – Giuseppe Tornatore

Prendi in prestito questo libro su MediaLibraryOnLine e, se non sai di cosa stiamo parlando, corri nella biblioteca più vicina a casa tua per scoprirlo!

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